MADRUGADA
Il santo sconfitto
Estrarre la figura autentica di San Francesco, il suo tragitto umano e spirituale, dal fumo dell’agiografia, dagli interessi della Chiesa istituzione e dalla cattiva divulgazione è un’operazione forse impossibile. Anche perché Francesco d’Assisi non è un santo tra gli altri, ma il primo in classifica, il fuoriclasse, il patrono d’Italia.
Quello che intendo proporre qui, basandomi su qualche rara fonte ma anche sulla mia personale quanto imperfetta impressione, è seguire la vicenda di Francesco l’uomo, piuttosto di quella di Francesco il santo. Prendo così a prestito il titolo di un illuminante e documentato volume di Chiara Frugoni (con prefazione di Jacques Le Goff ), Vita di un uomo: Francesco d’Assisi.
La grande popolarità di Francesco comincia appena dopo la sua scelta di abbandonare il mondo e di sposare sorella povertà, quando diventa un formidabile polo di attrazione: in pochi mesi lo raggiungono centinaia di giovani di tutte le classi sociali. Dopo la sua morte e la canonizzazione a tempo di record (al papa e alla Chiesa serviva proprio quel santo), la fama di Francesco cresce a dismisura. Ma fu proprio la Chiesa e i diversi papi succedutisi nella prima metà del ’200 a imbrigliare la vocazione francescana fino a spegnerne i contenuti più innovativi e rivoluzionari. Francesco, e ancor di più e più a lungo Chiara, cercarono di resistere, ma alla fine furono sconfitti.
Francesco dei Miracoli
Le modifiche, gli aggiustamenti, le aggiunte alla vita di Francesco, la trasformazione e santificazione della figura di Francesco cominciarono molto presto. Fu Bonaventura di Bagnoregio (uomo colto e potente, professore di teologia alla Sorbona, ministro generale dell’ordine francescano per quasi 20 anni e infine cardinale) a mettere ordine alla vita di San Francesco. Nel 1263 viene pubblicata in latino la sua Legenda Maior, che da quel momento diventa l’unica biografia autorizzata di Francesco d’Assisi. Tutte le altre vite, cronache, memorie precedenti vengono distrutte o fatte sparire (cominceranno a riemergere solo verso la fine del 1800, a opera di alcuni medievisti).
Bonaventura veicola un’immagine edulcorata di Francesco santo, amplifica, esalta e in qualche caso fabbrica ex novo quei miracoli che rappresentano la prova certa della sua santità. Vengono invece taciuti i dubbi, le crisi interiori, i momenti di buio dell’uomo Francesco, la sua distanza dai poteri della Chiesa ufficiale, come pure i contrasti che anche prima della sua morte si erano accesi dentro la comunità francescana.
Il “Francesco dei Miracoli” (stimmate comprese) di Bonaventura diventa un esempio fulgido ma irraggiungibile: l’ordine francescano potrà così uniformarsi alla prassi degli altri ordini monastici. La scelta radicale di povertà viene definitivamente archiviata: appartiene solo al perfetto Francesco, non ai suoi imperfetti seguaci.
Pochi anni più tardi, la versione ufficiale proposta da Bonaventura nella sua Legenda Maior sarà illustrata fedelmente da Giotto nel magnifico ciclo della basilica superiore di Assisi.
La prova ultima della “normalizzazione” del movimento francescano – non bastassero le due regole bollate, la subordinazione dei frati laici ai frati sacerdoti e l’imposizione della clausura alle monache di San Damiano – arriva quando nel 1246 (sono passati appena vent’anni dalla morte del fondatore) papa Innocenzo IV chiama i frati minori ad affiancare i “cugini” domenicani per gestire i tribunali dell’Inquisizione nelle varie province italiane. Nel mirino ci sono soprattutto i poveri catari, i “puri” che credevano nel Cristo vero Dio ma non vero uomo.
La vita triste di Francesco e Chiara
«Tracciando un bilancio fra le attese della giovinezza e la realizzazione concreta degli ideali nella maturità, si potrebbe concludere che la vita di Francesco e Chiara fu una storia triste». È ancora la storica e medievista Chiara Frugoni a riassumere così il suo lavoro di studio trentennale sui due santi “gemelli” di Assisi.
Se fu la pressione e il potere della Chiesa istituzione a regolare e canalizzare l’impetuoso fiume francescano (un movimento di uomini e donne, nobili e umili, laici e sacerdoti, sempi e dotori), occorre dire che Francesco fu “tradito” molto presto dai suoi stessi compagni (e forse mai come nel suo caso la profezia si è così rapidamente mutata in istituzione), da quelle migliaia di seguaci, affascinati dal suo carisma ma che non potevano accettare la sua scelta radicale di povertà e di erranza.
Il buio e la luce
Ma prima di questo drammatico momento, serve tornare indietro, alla crisi che portò Francesco al suo abbandono del mondo. Qui non ci assistono molto le fonti, nemmeno quella Vita prima, la prima biografia scritta nel 1228 dal Tommaso da Celano: lui almeno, a differenza di Bonaventura, aveva conosciuto personalmente Francesco. Sappiamo che il nome di battesimo del santo era Giovanni e che era stato il padre a volere per lui quel nome così nuovo. E sappiamo che Francesco fu amato molto e teneramente dai genitori Bernardo e Pica: amato, coccolato, viziato e scusato per le sue stranezze e intemperanze di giovane mercante con l’aspirazione di diventare un cavaliere di nobili maniere.
Ma quando e come arriva la “conversione”, come siamo abituati a chiamarla? Questo a me pare un tema interessante, forse decisivo per capire l’uomo Francesco. Perché di un uomo stiamo parlando, visto che anche in assenza di una data precisa le fonti concordano a datare “l’abbandono del mondo” di Francesco quando aveva già compiuto 25 anni, un’età adulta nel medioevo.
Come e quando il giovane gaudente decide di essere il più povero degli uomini? Le cronache non riportano una data precisa per la “chiamata”, non arriva cioè nessun ordine dall’alto a indicargli il cammino da seguire. Francesco non è raggiunto dalla voce possente di Dio, come Abramo o Isaia, non è sbalzato da cavallo come Sauro/Paolo: deve fare tutto da solo Attraversare il buio, il dubbio, le domande su di sé: su che uomo vuole essere. Ci mette più o meno 5 anni a maturare la sua scelta.
Proprio questo lungo travaglio, questa fatica, avvicinano Francesco a ogni uomo e a ognuno di noi: Francesco deve fare una scelta, ma continua a tentennare. Non perché è un pavido, ma perché ogni scelta significa anche un abbandono. Nel caso di Francesco significava abbandonare per sempre non tanto vestiti e denari, ma il rapporto con gli amati genitori. Imboccata la nuova strada dell’amore, madre e padre diverranno orfani e lui non li incontrerà più. Forse la scelta definitiva di Francesco si compie quando accetterà che anche un gesto di amore provoca del dolore.
San Damiano e la porta stretta
Quando Francesco si spoglia di tutto rimane vicino ad Assisi e si mette a restaurare la chiesetta di San Damiano e quindi la Porziuncola. Conosce bene i fasti e i peccati di lussuria della Chiesa: sarà possibile ricostruire dal basso una nuova Chiesa? Dalla sua parte (la parte che ha scelto) ha solo la lettura e l’adesione alla vita di Cristo.
Dai vangeli estrae due lezioni fondamentali che lo guideranno per tutta la sua seconda vita, fino alla morte: la povertà e l’erranza.
La sua scelta è, infine, quella di essere povero tra i poveri, ultimo tra gli ultimi. Gli episodi che lo vedono fra i lebbrosi rimarcano l’opzione di Francesco: la società medievale aveva paura della lebbra più della guerra e i lebbrosi erano proprio “gli ultimi degli ultimi”, perseguitati, isolati, scacciati dalle città. Ma torniamo alla scelta di Francesco; rifiutare l’idea del possesso, anzi non possedere nulla. E non fermarsi in un posto, camminare, errare: proprio l’erranza, al contrario della stanzialità, eliminava l’idea del possesso e la tentazione di costruire altri conventi e monasteri.
Molto presto, pochi giorni o pochi mesi, Francesco non fu più solo. Molti lo raggiunsero, chiesero di seguirlo. Laici e religiosi, poveri ed ex ricchi, uomini e donne. Francesco li accoglieva con letizia, e senza fare nessuna distinzione, divisione o gerarchia: non era forse così che si comportava Cristo? Forse in quel momento, quando le file dei seguaci entusiasti si ingrossavano, Francesco concepì il sogno che fosse davvero possibile una riforma della Chiesa dal basso, che alla vita di Cristo e alla povertà si potessero convertire anche papi, vescovi e cardinali. La strada era stretta e Francesco non poteva non saperlo. Erano tempi di grande disagio nel popolo cristiano. Nelle orecchie di molti risuonavano le profezie di Gioacchino da Fiore secondo cui l’Anticristo sarebbe arrivato per dare inizio alla terza età dello Spirito Santo intorno al 1260. Ed erano tempi di eresia e di lotta agli eretici: pauperisti, mistici, millenaristi. La strada era stretta per il gruppo di Francesco, era facile passare “dall’altra parte”, venire bollati come eretici, oppositori da stroncare senza pietà.
La sconfitta della regola
Non c’era però solo la pressione della Chiesa, e in particolare quella del vescovo di Assisi, suo “protettore”. Erano i suoi stessi compagni che non potevano accettare la scelta radicale di povertà e di erranza di Francesco: siamo in tanti, abbiamo fame, non c’è un posto dove dormire, non sappiamo come comportarci.
Una regola? Per Francesco bastava seguire il vangelo, nel vangelo c’era tutto. Ma dall’interno del gruppo saliva sempre più forte la richiesta di una regola. Dall’interno e dall’esterno: anche la Chiesa la pretendeva e voleva esaminarne i vari articoli per approvare una regola ufficiale.
A questo punto, e dalle poche fonti, si intuisce con chiarezza, Francesco vive una seconda crisi esistenziale. Deve tener fede ai fondamenti della sua proposta (vangelo, povertà, erranza) o deve salvare il suo gruppo (dal caos, dalla dispersione, dall’accusa di eresia)? Francesco accetta di mediare. Accetta l’espulsione delle donne (con Chiara saranno destinate alla clausura), accetta la costituzione in ordine, accetta la preminenza dei frati chierici sui frati laici, lui che laico ha sempre voluto rimanere.
Mancava ancora una regola e su quella Francesco ingaggia l’ultima battaglia con la Chiesa.
Accetta di scriverla, ma la sua regola non bollata non viene approvata dal Papa; ne viene preparata una seconda, poi una terza, sempre più restrittiva.
Attraverso la regola bollata, le raccomandazioni, gli interventi diretti e indiretti, i diversi papi succedutisi nella prima metà del ’200 inglobano nella istituzione il nuovo ordine francescano, accompagnando migliaia di frati minori e i loro nuovi conventi nell’alveo rassicurante della Chiesa romana.
Francesco ne esce sconfitto. La sua idea radicale “tradita”, o comunque confusa, annacquata.
Ormai l’ordine, sempre più litigioso, è diventato un esercito, ma lui non è nato per comandare un esercito. Quella non è più la sua casa. Francesco lascia la direzione dell’ordine e riparte. Sempre povero ed errante.
L’ultima stazione
Francesco è sempre stato di costituzione gracile, ma da alcuni anni è un uomo sempre più malato, quasi cieco, ormai incapace di camminare. Forse il colpo decisivo alla sua salute era arrivato nel 1219 con la sua spedizione visionaria (chi se non un pazzo poteva tentarla?) in Egitto, da dove era tornato dopo un anno stremato e sconfitto: aveva predicato ai Crociati e parlato con i Mori, ma la pace non era arrivata.
Con le poche forze che gli rimanevano aveva continuato a girare l’Italia, ed era tornato più volte a San Damiano di Assisi per confermare la fedeltà alla sua regola non bollata, al suo voto di povertà e di condivisione con gli ultimi e gli scartati, i lebbrosi.
Certo, forse proprio a San Damiano, attorno al 1224 aveva composto il suo Cantico delle Creature.
Un testo meraviglioso che è sicuramente carico di una visione universale, altissima, quasi panica, ma che è stato assunto e veicolato dalla tradizione come il sigillo perfetto del carattere estatico e solare di San Francesco. Io, invece, non riesco assolutamente a sentirlo e a vederlo in questo modo. Vedo un uomo tormentato, assalito dai dubbi, in battaglia con poteri più forti di lui, costretto a inghiottire sconfitte, ma capace di non abbandonare il suo ideale e la sua fedeltà al vangelo di Gesù Cristo.
Quando Francesco vede arrivare la fine, sceglie l’aspro rifugio di La Verna. Con lui ci sono pochi amici, i compagni più fedeli. Ormai è un infermo, fa fatica a parlare, non ci vede più, ha le mani e i piedi solcati dalle piaghe. Soffre e prega, dorme in una cavità della montagna. Alla fine, si spoglia del saio e si stende sulla terra nuda; vuole tornare nudo anche lui, libero e spoglio di tutto. Bonaventura, come si è inventato un Francesco giovane e allegro che parla con gli uccelli, ora immagina (e testimonia) la visita notturna a Francesco di un angelo. Non un angelo qualsiasi, ma un serafino, della schiera eletta degli angeli di fuoco più vicini a Dio. Per Bonaventura sarà il serafino a trafiggere il torace e gli arti di Francesco. Così, grazie alle stimmate, il nuovo Santo sarà la copia perfetta di Cristo.
Con o senza stimmate, Giovanni, detto Francesco di Assisi, affronta la sua ultima battaglia di uomo. In quell’ultimo miglio, come a tutti, gli sarà passata davanti tutta la sua vita, sua madre, suo padre, i suoi frati, Chiara… Ma ora si è fatto buio, resta appena il tempo per un saluto, agli uomini, agli animali, a tutto il creato e anche a te, “sorella Morte”.
Finiva così la vita di Francesco uomo e incominciava la sua carriera di santo. Ma per capire qualcosa di lui dobbiamo guardare più al travaglio di un uomo, non ai miracoli del santo, perché solo attraverso il buio riusciamo a vedere la vera luce.
Francesco Monini
Direttore responsabile di Madrugada e del quotidiano online Periscopio
