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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Medio oriente, tra cielo e terra

di Pavani Elisabetta, Bruni Alessandro

Il Papa esorta a non rassegnarsi a un Medio Oriente senza cristiani. Oriana Fallaci viene ricordata come profeta della crociata che l’Islam vuole compiere contro la cristianità, Giuliano Ferrara chiama alla guerra di religione contro l’Islam, i capi di stato dopo gli avvenimenti di Parigi invitano alla distinzione tra terrorismo jihadista e islamismo, in tutto il mondo occidentale si eleva l’allerta contro gli attentati. Il mondo è entrato in una morsa di terrore: attentati operati da bambini kamikaze o da donne, suicidi in nome di Allah. Ma cosa sta succedendo in Medio Oriente, culla di molte religioni? Una terra che ha dato i natali all’incontro tra l’uomo e il cielo, una terra feconda di trascendente, oggi è nuovamente tra le fiamme dell’odio dell’uomo contro l’uomo in nome di Dio, come nel lontano medioevo.

La sfida del fanatismo e della violenza

Si calcola che non meno di 300 mila cristiani siano fuggiti dai territori assoggettati all’ISIS. La prima ondata si è riversata in Kurdistan dopo la conquista di Mosul nel giugno del 2014, la seconda in agosto dello stesso anno quando lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Daesh) ha imposto ai residenti di convertirsi all’islam, a pagare la jizya, il tributo sancito dal Corano per gli infedeli, o affrontare la morte. A Mosul, seconda città dell’Iraq, i cristiani stanno sparendo. A Mosul hanno giustiziato 13 bambini rei di aver guardato una partita di calcio del loro paese. A Mosul hanno giustiziato, facendoli cadere dall’alto di un edificio tra la folla, due uomini rei di omosessualità.

Le agenzie dell’ONU e le ong fanno il possibile per alleviare le sofferenze degli sfollati. Nuovi campi e nuove tendopoli, nuovi ospedali e poi cliniche mobili, kit sanitari, latrine, servizi d’urgenza. Ma i bisogni sono immensi e poi si può vivere così perennemente minacciati e sotto a una tenda? L’occidente si è mosso in ritardo. Hanno sottovalutato anche la natura del fanatismo religioso islamico perché quelli dell’ISIS hanno dimostrato di non essere una banda, ma un esercito disciplinato: hanno armi, ufficiali addestrati e un fiume di soldi che arriva dal petrolio che sgorga dai pozzi da loro controllati. In tutto il Medio Oriente è percepibile la minaccia della crescente intolleranza religiosa, la gente è stanca e non sa come vivere, il multiculturalismo è sconfitto.

Una domanda allarmante

Viene da chiedersi: ma allora hanno ragione quelli che dicono che l’unico musulmano buono è quello morto! L’occidente deve dunque rispondere con la stessa moneta al fondamentalismo islamico, rinnegando per la propria sicurezza una cultura costruita sul rispetto dell’altro? Ha dunque torto Papa Francesco quando dice «Uccidere in nome di Dio è un’aberrazione. Credo che questa sia la cosa principale sulla libertà di religione: si deve fare con libertà, senza offendere, ma senza imporre e uccidere»? Non sono parole che valgono solo per l’islam, ma anche per i cristiani e non si può dire che in passato le Chiese cristiane non si siano macchiate di delitti sostanzialmente simili a quelli del terrorismo islamico attuale.

La strada del dialogo

Il fatto nuovo è il movimento ecumenico attuale che, pur faticosamente, cerca la via della conciliazione. Lentamente i cristiani delle diverse Chiese condividono la via del dialogo con monaci di diverse religioni rinnovando le strade del dialogo interreligioso. Il potere temporale delle Chiese ha ceduto il passo al potere morale, la crociata religiosa non ha più senso, il rogo ha ceduto il passo alla scomunica e questa al dialogo alla fraternità nella propria fede. Nessuna religione pretende più di esaurire in sé l’intera esperienza trascendente dell’uomo e tutte le religioni sanno ormai che la diversità è componente essenziale, costitutiva della relazione dell’uomo con il sacro1.

Esistono ancora le ferite profonde del passato e del presente che non possono né devono essere cancellate o dimenticate perché dimenticarle è un modo per cancellarle. Non devono però più sanguinare e divenire cicatrici rimarginate da un’accettazione delle diverse vie attraverso le quali l’uomo esplora il trascendente.

Contro la barbarie

Viviamo ormai in un mondo globale, dove le sofferenze altrui, di altri popoli, fanno parte delle nostre responsabilità umane. Il futuro planetario delle genti ci appartiene e non possiamo vivere senza contare sulla fiducia, anche a costo di martiri, anche a costo di conflitti. La fiducia è la realtà che rende possibile il vivere di relazione nell’amicizia, nell’amore, nel rapporto con l’altro, con il chiunque. Non fidarsi di alcuno significa condannarsi a un isolamento mortifero, chiuso all’evoluzione del mondo. Non si tratta quindi di esercitare la tolleranza, ma un’accettazione difesa da regole valide per tutta l’umanità e già sancite dalla comunità internazionale dell’ONU.

È la costruzione di fiducia reciproca e speranza che crea il legame sociale e genera la comunità. L’assenza di fiducia e di speranza apre lo spazio alla barbarie. Oggi il senso del vivere insieme è compromesso dalla logica del mercato che privilegia l’interesse particolare e nega l’istanza di solidarietà, determinando un’identità collettiva smarrita e che regredisce in un appiattimento su comunanze di tipo tribale.

Siamo forse di fronte, in oriente come in occidente, alla nascita di un nuovo medioevo di lotte di potere, di conflittualità, di disumanità senza le figure ideali, senza le idee che hanno posto nel medioevo antico i prodromi della moderna umanità? Eppure non dobbiamo perdere la speranza e operare per tutti nell’umiltà della ragione, guardando all’umanità e non a un privato pezzo di cielo, guardando agli uomini e non a un privato pezzo di terra.

Elisabetta Pavani, Alessandro Bruni

1 Illuminante in questo confronto il volume di Raimon Panikkar ed Emanuele Severino Parliamo della stessa realtà?, Jaca Book, 2014.