MADRUGADA

Articolo di Giuseppe Ferrara

Un elogio della plastica tradita

Tutti ricordano il famoso canto delle sirene che nell’Odissea rappresenta la voce seducente e immortale che incanta i marinai, conducendoli alla rovina; in ambito letterario e culturale, quella voce rappresenta la seduzione intellettuale e il desiderio che distoglie dalla realtà, come nel libro Il canto delle sirene di Maria Corti (Bompiani, 2018) o nell’omonima canzone di Francesco De Gregori (in Terra di nessuno, CBS Records, 1987); in contesti più astratti, quel canto può simboleggiare un’armonia o una conoscenza profonda.
In questo inserto monografico noi ci concentreremo su un canto che pur provenendo ancora dal mare è però legato alla materia anzi ai rifiuti che lì si sono dispersi e agglomerati in vere e proprie isole. Non è il canto delle sirene omeriche, non è cioè quello di creature che seducono Ulisse con la promessa della conoscenza. È il chant du styrène, il canto del polistirene, che Raymond Queneau ha composto in versi ironici e ipnotici, e che Italo Calvino ha tradotto con la grazia di chi sa ascoltare anche la voce delle cose. Un canto moderno, industriale, che celebra la plastica come trionfo della trasformazione, della leggerezza, della versatilità.
Oggi, quel canto è diventato un vero e proprio lamento. La plastica, materiale dalle buone intenzioni, è divenuta il simbolo dell’inquinamento globale, del degrado marino, della sofferenza degli ecosistemi. Si confonde il dito con la luna: si accusa il materiale, anziché il gesto umano, quello che fino a oggi c’è stato e quello che oggi ancora manca: il gesto incivile di “usare&gettare” e quello imperdonabile di “non raccogliere&pulire”.
Il problema non è la plastica, ma l’atto di “usare e gettare”, la cultura cioè dell’usa e getta che ha tradito la promessa di una materia capace di durare, di servire, di trasformarsi. Il problema non è l’isola di plastica ma chi non avvia una raccolta per riutilizzare quel rifiuto come una vera e propria fonte energetica: la plastica nasce come materiale riciclabile ed è, meccanicamente e chimicamente, riciclabile.
Questo inserto nasce per restituire alla plastica la sua voce originaria, per riascoltare il suo canto non come minaccia, ma come possibilità. Perché anche la sirena, nel mito, non è solo pericolo: è incanto, è soglia, è invito a un ascolto profondo. E forse, riascoltando il canto del polistirene, potremo immaginare una nuova ecologia del gesto, in cui la materia non sia più vittima, ma compagna.
Già Italo Calvino ci invitava a guardare oltre la superficie: «Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile» (Palomar).
La plastica non nasce come nemica della natura, ma come sua alleata. I primi polimeri sintetici furono sviluppati per sostituire materiali naturali rari, costosi o difficili da lavorare: l’avorio, il corallo, il legno pregiato. La bakelite, inventata nel 1907, fu celebrata come una rivoluzione: resistente al calore, isolante, modellabile. Da allora, la plastica ha accompagnato l’evoluzione della società moderna, entrando in medicina, aeronautica, elettronica, arte, moda, comunicazione.
La sua versatilità è senza pari: può essere rigida o flessibile, trasparente o opaca, leggera o resistente. È un materiale che non impone forma, ma accoglie il progetto, come una sirena che canta la promessa della trasformazione. In tempi di guerra, ha salvato vite; in tempi di pace, ha reso accessibili oggetti prima riservati a pochi. È stata, in fondo, una democratizzazione della materia.
Ma c’è un’altra origine, meno nota e altrettanto significativa: la plastica nasce anche come soluzione a un problema industriale. Durante la raffinazione del petrolio, si produce un sottoprodotto chiamato virgin nafta, difficile da smaltire e privo di utilizzo diretto. La sintesi dei polimeri plastici ha permesso di trasformare un rifiuto in risorsa, convertendo ciò che era scarto in materia utile. In questo senso, la plastica è figlia di un’idea ecologica ante litteram: riciclare l’inutile, dare forma al residuo.
Nel dibattito contemporaneo sull’inquinamento, la plastica è diventata il capro espiatorio perfetto. Si punta il dito contro il materiale, dimenticando che la responsabilità non è della materia, ma del gesto. È il comportamento umano, non la chimica del polimero, a generare l’accumulo di rifiuti negli oceani, nei fiumi, nei suoli. La plastica non si disperde da sola: viene abbandonata, ignorata, usata senza pensiero.
Questo fraintendimento è figlio di una cultura che ha smarrito il senso del tempo e della durata.
L’“usa&getta” non è solo una pratica, ma una forma mentis, una filosofia implicita che considera ogni oggetto come temporaneo, ogni relazione come consumabile, ogni materia come sacrifiUn elogio della plastica tradita di GIUSEPPE FERRARA 9DENTRO IL GUSCIO – plasti città cabile. In questo paradigma, anche la plastica – nata per durare e riusarsi – viene trattata come effimera, come scarto immediato.
Confondere la luna con il dito significa scambiare il mezzo per il fine, il sintomo per la causa.
La plastica è diventata il simbolo visibile di un problema invisibile: la disconnessione tra gesto e conseguenza, tra produzione e responsabilità. Eppure, se ascoltassimo il suo canto – come Calvino ha fatto con il polistirene – potremmo riscoprire una materia che non chiede di essere demonizzata, ma riabilitata attraverso un nuovo patto etico.
Calvino ci ricorda che ogni vita è un intreccio di oggetti e stili: «Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato» (Lezioni americane).
Il mare, da sempre luogo mitico e materico, è oggi il teatro di una tragedia silenziosa. Le sirene non cantano più: soffocano. La plastica, che un tempo prometteva leggerezza e durata, galleggia ora come detrito muto, accumulata in vortici oceanici, frammentata in microplastiche invisibili, ingerita da pesci, uccelli, cetacei. È come se il canto del polistirene si fosse spezzato, trasformato in un rumore di fondo, in un lamento sommerso.
Questa materia, pensata per resistere, si è rivelata troppo resistente per il ciclo naturale. Ma non è la sua forza a essere colpevole: è la nostra incapacità di ascoltare, di prevedere, di custodire.
La plastica nel mare è una sirena ferita, tradita da chi l’ha creata e poi abbandonata. Non è il mostro, ma la vittima. E come ogni vittima, ci interroga: ci chiede conto del nostro gesto, del nostro sguardo, del nostro silenzio.
Italo Calvino ha sempre avuto un’attenzione speciale per le cose, per gli oggetti, per la materia che ci circonda. Nei suoi racconti, anche il più umile degli elementi – una foglia, una piuma, una pietra – può diventare epifania, rivelazione, soglia verso un altro modo di vedere. La sua traduzione del Chant du styrène di Raymond Queneau non è solo un esercizio linguistico: è un atto poetico, un gesto di ascolto verso una materia che parla, che canta, che si offre alla trasformazione.
Nel tradurre il canto del polistirene, Calvino conferisce alla plastica una dignità poetica, una voce che non è solo tecnica, ma lirica. Il ritmo dei versi, la musicalità delle parole, la scelta dei termini evocano non solo la lavorazione del materiale, ma la sua anima nascosta, il suo potenziale creativo. È come se Calvino ci invitasse a guardare la plastica non come rifiuto, ma come materia incantata, capace di raccontare la storia dell’uomo moderno, delle sue ambizioni, delle sue contraddizioni.
Se il canto del polistirene è stato frainteso, se la plastica è diventata sirena ferita, allora è tempo di riformulare il nostro ascolto. Non basta sostituire i materiali: occorre trasformare il gesto, ripensare il rapporto tra l’uomo e la materia, tra il consumo e la cura. La vera sostenibilità non nasce dalla demonizzazione, ma dalla responsabilità. Non è la plastica a dover sparire, ma l’atto di gettare senza pensiero.
Una nuova ecologia del gesto implica un’etica della durata, della riparazione, del riuso. Significa riconoscere che ogni oggetto ha una storia, una voce, una possibilità di rinascita. Significa ascoltare il canto delle cose, anche di quelle artificiali, e rispondere con rispetto. In questo senso, la plastica può tornare a essere materia poetica, perché materia naturale, capace di raccontare il nostro tempo, le nostre scelte, le nostre contraddizioni.
Il futuro non è nella condanna della materia, ma nella riconciliazione tra tecnica e coscienza, tra invenzione e responsabilità. E forse, proprio da queste isole di plastica continuano a cantare le sirene, magari invitandoci proprio a fare pulizia, a recuperare quello che abbiamo disperso in questi anni e a riconsiderare il valore… energetico di una fonte che è a disposizione per essere valorizzata con il riciclo meccanico e chimico.
D’altra parte, lo stesso Calvino ci invitava a «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
Giuseppe Ferrara nato a Nap

Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara

Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all'Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara. Autore di sei raccolte poetiche; è presente in diverse antologie.