MELQUÍADES

Articolo di Andrea Gandini

Biennale di Venezia: aprire le porte all’arte o chiuderle?

Arte, scienza e sport non dovrebbero avere alcun ostracismo anche in tempi di guerra per la semplice ragione che artisti, scienziati e sportivi non sono responsabili di quello che fanno i loro Governi e mantengono vivo quell’umanesimo e quell’anelito all’universale e alla fratellanza che aiuta anche in tempo di guerra a lenire le ferite e accelera la convivenza dei popoli dopo la guerra.

Marcello Veneziani è un intellettuale di destra che scrive su un giornale di destra (La Verità) con cui spesso non vado d’accordo, ma bisogna riconoscergli il coraggio di dire quello che pensa senza farsi condizionare dalla sua parte politica che ha spesso, apertamente criticato (Meloni e centro-destra). Un atteggiamento poco diffuso, anche a sinistra, dove si fatica a trovare qualcuno non allineato, mentre sappiamo che il ruolo di un intellettuale (e anche di un consigliere del principe) è di non fare lo yes man. Si veda su questo il libro strepitoso di Kets de Vries, Leader, giullari e impostori (1990), che vale più che mai oggi se pensiamo alle castronerie di Trump proprio perché si attornia di yes man. Per questo sull’Iran pagherà un prezzo enorme.

Veneziani sostiene che “Tra le follie delle guerre esplose in questi ultimi anni ce n’è una che mi pare la più idiota e insensata: la ritorsione contro Stati considerati criminali e liberticidi applicata anche agli artisti e alle opere d’arte che provengono da quei paesi. Un rigurgito imbecille e anacronistico di nazionalismo in versione fanatica se non addirittura razzista: l’artista russo, israeliano o iraniano a cui viene negato l’accesso a un evento di arte, di musica o d’altro perché di nazionalità russa, israeliana o iraniana. Lo abbiamo visto in molti casi, anche direttori d’orchestra, attori, cantanti, artisti, perfino capolavori letterari del passato (la suprema delle idiozie). Siamo alla cancellazione dell’arte e dell’artista proveniente da quella nazione; e naturalmente l’aggravante o la prova inconfutabile a suo carico scatta se quell’artista difende, magari per puro amor patrio, la propria nazione in guerra. La censura si accanisce in particolare quando l’ospitalità si estende al di là dell’ambito individuale, e riguarda per esempio il padiglione di una nazione in una rassegna d’arte, in una mostra, in un evento. Bene ha fatto Pietrangelo Buttafuoco, da presidente della Biennale, ad aprire le porte ad artisti russi, israeliani e iraniani contro ogni ottusa e illibertaria riduzione di un artista alla politica del suo paese e alle attuali posizioni dello stato di cui è cittadino. Un artista non può rispondere di quel che fa Putin, Netanyau, Trump o l’Ayatollah”.

Una posizione ineccepibile che ancora una volta mostra, peraltro, il doppio standard dell’Europa (sono 22 i Governi che l’hanno chiesto) perché mentre chiede l’ostracismo degli artisti russi, non lo chiede per gli israeliani, come se non fosse in atto (e da 30 anni) uno sterminio lento e costante dei palestinesi in Cisgiordania prima ancora che a Gaza.

Mi vorrei soffermare sulle ragioni della russofobia che si sparge a piene mani, tacendo volutamente delle ragioni della Russia e amplificando i suoi torti (l’invasione). La narrazione mainstream sostiene che la piccola e debole Ucraina è stata improvvisamente aggredita dalla forte Russia per una logica imperialistica “che Putin avrebbe maturato leggendo durante l’anno del Covid la storia russa” (Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera 14 marzo 2026), in cui il forte cattivo (Caino) aggredisce il buono debole (Abele) e noi occidentali, che siamo buoni e democratici, difendiamo il debole Abele per ragione di valori e principi.

Ma non si racconta l’altra metà della storia e cioè che l’Occidente (Nato e UE) ha cercato, dopo il crollo dell’URSS dal 1991 al 1999, di assimilarla al modello liberista occidentale con privatizzazioni e americanismo producendo un disastro sociale tale che i russi, che pure guardavano con interesse al modello liberista, si sono spostati in massa sulle posizioni di Putin che ha ridato alla Russia dal 2001 non solo un rango internazionale ma una crescita economica senza precedenti. Basi pensare che il salario medio reale è cresciuto del 60%.

E quando gli Stati Uniti hanno tentato di espandere di nuovo la Nato verso est, includendo addirittura l’Ucraina, pur avendo promesso a Gorbaciov che mai l’avrebbero fatto, c’è stata la reazione della Russia che non è avvenuta improvvisamente ma dopo anni di tentativi diplomatici. Prima c’è stato il cambio di regime nel 2014 a Kyev pro-Usa, poi la guerra civile nelle zone russofone (Donbass) con 16mila morti dove il Governo di Kyev pro-America bombardava e voleva assimilare i russi del Donbass impedendo anche solo di parlare in russo. Poi la violazione degli accordi di Minsk firmati dalla stessa Ucraina che si diceva d’accordo nel concedere un referendum per l’autonomia del Donbass, infine, dopo l’invasione, in aprile 2022, le trattative di pace buttate all’aria da inglesi e americani che volevano che l’Ucraina proseguisse la guerra per vincerla, a costo della prevedibile macelleria. E non è finita. Perché, nonostante l’impossibilità dell’Ucraina di vincere questa guerra, nonostante la rinuncia degli stessi americani, ora è la stessa UE che vuole che la guerra continui e si sta riarmando sperando che nel 2029 la Germania stessa entri in guerra con la Russia.

Quali sono le ragioni di questa apparente “follia” guerrafondaia prima degli Stati Uniti e ora della UE? La difesa della libertà, dei popoli deboli, del diritto internazionale? Solo un babbeo può crederlo, quando vediamo cosa succede a Gaza e in Cisgiordania (e da 30 anni ripeto) senza che la UE muova un dito contro Israele.

La UE (così come gli USA) non cercano la via diplomatica, ma la via della forza brutale per affermare i propri interessi e principi. Con Russia e Cina c’è in ballo la difesa dell’attuale liberismo, una concezione della società in cui il libero mercato e il profitto sono le guide. Società che difendono la disuguaglianza, i ricchi e che ora sono seriamente minacciate da autocrazie dove la prosperità sociale corre più forte che da noi (Cina) o dove (Russia) si vuole costruire un altro tipo di società post liberista. Dunque nemici temibili perché possono ottenere un consenso di massa e che vanno ridimensionati e stroncati anche a costo della guerra (allora fredda) come fu in passato con l’URSS, prima che ciò abbia una qualche influenza sulle politiche occidentali, come avvenne nei primi 30 anni del dopoguerra, che produssero l’unico periodo di forte crescita nell’uguaglianza in Europa occidentale e Stati Uniti…e che non si deve assolutamente ripetere.

La guerra contro Cina e Russia è infatti una guerra anche contro i popoli europei e americano.

Così si spiega che verità elementari anche della stessa cultura democratica vengono gettate alle ortiche pur di attaccare la Russia, come il fatto che anche in mezzo ai conflitti ci siano luoghi neutrali in cui siano possibili relazioni, scambi, tregue, esattamente come i canali diplomatici. “Ambasciator non porta pena –dice Veneziani-, ma anche l’arte e le sue sorelle restano territori franchi, in cui il conflitto si sublima in simbolo, creazione o come accade nello sport in gara, in competizione appassionata ma incruenta. È veramente stupido che in un’epoca globale, gli ambiti più nobili dell’universalità vengano subordinati all’ostilità tra le nazioni, alle inimicizie pubbliche e alle colpe collettive che così ricadono sui singoli figli di una nazione”.

Ma in ballo c’è qualcosa di grosso: il Nuovo Ordine Mondiale. Peccato per la UE che con le sue scelte idiote e demenziali, uscirà fortemente ridimensionata nei prossimi anni proprio per questa russofobia (idem con la Cina). Lo dico con amarezza perché sono sempre stato un europeista convinto. E lo scoprirà prima di quanto si pensi già nel 2026.

Lascio la parola a Veneziani che sottoscrivo al 100%: “Si tratta di circoscrivere il conflitto, non di allargarlo; e di restituire alla guerra la logica pur aspra dei vincitori e dei vinti, non dei giustizieri e giudici e dei criminali da sterminare per sradicare il male, o meglio quel che agli occhi del vincitore è ritenuto tale, dalla faccia della terra. Anche perché dopo la guerra verrà inevitabilmente la tregua e poi la pace, e la convivenza tra i popoli fino a ieri in lotta. E sarà da quelle basi rimaste incontaminate dagli odii e dagli scontri che si dovrà poi ripartire, come primi segni di un linguaggio comune, pur nella differenza delle lingue, dei costumi, degli orientamenti e delle preferenze.

È legittimo l’orgoglio di un paese verso i propri grandi artisti, pensatori, letterati; ma quell’orgoglio non segna una limitazione, un’esclusione o un accesso riservato solo ai connazionali. Siamo orgogliosi di Dante e di Leonardo, ma non per questo disprezziamo Shakespeare e Goethe; né vogliamo tenerci solo per noi quei grandi, anzi siamo ancor più orgogliosi di Dante di Leonardo perché sappiamo che la loro opera e il loro genio sono universali, riconosciuti da tutti, grandeggiano oltre i confini e i popoli. Questo si chiamava un tempo umanesimo; la perdita dell’umanesimo mi sembra un ulteriore segno della perdita di umanità con un accanimento, un furore, che non appartiene neanche alle bestie.

Aprite le porte all’arte, alla scienza e al pensiero, non chiudetele in recinti e steccati di alcun tipo. Contrariamente allo spirito dominante della nostra epoca, almeno in occidente, noi non pensiamo che la società debba abbattere tutti i muri e superare ogni confine; riteniamo invece benefico il senso del limite e il rispetto dei confini, perché garantiscono identità e sicurezza, comunità e spazi vitali, diritti e doveri. Ma ci sono ambiti che esulano dalle frontiere: come l’acqua che al più può essere incanalata, e come l’aria che può essere al più movimentata, ma il mare e il cielo non possono essere delimitati come la terra e le piante. Così è l’arte, e così è il pensiero in ogni sua forma, anche scientifica o religiosa. Non può uno scoglio arginare il mare…”

Andrea Gandini

Andrea Gandini

Economista, già docente di economia aziendale, analista del futuro sostenibile. Componente della redazione di Madrugada.