MADRUGADA
Francesco, il cane di Giacometti
L’infinitamente piccolo
Ottocento anni dopo la sua morte, Francesco d’Assisi continua a sfuggire. Sfugge dalle e tra le pagine di biografie aneddotiche e agiografiche, da quelle storiografiche e documentali; sfugge alle interpretazioni, a letture politiche e mistiche; sfugge a ogni tipo di appartenenza, ecclesiale o laica che sia. È come se ogni tentativo di fissarlo in un’immagine definitiva producesse l’effetto opposto: il suo profilo si dissolve e torna a essere quel “quasi niente” che il poeta francese Christian Bobin, nel suo piccolo libro luminoso, chiama l’infinitamente piccolo.
Scrive Bobin: «Francesco d’Assisi. Si sanno di lui poche cose, ed è meglio. Ciò che si sa di qualcuno impedisce di conoscerlo. Ciò che se ne dice, credendo di sapere ciò che si dice, rende difficile vederlo».
Insomma, di Francesco non si può tracciare una vera e propria biografia ma solo una… rotta di avvicinamento. Non si può raccontare per così dire la sua densità ma la sua trasparenza, quella cioè di un uomo che non vuole lasciare un’impronta, ma una direzione; che non costruisce sistemi, ma gesti. Un uomo che non voleva fondare una nuova istituzione, ma un nuovo modo di guardare.
E per Bobin, infatti, Francesco è «l’uomo che non trattiene nulla», colui che vive «senza presa», come se la sua santità consistesse proprio nel non voler possedere neppure la propria santità. È un Francesco che non si capisce con la mente, ma che si avverte a pelle e per mostrarcelo davvero Bobin ricorre a una frase del Libro di Tobia: il giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì. In questa frase non vediamo né l’angelo, né il giovane, vediamo solo il cane e lo vediamo mentre segue le due figure: quella del giovane reso invisibile dalla sua spensieratezza e quella dell’angelo, invisibile per il suo candore. Il cane sì lo vediamo: non ci sono molti cani nella Bibbia e nella vita di Francesco c’è stato di sicuro un lupo.
La comunità è ciò che ci manca
Il cane che segue il sorriso del giovane e la semplicità dell’angelo, con un’andatura del tutto simile a quella del cane scolpito da Alberto Giacometti, è Francesco.
E la domanda continua a… seguirci: perché tanti hanno seguito e continuano a seguire Francesco? Lui che è stato e voleva restare solo al seguito dell’invisibile e dell’inascoltato? Nell’ultimo incontro di redazione in preparazione del presente inserto monografico, tutti siamo rimasti colpiti dalla “provocazione” di Domenico Bedin nel chiedere e chiederci come ha fatto Francesco, uomo così radicalmente orientato all’essenziale, così attratto dal silenzio, dalla solitudine e dalla nudità del vangelo, a fare i conti con ciò che ogni profezia teme: la forma, la regola, l’istituzione.
Come conciliare il desiderio eremitico con la vita fraterna? Come custodire il fuoco senza chiuderlo in una lanterna? Come restare profeti senza diventare funzionari del sacro? Il filosofo Roberto Esposito, indirettamente, ci offre una chiave preziosa per comprendere questa tensione e il tentativo di conciliarla. Nel suo lavoro sul concetto di comunità, Esposito ricorda che munus non significa possesso, ma dono, obbligo reciproco, esposizione. La comunità non è ciò che abbiamo in comune, ma ciò che ci manca e ci costringe a uscire da noi stessi e a venirci incontro.
In questo senso, l’istituzione non è il contrario della profezia ma il tentativo – sempre fragile, sempre provvisorio – di custodire un eccesso che non può essere trattenuto. E lo sappiamo bene, proprio a cominciare dai tempi di Francesco, che l’istituzione rischia di irrigidirsi: istituire norme e regole per una vita comunitaria rischia di far perdere il contatto con la sorgente. Per questo la profezia deve continuamente tornare a ferire la comunità, a ricordarle che non è fine ma mezzo, non è possesso ma passaggio. Anche la profezia, per paradossale che possa sembrare, è il “cane” che segue.
Francesco vive esattamente in questo campo di tensione: tra la voce che chiama nel bosco e la comunità che chiede una forma; tra l’infinitamente piccolo e la necessità del grande; tra la casa che ripara e il vento che sconvolge.
E forse è proprio qui che la sua figura ci parla ancora: non come santo irraggiungibile, ma come uomo che ha abitato la contraddizione senza risolverla ma lasciandosi da essa seguire, seguendola.
C’è però un altro aspetto, più laterale ma decisivo, che merita di essere ricordato in questo anniversario: gli effetti collaterali – amabilissimi, quasi involontari – dell’opera non-agita di/ da Francesco.
Perché il suo gesto, così povero di intenzioni strategiche, così privo di calcolo, ha generato frutti che lui stesso non avrebbe mai immaginato.
A titolo esemplificativo ne vogliamo ricordare tre: 1) l’ecologismo prima dell’ecologia che attraverso la poesia pastorale del Cantico delle Creature incarna una strabiliante inversione tra figura e sfondo dove l’uomo non è più al centro del creato secondo una ripartizione dell’epoca dove c’erano, mercanti, guerrieri, ecclesiastici e reietti.
No, l’uomo non è al centro ma tra le creature.
È un’anticipazione radicale dell’eco-centrismo contemporaneo: la vita non è gerarchia, ma parentela; 2) il gap di genere si incrina. Quando Chiara entra nell’orbita francescana per la prima volta una donna accede alla stessa forma di vita, alla stessa povertà e alla stessa libera scelta di un uomo. Non come ancella, ma come sorella. È un gesto che incrina l’ordine simbolico del tempo e apre uno spazio di reciprocità che anticipa la lunga storia dell’emancipazione femminile; 3) l’impresa che anticipò l’impresa sociale. La fraternità francescana diventa un modello protocooperativo: la misera ricchezza non è accumulata, ma redistribuita. Il lavoro non è sfruttamento, ma servizio. La comunità non è fine a sé stessa, ma strumento di cura.
È un’anticipazione sorprendente delle moderne imprese sociali, dove il capitale serve a preservare la missione e a sostenere i più fragili e bisognosi.
Francesco non pianifica: accade
Sottolineiamo che tutto questo non nasce da un progetto, ma da un eccesso di gratuità. Francesco non pianifica: accade. La sua è un’impresa che non si preoccupa di costruire ma lascia fiorire e, piuttosto che prendere, si sottrae.
Paradossalmente la sua opera è stata così feconda perché non voleva essere opera.
In un’epoca segnata da guerre che – ancora una volta – vengono giustificate dal potente, schierando Dio dalla propria parte, la figura di Francesco ci costringe a un confronto scomodo.
Lui che ha disarmato sé stesso fino all’osso, oggi si troverebbe davanti a leader che brandiscono il sacro come arma, che trasformano la fede in propaganda, che arruolano il divino per legittimare la violenza.
Francesco, che chiamava “fratello” il lupo, oggi ci chiederebbe perché continuiamo a chiamare “nemico” un altro essere umano. Francesco, che attraversò il fronte di guerra per incontrare il Sultano senza scorta e senza paura, oggi ci ricorderebbe che la pace non è un’utopia da inseguire, ma un rischio da correre.
Francesco, che non volle mai possedere nulla, oggi ci mostrerebbe che la radice di ogni guerra è il possesso: di terre, di identità, di verità e persino, pura blasfemia, il possesso di Dio! Il suo messaggio apparentemente consolatorio è, di fatto, politico nel senso più alto. Ci dice che la pace non è un sentimento, ma una forma di vita; che la fraternità non è un’emozione, ma una struttura del mondo e che nessuno può usare Dio o una… parola per giustificare la morte di un altro.
E allora, in questo anniversario che rischia di trasformarsi in celebrazione retorica, proviamo a fare un passo indietro. A tornare al silenzio, alla nudità, alla fragilità. A quel punto infinitamente piccolo in cui Francesco non è ancora santo, né fondatore, né icona: è solo un uomo in ascolto che segue i nostri giovani turbati dai tempi che vivono, segue lo stesso angelo ancora candidamente invisibile e lo fa come quel cane macilento ma fedele di Giacometti.
Giuseppe Ferrara
Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all'Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara. Autore di sei raccolte poetiche; è presente in diverse antologie.
