MADRUGADA
Imparare da San Francesco, 800 anni dopo
«La vostra vita ci pare troppo aspra»
San Francesco è stato l’uomo che ha cercato di assomigliare più di tutti al Cristo. Dopo 25 anni di vita “normale”, fece una scelta radicale, spogliandosi di tutto e sposandosi con la Povertà («Questa, privata del primo marito, millecent’anni e più dispetta e scura fino a costui si stette senza invito», Dante, Paradiso, XI). Si impegnò nella predicazione, in opere di bene per i poveri, i lebbrosi e nell’amore per tutte le creature della natura. Per questa suo amore delle cose terrene, immettendovi tutta la carica della sua spiritualità, è stato anche definito come il primo materialista della storia, amante di tutto il creato.
La sua forza spirituale fu immensa e, al papa che riteneva la sua regola troppo rigida («Figliuoli, la vostra vita ci pare troppo aspra. Non dubitiamo di voi… ma temiamo per quelli che verranno dopo di voi»), Francesco rispose: «Messer Papa, io mi rimetto completamente al mio Signore Gesù Cristo. Come può mancare alle promesse che Egli fece a chi abbandona tutto per Lui?».
Chi ha fatto queste scelte di povertà estrema, come i nostri amici Michel e Colette Collard, di cui Macondo cha pubblicato il libro Clochard (380 pag., 1999), ne ha trovato un immenso beneficio. Anche noi, nel nostro intimo (e nel nostro piccolo), quando scegliamo la via dell’amore, dell’umiltà, del perdono abbiamo sempre visto seguire benefici spirituali.
Sono passati 800 anni da allora e tutto è cambiato. Pensiamo all’entusiasmo che riscosse la scelta della povertà estrema di Francesco. In pochi anni ventimila persone (di tutti i tipi) lo seguirono, pure le donne con Chiara e le clarisse.
Tempi in cui l’anima e i sentimenti erano tutto e vivere in fraternità spirituali, seppure poverissime, era “il vivere”.
Oggi siamo pieni di innumerevoli cose, si è evoluto il pensiero, ci siamo individualizzati. Siamo più soli, ma anche più coscienti. In questo nuovo contesto, come si può (in piccolo) attualizzare San Francesco?
Il coraggio
Vediamo alcune virtù di Francesco. Sempre lieto e allegro (prima e dopo la conversione), il suo enorme coraggio, al punto (la svolta) di abbracciare un lebbroso e poi vivere prevalentemente presso i lebbrosi, quando tutti li rifuggivano (si pensava che il solo contatto portasse la lebbra).
Aveva già mostrato coraggio in tante occasioni, finì in prigione come cavaliere nella guerra contro Perugia, va per le case dei suoi ex amici di Assisi a elemosinare (per avere pietre con cui restaurare le chiese), soffre per le ingiurie del padre e del fratello Angelo, va dal sultano per la pace, sopporta il tradimento dei suoi seguaci ritirandosi dal comandare, alla fine della vita gli sembra che tutti lo tradiscano e tutto vada a rotoli… ma mai cede.
Il servizio
Altra virtù è quella del servizio. Da giovane lavorò come garzone del padre nel commercio delle stoffe, il lavoro vero è per lui solo quello con le mani: contadino, operaio, muratore, non quello del commerciante. Così scrive Maria Sticco nella sua biografia (San Francesco d’Assisi, ed. Porziuncola, 2014). È questo tipo di lavoro che nobilita l’uomo perché coltiva la terra, è a contatto con la natura, produce cose utili. La sua attività quotidiana prevalente era il servizio ai lebbrosi dove dormiva. Non volle mai essere retribuito, accettava donazioni e pane solo per il giorno stesso, fiducioso nel domani.
La fraternità
Altra virtù è quella della fraternità. Un’assoluta novità in quanto la forma prevalente di vita dei preti o monaci era individuale (la vita monastica).
Francesco volle che i suoi frati vivessero, anche nelle esperienze dell’eremitaggio, sempre insieme (a tre o quattro): «Due madri e due figli» – come scrive Chiara Frugoni (Vita di un uomo, Einaudi, 2011) – che vivessero in modo alternato la vita di Marta e Maria. Marta che prepara il cibo e consente a Maria la contemplazione, e viceversa in modo da alternarsi. «…Quando meditate fatelo insieme…». Anche la vita degli apostoli (e dei templari) si svolse sempre in coppia, come fecero i primi cristiani in comunità fraterne, almeno fino al 313 d.C., quando Costantino fece del cristianesimo una religione di Stato. Dopo, molti cristiani, inorriditi dalla istituzionalizzazione del cristianesimo, fuggirono in Egitto o nel deserto per una vita monastica, da cui nacque il monachesimo con regole gerarchiche che mai accettò Francesco, favorevole a uno stile da “tavola rotonda” (che sarà anche di Re Artù, primo re che lottò nella storia non per interessi ma per ideali).
Francesco ricava queste regole (come tutto) dal vangelo: «Non fatevi chiamare maestro o padre… voi tutti siete fratelli». Una fraternità che volle estendere oltre i suoi confini agli stessi saraceni (stranieri, immigrati diremmo oggi).
L’amore per il creato
Altra virtù è l’amore per la natura, per il creato, che per Francesco rivela la grandezza di Dio e del suo amore verso gli uomini, quella spiritualità che si cela nella natura come dirà Waldo Emerson. Nel suo Cantico canta le lodi di sole, luna e stelle (tre) a cui seguono vento, acqua, fuoco, terra (quattro) che fanno 7, lo spirito del presente, i giorni della settimana, i 7 principali colori.
L’umiltà
Altra virtù è l’umiltà, con cui ha de-costruito la sua prima vita. Fino a 25 anni era il re delle feste, l’ambito giovane ricco che le pagava, da tutti riverito. La sua seconda vita, che va dai 26 ai 44 anni, si trasforma nella polarità opposta, tutto il contrario di quello che gli altri avrebbero voluto fosse, trovando la sua autenticità, non comanda ma ubbidisce, ma è anche libero di agire come vuole. Da commerciante diventa lavoratore manuale, da stoffe raffinate veste il grezzo saio, via dalla superbia. Lo immortalerà Branduardi col suo cd su san Francesco, il cui spirito di vita ritroviamo nel salmo 130 e nel capitolo XII della lettera di san Paolo ai Romani.
Sempre gentile, probabilmente imitando la madre francese che coltivava l’amor cortese provenzale delle sue origini. Anche prima della conversione mostrò sempre una notevole gentilezza, non sopportava le volgarità, le bestemmie, scrisse poesie e viene considerato il primo poeta italiano con il Cantico delle Creature (Mario Bertin, Il Cantico di Francesco d’Assisi, MacondoLibri, 2025).
Sopportò il dolore e soffrì in silenzio. Nei confronti della sua Chiesa, che voleva imporgli regole che non voleva, norme che bene conosciamo anche noi oggi in tutte le procedure per la sicurezza, la qualità nel «fare bene cose inutili». La scuola di Francoforte di Max Horkheimer, Theodor Adorno e Jürgen Habermas intuì quanto la burocrazia può dominare il mondo. Quando Francesco giunse nel campo dei crociati a Damietta scoprì che c’erano più prostitute che soldati (Epstein non è una novità). Ne soffrì, così come per le malattie e l’accanimento terapeutico dei suoi amici frati che lo volevano in vita a tutti i costi (come santo vivente da mostrare), accettando assurde terapie col ferro arroventato (di frate foco) che cercavano inutilmente di guarirlo dal tracoma. Dolore che visse anche quando subì il tradimento dei suoi frati che volentieri abbandonò per dedicarsi al rapporto con Dio e basta. Dolore anche per l’arrivo dei molti intellettuali affascinati e che poi normalizzarono le sue idee troppo rivoluzionarie.
Dolore che interiorizzò nell’anima con le stimmate (non corporee come dice Chiara Frugoni nella sua lunga e dotta indagine: Francesco e l’invenzione delle stimmate, Einaudi, 2010).
Il Cantico delle Creature finisce con l’imparare a perdonare e a morire. Sergej Prokofieff descrive, ne Il significato occulto del perdono, la vicenda di un uomo in un lager nazista a cui uccisero i 4 figli e la moglie e che incredibilmente riuscì a sopravvivere tre anni, quando di norma dopo un anno tutti morivano. Si scoprirà che visse così a lungo in quanto perdonò i suoi aguzzini, vivendo il polo opposto della vendetta: il perdono, che porta forze sovraumane. Imparare a morire significa imparare a vivere il più intensamente possibile.
Cosa significa oggi la povertà?
Cosa significa tutto ciò per noi (non certo eroi), 800 anni dopo? Meditare sulle sue virtù e, nel nostro piccolo, testimoniarle. Farne un “modello” ci porta alla depressione, troppo irraggiungibile. Ma cosa significa oggi la povertà? Non so se è la stessa via di 800 anni fa. Forse è un far fiorire la vita (e quella spirituale), fatta di amore e fraternità in noi e negli altri in tutti i modi in cui possiamo, scegliendo ogni volta il bene e seguendo i nostri talenti. Una via opposta a quella del denaro… la tentazione. Se cristiani saremo per la pace, non si finanzi la guerra, tanto più oggi che nessuna superpotenza può conquistare i popoli (e i loro cuori) anche se piccoli e deboli. Gli ultimi 50 anni lo dimostrano e non riuscirà il criminale Netanyahu con i palestinesi né con i libanesi, né altri, tantomeno qualcuno vorrà conquistare l’immensa Europa. I papi ultimi hanno parlato chiaro. Francesco, nonostante le guerre (allora più numerose delle attuali) e la tentazione del denaro, capì che “la via” era quella polare dell’amore. E quando saremo capaci (tra ventimila anni?) di fare sempre il bene, diventeremo da “ultimi” (uomini, capaci di fare anche il male), dopo le gerarchie angeliche che fanno sempre il bene, “primi” in quanto, liberamente, sceglieremo sempre il bene. Vasto programma.
Andrea Gandini
Economista, già docente di economia aziendale, analista del futuro sostenibile. Componente della redazione di Madrugada.
