MADRUGADA

Articolo di Davide Lago

Il lupo e la nudità

L’agiografia si occupa della scrittura e dello studio delle vite dei santi. Benché questa disciplina abbia la sua legittima autorevolezza, rimane pur vero che molti dei testi che narrano le vite dei santi sono stati costruiti per esercitare una funzione edificante e devozionale per i fedeli, alternando talvolta storia e leggenda.
Il rischio del registro agiografico si corre quando si va a nozze con la leggenda, infarcendo qualsiasi testo di aneddoti edificanti quanto dubbi.
Sia chiaro, la narrazione è un’operazione legittima che può produrre sia pessimi libricini che alta letteratura. Applicata alla vita dei santi, di solito conferma chi già crede e allontana chi è molto razionale o semplicemente teme di percepirsi come credulone.
Quando si cede al lato eccessivamente edificante dell’agiografia, quel che si perde è soprattutto l’occasione di chiedersi il perché. È come se una cortina di fumo accettabile fosse stesa di fronte a un gesto destabilizzante. Perché alcuni fatti sono andati così? Perché si sente il bisogno di tramandarli? Perché si sente il bisogno di crederci? Tra i tanti episodi che punteggiano la vita di Francesco, due mi hanno sempre colpito: l’incontro col lupo e il denudamento in pubblico davanti al padre.

Il lupo e le nostre paure
Nel 2000 Angelo Branduardi lanciò L’infinitamente piccolo, un album musicale interamente dedicato a Francesco d’Assisi. All’interno, un brano suonato ad archi presenta in modo nuovo un evento da tutti conosciuto. Ne Il lupo di Gubbio, Branduardi canta:
Francesco a quel tempo in Gubbio viveva
E sulle vie del contado
Apparve un lupo feroce
Che uomini e bestie straziava
E di affrontarlo nessuno più ardiva.
Di quella gente Francesco ebbe pena,
della loro umana paura,
prese il cammino cercando
il luogo dove il lupo viveva
ed arma con sé lui non portava. Quando alla fine il lupo trovò
Quello incontro si fece, minaccioso,
Francesco lo fermò e levando la mano:
Tu Frate Lupo, sei ladro e assassino,
su questa terra portasti paura.
Fra te e questa gente io metterò pace,
il male sarà perdonato
da loro per sempre avrai cibo
e mai più nella vita avrai fame
che più del lupo fa l’Inferno paura!
Raccontano che così Francesco parlò
E su quella terra mise pace
E negli anni a venire del lupo
Più nessuno patì.
Tu Frate Lupo, sei ladro e assassino
ma più del lupo fa l’Inferno paura!

Questo testo centra un tema trasversale, che può colpire tanto l’agiografico-dipendente che il razionale-spinto che è in noi. L’incontro col lupo non è riducibile a una macchietta ecologista, né è solo l’ennesima riprova della santità di Francesco.
Sembra piuttosto il tentativo di connettersi con le paure più profonde, quelle che normalmente tenderemmo a rimuovere o negare.
Noi oggi fatichiamo a capire cosa potesse dire l’incontro con il lupo in una piccola città del Duecento circondata da foreste. Possiamo immaginare che non fosse una situazione così rara.
Viandanti e pellegrini giravano con bastone e coltello anche per difendersi da pericoli come fiere o briganti, che potevano trasformare in pochi attimi un viaggio in un pericolo mortale. Tra una città e l’altra, cioè, c’era un mare di incertezza che richiedeva coraggio e destrezza e, malgrado ciò, presentava spesso il conto in termini di vite.
L’incontro col lupo, allora, era l’incontro imprevisto ma quotidiano con la possibilità della morte. Alzarsi all’alba per intraprendere un viaggio imponeva di considerare la possibile fine della propria vita.
Temere il lupo, rifuggirlo, appare allora come il tentativo di allontanare il rischio di entrare in connessione con la precarietà della vita. Per questo l’incontro col lupo torna a parlare a tutti.
Non credo sia solo Francesco ad ammansire il lupo. Piuttosto, Francesco si lascia ammansire dalla vita per quello che è, straordinaria e precaria.
Parlare col lupo, intrattenersi con lui, cibarlo, sono tutti atteggiamenti di chi accetta di confrontarsi con il proprio limite, e accada quel che accada. La straordinarietà di Francesco qui, non consiste tanto in un’abilità circense da domatore di fiere, quanto piuttosto nell’umana accettazione di ciò che non controlliamo, di ciò che ci fa paura perché ci potrebbe far perdere i nostri cari o potrebbe interrompere subitamente la nostra vita lasciando in sospeso troppe cose. «Non ora!», insomma.
Quando Francesco chiama sorella la morte, rivela di aver compiuto questo passaggio. Non è più angosciato dal «non ora!», ma sa che ogni ora è possibile e chiede di essere vissuta radicalmente.
In termini contemporanei, questa consapevolezza ci parla molto. Ci dice di un uomo che ha colto l’essenziale e a quello si radica. Ci dice di un uomo che accetta di apparire bizzarro pur di non rinunciare alla perla preziosa finalmente scovata.
Ci dice molto della forza con cui si è propagato il francescanesimo, che non è solo adesione al carisma personale di un uomo, ma scoperta in altri, per suo tramite, di questo essenziale che fa virare una vita.

La non violenza della nudità
Anche il secondo episodio lo conosciamo tutti.
A un certo punto Francesco si spoglia pubblicamente in piazza, alla presenza del vescovo, restituendo i propri vestiti al padre e andandosene via nudo. Normalmente leggiamo questo episodio in termini di povertà evangelica, di rinuncia alle agiatezze della famiglia o dell’importanza di edificare altri per mezzo di un gesto simbolico. Possiamo sottolineare, però, anche il rifiuto definitivo e formale delle indebite intromissioni altrui.
Lo sappiamo, Francesco era destinato a diventare qualcuno secondo le aspettative paterne.
Aveva un percorso segnato e apparentemente facile perché legittimato dalla città e dai costumi del tempo. Eppure, lui aveva ormai la certezza di essere diverso. Sentiva di pancia che non sarebbe mai stato felice nel percorso in qualche modo assegnatoli. Ci aveva provato, com’era giusto.
Aveva fatto la sua gavetta, aveva dimostrato un certo grado di fedeltà alle aspettative altrui e all’eterodirezione. Ma non stava bene. Non riusciva a spiegarlo ai suoi cari, ma non stava bene.
Quando però scendeva verso la selva, quando stava solo, quando passava del tempo con gli esclusi, quando poteva selezionare le amicizie, quando poteva ammirare le rovine di una chiesetta e immaginarsi a ricostruirla… beh, allora si sentiva rinascere.
Forse l’idea di ripartire da zero lo confortava perché gli toglieva il fardello del precostituito e gli alleggeriva il passo. Ma non c’era nulla da fare, questo non riusciva a farlo capire ai suoi e quindi non riusciva a staccarsi. È quanto vivono gli adolescenti quando sperimentano la fatica di prendere decisioni senza scontentare i genitori.
O quanto vive una studentessa universitaria che inizia a percepire di aver scelto più di aderire a un percorso in apparenza segnato che non di rispondere alle sue domande più vere.
Come si fa a togliersi questo peso che zavorra il passo e accorcia il fiato? Come farlo senza perdere troppo tempo, per non dover accorgersi che per non ferire qualcuno il tempo intanto è passato e non si ha più la forza di sognare il grande passo? La scelta operata da Francesco, in questo caso, è geniale. Al netto dell’effetto esercitato dalla nudità, che in quell’epoca era certamente diverso da oggi, Francesco opera un gesto inequivocabile, irreversibile e non violento. È inequivocabile perché non permette che venga travisato o interpretato furbescamente dagli altri. Certo, qualcuno si sarà subito premurato di associarlo alla follia, così trasformandolo in un caso di trasgressione fuori controllo. Ma sul fatto che quel gesto sia stato compiuto non c’è dubbio. Ed è un gesto che parla delle proprie scelte. Rinunciando alle proprie vesti dice al padre che non rinuncia a lui, ma a ciò che tentava di imporgli.
La scelta poi di compierlo in pubblico ne rafforza la non cancellabilità, come se oggi qualcuno postasse questo episodio sui social. Nessun oblio. Per molti sarai sempre associato a quel gesto. Questo ha i suoi svantaggi, ma pure i suoi enormi vantaggi. Toglie argomenti, ad esempio, a tutta una schiera di benpensanti che non reggono di fronte a un gesto così radicale. Finché stavi nei ranghi, la parolina poteva incidere. Ma cosa potrebbe dirti ora una persona che cerca di barcamenarsi nei compromessi quotidiani? Torna da tuo padre? Non è successo nulla? Pensa alla carriera? E poi si vive così bene in città? E avresti un sacco di fidanzate possibili? Non è facile inventarsi qualcosa di forte da dire a uno che si è denudato davanti a tutti.
La vera rottura, però, sta forse nella non violenza del gesto. Attenzione, il padre l’avrà sicuramente vissuto come uno schiaffo morale, ma siamo all’interno di quello che il pedagogista contemporaneo Daniele Novara chiama conflitto. Diversamente dalla violenza, infatti, nel conflitto il danno è reversibile. Un litigio non lascia nessuno indifferente, ma lascia aperta la porta a una diversa comprensione di sé e di come funzioniamo nelle relazioni. In altre parole, il conflitto è materia grezza che può generare apprendimenti impensabili. È la violenza a essere distruttiva, non il conflitto. Francesco non colpisce il padre, pur volendo liberarsi delle sue aspettative pesanti. Con un gesto che assume su di sé, senza mai o senza più alzare le mani, gli ricorda che lui deve seguire la propria strada.
Che la relazione e l’affetto possono continuare, malgrado cessi la dipendenza. Che se non si può cambiare il mondo per come lo conosciamo, possiamo cambiare noi stessi.

Davide Lago

Davide Lago

Docente di pedagogia generale, formatore in percorsi autobiografici