MADRUGADA

Articolo di Chiara Cucchini

L’istruzione e il viaggio

Uno sguardo all’istruzione 2025

Tutti gli studi sullo sviluppo umano delle nazioni ci dicono che l’investimento più efficace è nell’istruzione. Chi investe nell’istruzione sa che prima o poi il proprio paese sarà più ricco e sviluppato. Ecco perché la prima emergenza dell’Italia è nell’istruzione, dove spende pochissimo: 3,9% del Pil. Quasi tutti i 38 paesi OCSE spendono più di noi e le prospettive, col riarmo, sono pessime perché soldi non ce ne sono, quindi o si spenderà per le armi o per scuola e sanità. Chi vuole sapere come sta la nostra scuola potrà consultare Education at a Glance, uscito a settembre 2025, che raccoglie importanti dati sui paesi Ocse ed è disponibile gratuitamente sul web.

Scuola superiore e università: livello critico

Se prendiamo un indicatore strategico dell’apprendimento, quello della capacità di lettura e comprensione di un testo nella popolazione 2564 anni in alcuni Paesi, l’Italia mostra un buon livello al primo ciclo (scuola primaria) e alla secondaria di secondo grado. Solo i paesi nord europei e Giappone fanno meglio di noi in questo primo ciclo, ma poi l’apprendimento si abbassa clamorosamente alla scuola secondaria di secondo grado (superiori) e all’università, nonostante la percentuale minore di laureati rispetto agli altri Paesi (30% vs 50%). Vuol dire che le criticità in Italia stanno soprattutto alle scuole di secondo grado e all’università, dove dovrebbero essere maggiori gli investimenti. Le scuole primarie di oggi sono peggiorate per alcuni aspetti (tagliate molte attività manuali e artistiche che aiutavano i bambini a sviluppare una propria autonomia e creatività), ma risultano ancora di buon livello, anche perché a questa età i bambini rispettano le maestre e seguono le lezioni (anche se stanno troppo seduti in classe, come spiegherà il maestro Federico Monaco nel suo saggio a pag. 16).
Nella secondaria di secondo grado, con l’adolescenza, tutto si complica, in una scuola che è la stessa da cento anni. Molti faticano a studiare nel modo tradizionale, hanno più conflitti con gli adulti, genitori in primis; sono meno disposti a seguire, impegnarsi, sacrificarsi. Hanno famiglie più fragili, spesso genitori separati, meno minacciati dal brutto voto – anche per le indulgenze dei genitori –, vivono in un mondo virtuale che li isola dagli altri. Poi sono arrivati gli immigrati.
Insegnare in questo contesto è più complicato di un tempo, specie negli istituti professionali, dove ci sono gli studenti più fragili.

Scuole professionali in crisi

I licei tengono ancora, anche se solo il 5% dei nostri diplomati raggiunge l’eccellenza (livello 4-5), rispetto al 26% in Finlandia, 15% Svezia, 13% Giappone, anche Germania, Regno Unito e Stati Uniti vanno meglio di noi; superiamo solo Austria, Francia e Spagna. Ma ciò che abbassa la performance dell’Italia sono i professionali, dove si concentrano gli studenti più fragili e meno motivati.
Per questo in Europa lo Stato spende molto di più che ai licei: per insegnare a studenti meno motivati, servono più personale, più laboratori o altri sistemi come il “duale” (alternanza scuolalavoro). Solo nei paesi anglosassoni si spende meno perché c’è l’idea di una società meritocratica e diseguale in cui i deboli si devono “arrangiare”.
L’Italia segue di fatto questo approccio, al di là dell’articolo 3 della Costituzione che dice che la Repubblica, inoltre, si assume il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che di fatto limitano la libertà e l’uguaglianza dei
cittadini, garantendo così il pieno sviluppo della persona umana e la sua effettiva partecipazione alla vita del Paese. Belle parole che, se non supportate da risorse, sono vuote.

Negli altri Paesi la spesa per studente nei professionali/tecnici è (da decenni) maggiore che nei licei. In Italia si finge di non saperlo: una omissione gigante dei partiti e governi italiani che dura ormai da 40 anni e una sottovalutazione di quanto il lavoro possa contribuire, se ben fatto e accompagnato, ad arricchire l’apprendimento tra i giovani, specie per chi non riesce a studiare, per cui nei paesi nordici e in Germania i 18-24enni, avendo imparato da ragazzi, combinano lavoro e studio: dal 30% al 50% dei giovani rispetto al 3% dell’Italia.
L’uso degli smartphone ha favorito nei giovani nuove competenze digitali e l’apprendimento dell’inglese, ma ha fatto regredire la capacità in lettura, matematica, ragionamento, pensiero critico, volontà. La conferma non viene solo dai test – nazionali e internazionali1 – ma dai docenti delle scuole superiori e dell’università che osservano da almeno 15 anni una crescente difficoltà a seguire le lezioni e organizzare lo studio. Benvenuto quindi il divieto a scuola degli smartphone e lezioni su come usarli.
L’Italia, nel confronto OCSE, mostra bassi livelli di istruzione – in termini di qualità e di titoli formali – tra i giovani e quelli degli adulti mostrano scarsi progressi nell’ultimo decennio e una crescente disuguaglianza tra i più preparati, spesso supportati da buone e abbienti famiglie, e quelli a livello più basso, nonché le note disparità tra nord e sud. Tutti gli studi OCSE ci classificano su posizioni basse nel confronto con gli altri paesi e sotto la media, tranne per le elementari.
Ancor più deludente è che nell’ultimo decennio i miglioramenti sono molto ridotti2 .
Investire nell’istruzione porta tutta la società a performance migliori. I paesi all’apice della classifica sono Finlandia e paesi scandinavi, ma ci sono anche paesi poveri come il Sud Africa con investimenti massicci nell’istruzione. Buone scuole accrescono occupabilità e retribuzioni.
Le imprese dichiarano una crescente discordanza tra le competenze richieste e quelle fornite dalle scuole. Sono cresciuti al 25% negli ultimi 10 anni gli italiani analfabeti funzionali (chi conosce in modo elementare la lingua, non legge libri, non sa fare calcoli o analizzare problemi), mentre la quota dei migliori, già inferiore a quella di altri paesi, è cresciuta di poco.
Un’Italia che si va americanizzando, con un’élite ristretta di laureati che sempre più spesso prendono master all’estero e una maggioranza impreparata. Di fronte ai crescenti problemi, i docenti si sentono soli e poiché far emergere le eccellenze o seguire tutti è impossibile, salvo lodevoli eccezioni, si appiattisce la didattica, con un impatto negativo sugli apprendimenti di tutti, sulla vita e sul lavoro.
La crisi della scuola non è solo italiana. Negli Stati Uniti la soddisfazione delle famiglie è crollata in 20 anni dal 55% al 35% (fonte Gallup), l’università di Oxford (UK) dichiara che per leggere e sintetizzare un romanzo il tempo impiegato dagli immatricolati universitari negli ultimi 20 anni è triplicato. Danni procurati dall’arrivo nel 2008 delle app e degli smartphone3.
I docenti hanno classi sempre più multiculturali (specie nei primi anni dei Professionali e Tecnici), cresce chi dichiara bisogni educativi speciali (BES), una burocrazia assurda fatta per difendersi da genitori che, a loro volta, “pretendono” che si insegni non solo un sapere codificato, ma creatività, pensiero critico, problem-solving, imparare ad apprendere.

Cosa determina la prosperità di un Paese

Tutti gli studi mostrano come, per mantenere la prosperità, un Paese debba investire sull’istruzione e che il benessere individuale è collegato alla soddisfazione di tre dimensioni: lavoro, affetti, hobby (creatività). Ma per far fiorire i talenti la scuola è fondamentale.
Le ricerche mostrano quanto soli e a rischio di disagio psichico siano oggi i giovani: scostanti, incapaci di scelte, provocatori perché sfiduciati. La responsabilità non è però soltanto degli smartphone e dei social. È di una scuola che non è cambiata, e dove è cambiata è peggiorata. Poi c’è la responsabilità di quei genitori – sempre di più i separati – che trascurano i figli o sovrappongono le loro aspettative a quelle dei figli, incentivati al mito del successo e del denaro.
La frantumazione sociale e il declino dei valori tradizionali, come il principio di autorità, ormai quasi scomparso nelle famiglie, non aiutano. Il sotto finanziamento dell’istruzione dà il colpo di grazia, impedendo di sviluppare nuove forme di apprendimento.
Sappiamo dell’importanza di avere bravi maestri, ma non si incentivano certo con i bassi salari attuali. Così, sempre più numerosi, i giovani se ne vanno all’estero (21mila solo nel 2024) e la percezione di un futuro incerto aumenta la frustrazione tra i giovani per lo studio, una generazione disillusa, che mina la coesione sociale e alimenta mal-essere. Più social e meno relazioni abbassano il livello culturale, la lettura e la scrittura. Crescono il chiacchiericcio intimista e virtuale, l’individualismo, la dittatura del denaro e della moda.
L’Intelligenza Artificiale promette una conoscenza facilmente disponibile e trasformerà ulteriormente il modo di produrre e di fare scuola, ma in realtà solo chi avrà saperi specialistici, difficilmente acquisibili, basati su conoscenze scarse, saprà criticare le risposte di ChatGPT e simili o fare buone domande. Di qui l’importanza di insegnare un sapere critico e qualificato ma anche come si usa l’Intelligenza Artificiale. Per John Dewey la scuola non poteva restare estranea alla trasformazione della società e doveva mutare radicalmente il proprio volto, mentre la nostra scuola, a differenza della sanità, è ferma da 100 anni alla riforma Gentile.
Altrove4 si è cercato di indicare le grandi trasformazioni della scuola. In questo monografico parliamo di una piccola grande cosa: il viaggio.
Macondo ha una sede in Brasile a Rio de Janeiro; sa quanto importante sia viaggiare: apre la mente e cambia la vita, apprendendo da mondi nuovi. Oggi i viaggi degli studenti sono minati dalla sicurezza, dai costi, dalle programmazioni mai concluse. Purtroppo, si viaggia sempre meno, ma sappiamo quanto sia importante per la nostra formazione. Per questo presentiamo alcune esperienze pioneristiche di scuole “viaggianti” che usano il viaggio per accrescere l’apprendimento, per provare a dare qualche spunto a tutte le scuole.
Una scuola viaggiante aumenta l’apprendimento perché fa conoscere altri luoghi, rende vive le materie, fa vivere insieme, in una sorta di collegio moderno, ha un docente educatore che si fa carico delle inquietudini e dei problemi, così importanti e sensibili nell’adolescenza e a cui i genitori non possono fare fronte da soli, fa fare sacrifici che temprano. Una tal scuola non può certo diffondersi senza maggiori finanziamenti pubblici, senza genitori che diano fiducia e adolescenti che sappiano uscire dalla comfort zone. Però fa pensare e dare spunti. Senza nuove, consistenti risorse la scuola, però, non si risolleverà.

  1. Il Censis (2024) ha messo in evidenza le gravi carenze culturali dei cittadini. Solo in un Paese arretrato ci può essere il 43% di diplomati che fatica a comprendere l’italiano scritto. La causa prima è la scuola. Enormi divari territoriali, scarse conoscenze in matematica.
    Si veda l’indagine Ocse sulle competenze della popolazione adulta (Piaac) e le indagini PISA sul livello di conoscenza degli studenti. ↩︎
  2. Nella maggioranza dei paesi Ocse non si migliora e in qualche caso si peggiora. Solo in Finlandia e Danimarca si migliora la capacità
    di saper elaborare un testo e in altri otto le capacità numeriche. ↩︎
  3. Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, ed. 2024. ↩︎
  4. Andrea Gandini, Per una scuola di relazione, Edizioni Lavoro e MacondoLibri, 2021. ↩︎
Chiara Cucchini

Chiara Cucchini

Docente di materie letterarie, istituto professionale agrario Parolini, Bassano del Grappa, componente la Segreteria nazionale di Macondo.