MADRUGADA

Articolo di Giovanni Realdi

Sanza turbazione e sanza mormorazione

Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angeli con frate Leone a tempo di verno, e il freddo grandissimo fortemente il cruciava, chiamò frate Leone il quale andava un poco innanzi, e disse così: «Frate Leone, avvegnadio ch’e frati minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e buona edificazione, nondimeno scrivi, e nota diligentemente, che non è ivi perfetta letizia». E andando più oltre, santo Francesco il chiamò la seconda volta: «O frate Leone, benché ’l frate minore illumini i ciechi, distenda gli attratti, cacci i demoni, renda l’udire a’ sordi, l’andare a’ zoppi, il parlare a’ mutoli e (maggior cosa è) risusciti il morto di quattro dì, scrivi che non è in ciò perfetta letizia».

Quando Franco Dal Pino leggeva, o meglio recitava, alcuni passaggi dei Fioretti o di altre fonti sui Mendicanti, il suo accento viareggino, che certo nulla poteva aver a che fare con la parlata di Francesco, suonava a noi sperdute matricole nell’aula N del Liviano, esotico e così lontano dall’altalenante veneto che, insieme ai capelli bianchi disordinati a coronare il capoccione e l’ormai veneranda età, ci sembrava che l’insigne storico avesse conosciuto di persona quei pazzi “poveri di Cristo” di cui era esperto. Recitava, quasi, perché riusciva a farci immaginare Francesco in cammino, rapito dai suoi pensieri e poi, fermatosi d’un tratto, eccolo che chiama a gran voce il fido Leone, affinché prendesse nota – scrivi! Per poi glossare, dopo ogni passaggio, «hai scritto tutto?». Forse quest’ultima domanda era un’aggiunta del professore, che destava in tutti grande ilarità, ma rendeva l’idea della complicità tra i due frati.

E andando un poco, santo Francesco grida forte: «O frate Leone, se ’l frate minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienzie e tutte le scritture, sì ch’e sapesse profetare e rivelare non solamente le cose future, ma eziandio i segreti delle coscienzie e degli animi, scrivi che non è in ciò perfetta letizia». Andando un poco più oltre, santo Francesco ancora chiamò forte: «O frate Leone, pecorella di Dio, benché ’l frate minore parli con lingua d’angeli e sappi i corsi delle stelle e le virtù dell’erbe e fossongli rivelati tutti i tesori della terra e cognoscesse le nature degli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e degli uomini e degli arbori e delle pietre e delle radici e dell’acque, scrivi che non ci è perfetta letizia». E andando anche un pezzo, santo Francesco chiama forte: «O frate Leone, benché ’l frate minore sapesse sì bene predicare, che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo, scrivi che non è ivi perfetta letizia».

I racconti delle vicende di Francesco d’Assisi, o meglio gli Atti del beato Francesco e dei suoi compagni, poi resi “pop” nei cosiddetti Fioretti, sono opera della pietà, appunto, popolare. Al pari dei vangeli apocrifi, nonostante gli sforzi dell’Istituzione, restituiscono non eventi accaduti con certezza, ma quanto la gente doveva ricordare del Santo, reso spesso in modo fiabesco. Una narrazione elaborata dal basso non può essere sottoposta all’indagine del “fact checking”, né a una prova che distingua la “realtà” da un prodotto di intelligenza artificiale: sono precauzioni che menestrelli e fraticelli quattrocenteschi non possono capire, e non solo perché sono di epoca pre-tecnologica. Una favola non deve aver a che fare con la verità sperimentale, ma solo con la realtà, senza virgolette, perché è la nostra di ogni giorno, fatta di carne e sangue. Una realtà che vedeva Francesco come un funambolo sospeso tra ciò che è divino e ciò che sacro.

E durando questo modo di parlare bene due miglia, frate Leone con grande ammirazione il domandò, e disse: «Padre, io ti prego dalla parte di Dio, che tu mi dica ove è perfetta letizia». E santo Francesco gli rispuose: «Quando noi giugneremo a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta del luogo, e ’1 portinaio verrà adirato e dirà: “Chi siete voi?” e noi diremo: “Noi siamo due de’ vostri frati” e colui dirà: “Voi non dite vero: anzi siete due ribaldi, che andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via”, e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame, infino alla notte; allora, se noi tante ingiurie e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbazione e sanza mormorazione, e penseremo umilemente e caritativamente che quel portinaio veracemente ci cognosca e che Iddio il faccia parlare contra noi, o frate Leone, scrivi che ivi è perfetta letizia».

L’operazione di costruzione e conferma del potere clericale voluta da Bonaventura (e da Giotto), la stessa che inventa le stigmate – come l’ha spiegata magistralmente Chiara Frugoni – proiettava Francesco non solo nel novero dei santi, ma nel primo posto accanto a Cristo, come suo “alter”, suo secondo. David Graeber, lo storico e antropologo anarchico, spiega che il potere divino ha a che fare con capacità metaumane, per esempio compiere miracoli e guarigioni, mentre ciò che è ritenuto sacro viene certo riconosciuto come dotato di questi poteri che incarnano la divinità, ma nello stesso tempo è colto come delimitato, arginato, gestibile da noi poveri mortali. È in qualche modo l’operazione dei Fioretti: raccontare il Santo nella sua potenza, ma anche nella sua misera umanità. Quale dio, se non un Dio sconfitto, potrebbe essere preso a bastonate e cacciato “con villanie e gotate”?

E se noi perseverremo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate, dicendo: «Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, ne albergherete»; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore o frate Leone, scrivi che qui è perfetta letizia.
E se noi, pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte, più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amor di Dio con gran pianto che ci apra e mettaci pur dentro: e quelli più scandalezzato dirà «Costoro sono gaglioffi importuni; io gli pagherò bene come sono degni» e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali noi dobbiamo sostenere per lo suo amore: o frate Leone, scrivi che in questo è perfetta letizia».

Francesco, in quest’episodio, immagina la vicenda dei frati suoi amici, dell’ordine intero, che già prendeva strade diverse da quelle da lui immaginate, e perfino della Chiesa tutta. Sembra un raccontino edificante, e invece si tratta di una operazione filosofica, una riflessione sul senso: il Santo è colui che è inviolabile, ma non in quanto supereroe, ma perché ha trovato un punto fermo che gli permetta di relativizzare il mondo, senza giudicarlo sbagliato. La letizia è perfetta perché compiuta, non necessita di altro; non è cioè il risultato, il successo, il vertice di una strada in salita a cui si arriva sgomitando e – per forza – entrando in competizione e quindi rilanciando ogni volta la prestazione (ma fino a quando? quando il potere, il denaro, gli onori sono davvero sufficienti?). L’immagine non è un triangolo al cui vertice sta la realizzazione, ma una circonferenza, in cui il centro è immobile, intoccabile – perché scelto radicalmente – e i punti del cerchio sono le cose della vita, la gioia e il dolore, Sora acqua e Frate sole e nostra Sora morte corporale, alle quali il centro stesso permette di dare il giusto peso. Francesco sembra aver modellato la sua esistenza fuggendo ogni risentimento, ogni opposizione, ogni separazione, perché anche nel lupo e perfino nel lebbroso c’è qualcuno da abbracciare.

E però odi la conclusione, frate Leone. Sopra tutte le cose e grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per l’amor di Cristo sostenere pene, ingiurie, obbrobri, disagi. Però che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri ma di Dio; onde dice l’apostolo: «Che hai tu, che tu non l’abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te?».
Ma nella croce della tribolazione e della afflizione ci possiamo gloriare, però che questo è nostro. E però dice l’apostolo «Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro signore Gesù Cristo». Al quale sempre sia onore e gloria in saecula saeculorum.

Giovanni Realdi

Giovanni Realdi

Insegnante di storia e filosofia, liceo scientifico statale “G. Galilei”, Selvazzano Dentro (PD), componente la redazione di madrugada