MADRUGADA

Articolo di Alessandro Bruni

Francesco d’Assisi e Pietro Valdo,tra ieri e oggi

Tra profezia e scandalo
Francesca Tasca nel suo ultimo libro Valdo di Lione e Francesco d’Assisi. Due esperienze cristiane (Claudiana, 2025) racconta due vite che si sfiorano nel tempo ma prendono strade incompatibili.
Valdo sceglie la povertà radicale e mette in piedi una rete di predicatrici e predicatori laici che parlano alla gente comune nelle piazze, nelle case, fuori dal controllo del clero. È un cristianesimo senza tonsura, senza permesso, senza mediazioni gerarchiche, per lui la povertà ha una dimensione funzionale, pragmatica, apostolica. Per Francesco la povertà è una scelta ontologica, esistenziale, cristica nello svuotamento del sé che consegna alla Chiesa in obbedienza, in riconoscimento, nella regola. Anche Francesco, come Valdo, non era un sacerdote, ma un laico, un semplice diacono. Sul piano della storia possiamo dire che Valdo trovò un papa intransigente e Francesco un papa che riconobbe l’ordine, purché non contestasse il potere e la ricchezza della Chiesa cattolica. La Chiesa di Roma espulse Valdo sentendosi minacciata e accolse Francesco vedendo da subito che il richiamo alla povertà non avrebbe scardinato l’istituzione papale.
Tasca mostra come la linea che separa la «santità» dall’«eresia» non sia soltanto teologica, ma passi attraverso il potere di decidere chi può parlare, chi può predicare, chi può esistere. Questa non è solo una storia medievale. È una domanda sul rapporto tra vangelo e potere, su chi decide il confine tra modello e minaccia, tra profezia e scandalo. E tristemente riguarda ancora noi.

La torre più alta del mondo e il santo della povertà
Siamo nell’anno che celebra gli ottocento anni dalla morte di Francesco, il santo della povertà radicale, dell’umiltà senza retorica, di quel «frate vento» e «sorella acqua» che non avevano bisogno di torri per arrivare a Dio. E il cattolicesimo ha inaugurato a Barcellona la struttura religiosa più alta mai costruita dall’uomo. Sarebbe sbagliato liquidare il problema con una falsa equivalenza tra Francesco e Gaudí, entrambi radicali nella loro povertà personale, ma il loro rapporto con la forma era profondamente diverso. Francesco cercava Dio nel minimo, nel piccolo, nel nudo.
Aveva rinunciato agli abiti del padre nel mezzo della piazza, davanti al vescovo e alla città, come atto politico e spirituale insieme. Gaudí cercava Dio nel massimo della complessità naturale, nel labirinto organico delle forme, nell’eccesso calcolato che doveva travolgere i sensi per aprire il cuore. Amava ripetere che la facciata della Sagrada Família era pensata per chi non sapeva leggere: la democrazia dell’immagine contro il privilegio della parola scritta. C’è qualcosa di profondamente francescano, in questo – ma nella forma opposta, come scrive Gianni Moriani in La torre più alta del mondo e il santo della povertà (Ytali, 12 giugno 2026). E così ci troviamo a pensare che il “piccolo” nell’obbedienza di Francesco o la comunità dal potere condiviso di Valdo non reggono al confronto con una cattedrale perché il povero possa leggere la gloria di Dio, e in prospettiva con un ponte per glorificare un progresso di immagine su una terra che trema (da pagare a rate).
Oggi vediamo nella povertà uno stato inumano sul piano esistenziale dato che è totalmente scomparso l’accento mistico del pauperismo medioevale, quando si pensava che i poveri fossero vicini a Dio. Più vicino alle nostre concezioni è invece il comportamento sobrio nella vita, dove non esista più la povertà e venga posta a misura l’ostentazione della ricchezza o meglio la disuguaglianza che diviene vera discriminazione manifesta del vivere sopra le righe. Ma non è solo il gradino della disuguaglianza che dovrebbe fare scandalo, ma è il presunto diritto di poter vivere sopra le righe, acquistando beni al di sopra delle proprie rendite mediante rate che si protraggono per decenni, per potersi mostrare con un bene di lusso, apparentemente esclusivo (la diversità del lusso in un mondo globalizzato).
La disuguaglianza, in particolare quella economica, è un fenomeno che si insinua “dal basso”: viene percepito socialmente prima ancora di essere spiegato teoricamente e affrontato con soluzioni sostenibili. Nelle nostre società si manifesta in una crescente inquietudine nei comportamenti individuali che può tradursi in repentini mutamenti elettorali, tensioni fra i ceti meno abbienti e scelte politiche spesso irrazionali.
Global Justice Report (2026) concretamente propone una convergenza del reddito mensile medio a 5.000 euro per abitante in tutti i Paesi, colmando l’attuale divario di 1 a 16 tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo; un aumento della quota di patrimonio mondiale detenuta dagli strati più poveri della popolazione globale dal 2 al 30 per cento; e una riduzione della quota oggi in mano agli strati più ricchi dal 6 per cento allo 0,05 per cento nel 2100. Questo consentirebbe, secondo le stime, al 90 per cento della popolazione mondiale di raddoppiare il proprio reddito, lavorando in media la metà del tempo all’orizzonte 2100. In tale scenario, il riscaldamento climatico globale si attesterebbe intorno a 1,8 °C, rispetto ai 4,5 °C che deriverebbero dal mantenimento delle attuali politiche climatiche.

Dubitare degli uomini di potere
Anche un’analisi storica dei maggiori fenomeni politici dell’età contemporanea mostra come la resistenza a politiche fiscali più egualitarie sia stata spesso un elemento centrale nell’orientamento dei processi storici. Restano, tuttavia, le parole di Kant che, scrivendo nella sua Königsberg, sosteneva che «la speranza in un mondo migliore risiede nell’emancipazione dell’uomo da una condizione di immaturità autoimposta, definita come l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Questa immaturità è “autoimposta” non per mancanza di comprensione del mondo esterno, ma per carenza di coraggio e determinazione nell’usare tale comprensione senza affidarsi a un capo. E quando a decidere sono i capi, i risultati sono spesso storicamente prevedibili».
Dobbiamo dubitare degli uomini di potere e imparare ad autogovernarci nella giustizia e nell’uguaglianza. Ma qui mi nasce un’ultima immagine televisiva: il ricordo del cardinal Ruini in termini, inevitabilmente agiografici per la sua morte. Alberto Carrara, in La barca e il mare del 12 giugno 2026, scrive: «Se si vuole riassumere il tutto, pensiamo che sia possibile dire che Ruini è stato uomo di potere: potere dentro la Chiesa e rapporti privilegiati con il potere al di fuori della Chiesa, quello politico, in particolare […].
I giornali ricordano le sue campagne pro famiglia, contro aborto, divorzio e i suoi “valori non negoziabili”. L’informazione è corretta ma rischia di essere sviante e di parte. In realtà i valori difesi e i disvalori combattuti non sono soltanto di Ruini. Un cattolico laico è contro l’aborto, ma prende atto delle leggi dello Stato in cui vive.
Per un credente i “valori non negoziabili” sono tanti. In politica i valori, compresi la libertà e la democrazia, compresi aborto e divorzio, sono tutti negoziabili».

Noi siamo ancora sordi
In conclusione, le figure di Francesco d’Assisi e Pietro Valdo hanno una dimensione ben più profonda in chi oggi vuole praticare la sobrietà e l’uguaglianza: nella cultura del “piccolo” dell’obbedienza di Francesco o nella cultura del “popolo-Chiesa” senza clero di Valdo. Uno iato tanto maggiore per la convinzione oggi corrente che la povertà e le disuguaglianze siano e debbano essere un valore negoziabile. Confidiamo nella speranza già in seme che permetta la convivenza tra la kenosis, lo svuotamento e la piena sottomissione alla condizione umana di sofferenza e la praxis, la dinamica azione operativa di matrice apostolica. Sì, Francesco e Valdo sono ancora tra noi, ma noi siamo ancora sordi.

Alessandro Bruni

Alessandro Bruni

Biologo farmaceutico, già preside della facoltà di farmacia dell’università di Ferrara componente la redazione di Madrugada.