La felicità, esperienza o idea?

Scorrendo le pagine di Madrugada

e non è naturale, è certamente vitale andare controcorrente, come a novembre le anguille che vanno verso il mare dei Sargassi a riprodursi, o forse fuggono dalla palude invasa dalle anatre che portano il morbo.

C’è sempre un secondo senso nelle parole, che si leggono da destra a manca e da sinistra a destra. Della parola umana scrive Giuseppe Stoppiglia in L’io vagabondo, l’altro giramondo. Trovarsi nella relazione che riprende tracce di scrittura sul pensiero unico, sulle sopraffazioni del mercato e lo schiacciamento della persona sotto il peso del consumo.

Quel che segue è una cosa simpatica, una strenna di natale, che ricevi alla vigilia. Delle varie strade verso la felicità racconta il monografico.

Apre il sentiero Mario Bertin in La felicità disperata, perché la felicità è un’esperienza, non un concetto, è uno stato di grazia, ma non è permanente; nutre il desiderio, ma non si confonde con la tensione verso qualcosa che non si ha, nutre la speranza, ma la rifugge, vive il presente con amore come se fosse eterno.

Apre secondo calle Franco Riva con Gli idoli della felicità perché sul mercato sono tanti a vendere una felicità facile per tutti, che chiede silenzio e assuefazione, ma che poi restringe le maglie; la felicità non è un premio; la felicità si cerca, come la libertà, la liberazione, la si incontra soprattutto sul volto ferito dell’altro.

Apre la terza dimensione Carmine Di Sante con Dio, irruzione, alterità e felicità che tenta di scoprire il mistero, il codice della felicità. La felicità è il frutto di un’asimmetria (ancora una parola difficile, come difficile è che uno dia qualcosa in cambio di niente; questa è asimmetria) che richiede una risposta asimmetrica (se uno ti chiede la tunica dagli anche il mantello; e io con che rimango? Appunto); perché il dono ricevuto da Dio (o dalla vita comunque) richiede una corrispondenza attiva, non rituale.

Si apre a questo punto una finestra, un orizzonte nella scrittura, di Yarona Pinhas, ebrea che legge L’essenza della felicità nella Torà, e di Hamza Piccardo, musulmano, che legge la felicità tramite il Corano, due prospettive di ricerca, occhi che scrutano nelle scritture la saggezza.

Quando le anguille arrivano in prossimità del mare bevono l’acqua salata (come son diversi i gusti del mondo) e cadono nelle vasche in entrata libera e lì restano catturate. Poi arriva il vallante, le raccoglie dal lavoriero e depone quelle grandi nelle bolaghe, quelle minute libere verso il mare.

Anch’io pesco, un poco fingendo di andare a caso. Cardini Egidio scrive da Lisbona. Lisbona è un addio e un arrivederci, è la città dei garofani rossi per Alvaro Cunhal e per Sant’Antonio, è la città del canto, una città triste, ma appassionata, romantica; ha sposato il vento che ti manda lontano e ti riporta a casa.

Il teleosteo serpentiforme abbinato a Giovanni Realdi che fatica a distinguere il gorgoglio della caffettiere dal saluto mattutino della preside in sostituzione e ricambia con il suo Buongiorno tristezza le scaramucce malcelate della scuola.

Alessandro Bresolin fa una lunga intervista a Tamburrano su Il caso Silone: tra revisionismo e pregiudizio, per rivelare questa figura di uomo e di scrittore, rivelare per togliere il velo che lo offusca, ri-velare, per rimettere il velo che lo difenda dalle ingiurie degli uomini.

Sara Deganello ci propone di Ascoltare la voce dell’uomo dietro gli steccati del sacro. Echi di storie dal Brasile, una riflessione positiva sul rapporto tra religione e vita quotidiana.

Preso per la coda, mi scivola via, si perde nel fondo e si adagia sul pavimento viscido del lavoriero, il nero serpentiforme del diario minimo del nostro direttore, Francesco Monini, autore pure del commento alle foto di Luca Gavagna sul Tresigallo festival, preceduto da Macondo e dintorni del Vostro pescatore sempre presente.