MADRUGADA
La postura della minoritas
Le parole: i tasselli della nostra identità
Sempre più mi convinco che siamo le parole che usiamo, le parole scelte, quelle ricorrenti simil cantilene, quotidiane come il pane, quelle che amiamo di più e con le quali ci addormentiamo la notte, ci dichiariamo o ci nascondiamo al mondo, sono sicuramente tasselli fondamentali nella costruzione della nostra identità, della postura relazionale e comunicativa che ci caratterizza.
Le parole possono influenzare le pratiche quotidiane e le scelte, anche se “diluite”, non sono mai neutre, s-velano comunque da che parte stiamo, cosa conta per noi, come ci sentiamo, cosa preferiamo e a cosa ci affidiamo. Come il silenzio comunica così anche il non detto parla: le parole mai espresse, quelle taciute, censurate, mai osate, mai cercate per rappresentarci dicono molto di noi, accompagnano i nostri silenzi, i desideri inespressi, tacciono dissensi, mascherano tabù, segnano distanze, opportunità della vita che ci neghiamo o, semplicemente, non prendiamo in considerazione. Le parole sono, dunque, tutte importanti: quelle ricorrenti, preferite, ma anche quelle che non si dicono, non si scelgono, non si includono nel nostro repertorio lessicale.
Francesco, il lessico della minorità
Cercare le parole di Francesco è una bella sfida, va accolta in punta di piedi, coscienti che gli ottocento anni trascorsi pesano inevitabilmente, aggiungono e tolgono, le narrazioni su di lui abbondano, così come le interpretazioni, le censure, le incertezze, le approssimazioni, le riletture trasmesse e geminatesi attraverso un coacervo a volte discordante di fonti… tutto suggerisce prudenza.
Se si cercano le parole dell’assisiate, gli studiosi devono per forza riferirsi ai suoi scritti: preghiere, canti, lettere, le regole scritte per l’ordine, le esortazioni, le ammonizioni.
Quello di Francesco è stato definito, in modo suggestivo – in un saggio molto piacevole di Domenico Paoletti – «il lessico della minorità». L’autore ha analizzato la prevalenza delle parole usate e riferite al Santo e ha individuato principalmente ventuno vocaboli: parola, grazie, dono, accogliere, credere, gioia, fragilità, cura, prossimità, umiltà, camminare, insieme, com-passione, incontro, fratello/sorella, fratelli minori e sorelle povere, libertà, speranza, eternità, amore, fiducia. Sono le parole che, secondo l’autore, Francesco prediligeva, scriveva, con le quali esortava e che tracciano una scia nell’orizzonte della sua profonda e rivoluzionaria comunione con Dio e con il creato.
Ma ci sono anche altri vocaboli, evidenziati da altre ricerche, che completano con ulteriori importanti parole «il lessico della minorità» di Francesco: Signore / Altissimo, laude / laudato, che sottolinea il tema della lode e del riconoscimento della grandezza di Dio in ogni cosa; creature/creato (uomini, animali ma anche sole, luna, vento, acqua, fuoco, terra), riconosciute come un dono; pace, che diventa la prima e l’ultima parola detta in un incontro, il saluto e l’augurio: «Il Signore ti dia pace», e infine povertà: vissuta non come miseria, ma come umile e volontaria spoliazione necessaria per raggiungere una totale libertà spirituale.
Il giullare di Assisi ha sempre però preferito, vale la pena di ricordarlo, il primato dell’oralità nella sua missione di nuovo apostolo, rivelando una sua certa personale distanza nei confronti non tanto della parola scritta ma del libro, guardato con diffidenza, a volte ripudiato, perché ritenuto anch’esso simbolo di ricchezza e di potere (il libro nel 1200 era ancora un oggetto molto costoso ed esclusivo, posseduto dal clero e dai signori del tempo).
Al liber scriptus Francesco preferisce il liber naturae, la contemplazione e la lode del creato che si svela in infiniti modi, vissuta come esperienza e ricerca sensoriale, fisica, emotiva e spirituale profonda e di totale appartenenza. Il creato non è oggetto da trascendere, vile materia a disposizione dell’umano, ma soggetto con cui stare e condividere. La creazione non è una gerarchia rigida e immutabile di creature più o meno evolute e risorse a disposizione, è una fraternità, una comunità vivente, dove ogni elemento può trovare il suo posto e la sua armonia con il tutto, in cui ogni creatura, grande o piccola, ha una propria dignità e funzione divina. Francesco sente la rete di relazioni che anima la Terra, non tollera e non si riconosce in approcci di possesso o prevaricazione, di consumo e asservimento. Il sole, la luna, le stelle, la terra, il vento, l’acqua e perfino sorella morte non sono solo interlocutori, piuttosto portatori di un volto e del volto. Va da sé che con questa rivoluzionaria visione e intuizione codici miniati, libri filosofici, summe teologiche Francesco li lascia negli scafali, li considera alla stregua dei vestiti preziosi, dei broccati francesi venduti dal padre, tessuti lussuosi smessi dal giovane rampollo per un saio fatto di sacco, non lungo fino a terra perché anche la lunghezza della veste era segno di una solennità di status e di funzioni che riguardava i religiosi e i signori del tempo. Francesco nella sua radicalità non scherza, ma fu l’unico che, in un’epoca così controversa e difficile, seppe intonare canti nuovi di lode e letizia, riscattando perfino la figura del giullare, allora ritenuto troppo “volgare” nella lingua, nel sapere, nelle espressioni artistiche ed emarginato per le sue umili origini. Pochi sanno che si convertirà alla cerchia del povero di Assisi, prendendo il nome di frate Pacifico, Guglielmo Divini da Lisciano d’Ascoli, chiamato a quel tempo “il re dei versi” famoso per i suoi canti ritenuti piacevoli ma frivoli e mondani che venne riconosciuto perfino dall’imperatore.
Incontrato Francesco a San Severino Marche, si convertì e lo seguì fedelmente, componendo nel tempo, e insegnando ai suoi frati, un vero e proprio repertorio religioso di genere giullaresco: allegro, di lode, in lingua volgare, destinato ad attrarre i fedeli spesso esclusi dalle complesse ritualità della devozione tradizionale e ufficiale. A loro si unì anche Fra’ Benedetto “della Cornetta”, che con la sua piccola tromba di bronzo, alla maniera di un araldo, intonava in ogni piazza le lodi dell’Altissimo.
Fratello e servo di tutti
Francesco, in tempi di letizia e nella sofferenza, opera degli stravolgimenti che segneranno non solo la vita religiosa ma anche l’inizio di una nuova storia culturale, filosofica e letteraria: semplifica il linguaggio, non lo banalizza, gli restituisce la concretezza, l’immediatezza e l’evidenza necessarie per seguire la Parola, riconoscere e lodare la bellezza della creazione e contemplare il mistero. Una lingua dipinta dal cielo il cui Cantico delle Creature è il primo indiscusso capolavoro in lingua volgare della nostra letteratura, momento fondativo di una nuova concezione tra lingua, sacro e creazione artistica. Frate Francesco, alfiere della carità perfetta, oltre a recuperare il primato dell’oralità che scardina e fa impolverare i testi tradizionali in lingua dotta ed erudita della Chiesa e del potere, al poeta classico sceglie il giullare, al broccato il saio, alla cattedrale la grotta, alla ricchezza Madonna Povertà, ai signori i derelitti. Il suo intervento è non violento, coerente fino all’estremo e sistematico: demolisce certezze, capisaldi, gerarchie consolidate, la precedenza ora ce l’hanno i lebbrosi e il lupo. Il semplicissimus giullare che aveva scelto come ispirazione la minoritas ci lascia un patrimonio inestimabile, tutto caratterizzato da un’umile postura radicale: di chi sceglie di non dominare e controllare ma essere fratello e servo di tutti, per farsi prossimo e accompagnare… possibilmente in perfetta letizia.
Monica Lazzaretto
responsabile del centro studi della Cooperativa Olivotti scs presidente di Macondo
