Vivere assieme

Ogni luogo è sacro

«Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi […] al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un’illusione: l’illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa» (Trevi, 2004).

Disorientamento e impegno

La massa di informazioni che ogni giorno ci arriva: dalle condizioni del tempo, ai prodotti di bellezza, agli avvenimenti politici, alle guerre fratricide combattute in ogni parte del pianeta, dovrebbe fare di noi – cittadini dell’era 2000 – persone responsabili, capaci di cogliere la portata effettiva delle nostre scelte e degli effetti che, attraverso di esse, produciamo. Èinvece vero il contrario; aumenta sempre di più la difficoltà di orientarsi, di poter assumere la responsabilità delle nostre azioni individuali, cresce l’alienazione, il senso di spaesamento, di disorientamento e di sradicamento e, per ultimo, quello di disincanto e rassegnazione, quasi che gli avvenimenti che avvengono su questo pianeta non ci interessassero direttamente. Dall’orizzonte umano si allontana sempre di più la speranza di una condivisone collettiva per un progetto di cura del pianeta e dei suoi abitatori, la speranza di un futuro possibile. Cresce, invece, la solitudine e l’emarginazione di strati sempre più ampi di persone; si diffonde sempre più il cinismo quotidiano (spesso mero automatismo di difesa dal dolore eccessivo che ci soverchia) che diventa comportamento, habitus. Se ciascuno di noi non può fare nulla per arginare questa deriva sociale e umana che senso ha allora l’impegno personale? Prende sempre più piede un atteggiamento di “responsabilità per omissione”. Non potendo il singolo individuo farsi carico dei tanti mali del mondo, accetta passivamente il bombardamento mediatico della TV che lo tranquillizza e lo deresponsabilizza.

Separazione originaria dal luogo

Quali che siano le ragioni di questo imbarbarimento del mondo, ciascuno di noi, individualmente, patisce una separazione originaria, l’assenza di un rapporto con l’altro da sé; ciò che rende impensabile noi stessi senza l’altro. Ogni separazione riapre la vecchia ferita, così come ogni riunificazione, ogni riappacificazione è felicità. Questa storia ci è stata raccontata tante volte e con diversi nomi: l’agàpe del Nuovo Testamento (l’amore del rapporto tra genitori e figli), la philìa, l’amore di coppia come lo intendeva Aristotele. La Grande Storia (che poi, in ultima analisi, è la storia dei vincitori) ci ha consegnato un mondo sequestrato di affetti dove i fatti personali, i desideri e le passioni dei singoli, le ansie quotidiane sono del tutto insignificanti. L’ordine prestabilito diffida dei sentimenti, delle esperienze dei singoli, è sordo al loro dolore. Esso, questo ordine, si affida a ricostruzioni storiche unitarie e alla fede nel Progresso che travalica le coscienze dei singoli. A questa concezione del mondo potente quanto persuasiva potremmo contrapporne una più debole basata sul dialogo, sul rispetto delle pluralità, delle differenze, dell’essere-in-relazione e dell’emancipazione dei singoli uomini dalle strutture del potere. Costruire, insomma, uno specchio che riflette una realtà diversa, un nuovo rapporto con il mondo, con le cose che ci circondano, le persone, gli animali. Come diceva Benjamin: «La pluralità della storia è simile alla pluralità delle lingue: la storia universale in senso moderno potrà essere solamente l’esperanto».

Luogo umano e spazio senza qualità

L’incontro con l’altro, così come quello con se stessi, presuppone un luogo e i luoghi sono quei posti dove accade un evento: senza evento non ci sono luoghi. In questo senso ogni luogo è sacro poiché esso ripete la struttura e la complessità dell’universo, pur essendo ognuno diverso dall’altro. Il mondo dei luoghi è un mondo carico di messaggi: case, villaggi, oracoli, santuari, strade, boschi. Il luogo fa parlare lo spazio, conferisce ad esso vita e forma. Ogni luogo ha, a differenza dello spazio, la propria misura, ogni luogo segna anche il tentativo dell’uomo di mettere ordine al caos del mondo: l’agricoltura, la potatura degli alberi, la cura dei fiori, il tracciato delle strade, l’allineamento delle case, il tracciato dei confini, l’orientamento dei percorsi, la costruzione di un “centro”: il centro del mondo. L’invenzione dello spazio, nel moderno, corrisponde ad un’operazione di geometrizzazione del mondo, il moderno ha desacralizzato i luoghi riducendoli a spazio. Lo spazio di Cartesio, bidimensionale, geometrico, infinito; lo spazio della fisica come percorribile in ogni direzione (senza direzione), quello dell’economia inteso come distanza fisica da un punto all’altro e poi via via quello della geografia, dell’urbanistica. Lo spazio è dunque sfondo, tavola, piano, pura proprietà geometrica senza qualità. Lo spazio è il cadavere del luogo; nello spazio non c’è vivente. Il non-luogo, questa letteraria immagine postmodernista, non corrisponde alla vita reale delle persone che si incontrano, si ri-conoscono, si raccontano storie e sono impegnate in una ricerca di senso profonda: il senso e il mistero della vita. Una insolita quanto persistente interpretazione del presente descrive questo passaggio dall’epoca moderna a quella attuale (chiamata impropriamente contemporaneità) come una frattura epocale in base alla quale si sta realizzando una tabula rasa del passato: l’uomo contemporaneo sarebbe allora un uomo nuovo e altro, così come il concetto di uguaglianza verrebbe sostituito da un paesaggio competitivo dove c’è posto solo per winners e loosers. Ad accreditare questa visione c’è il passaggio da una forma di organizzazione sociale basata sul bene comune ad un’altra nella quale tutto è privatizzato: ospedali, scuole, università, carceri, spiagge e perfino la vecchiaia (ciascuno deve avere la sua previdenza individuale se vuole avere speranza di vita).

Ridare qualità alla città

Ma quale società è possibile se non abbiamo più niente in comune? Questa tendenza catastrofica (per il genere umano) sta provocando una trasformazione antropologica dei singoli che la stanno interiorizzando accettando come naturale uno stato di devastazione sociale, un mondo privo di solidarietà, attraverso il condizionamento che i grandi mezzi di comunicazione di massa esercitano sulla configurazione delle coscienze individuali. La città era anche tutto questo: non solo luogo riparato dalla natura ostile, ma luogo della socializzazione delle pene e degli affetti, luogo dove imparare a vivere con gli altri, luogo dove sono chiamati a vivere tutti i popoli della terra e, infine, sogno millenario della pace.

Tuttavia cedere a questo paesaggio post-umano basato sulla sovranità del consumo e sull’eccesso di libertà a spese dell’uguaglianza, vorrebbe dire condividerne la complicità e subirne il ricatto, oltre che operare una violenza sui propri desideri, sulle proprie speranze, sulla propria vita quotidiana che si svolge con modalità diverse da quelle che ci vengono propinate. C’è una società civile in azione formata da singoli irriducibili che si incontrano, che “perdono” il proprio tempo a raccontarsi storie, che solidarizzano, che coltivano fiori, che continuano a commuoversi della bellezza e dell’amore, che adottano bambini sfortunati, che si fanno carico del dolore degli altri… Insomma un universo di irriducibili che spesso anche inconsapevolmente (non sempre sono animati da propositi politici o ideologici) si oppongono tenacemente a questa deriva chiamata neoliberista.

Un’idea progettuale urbana

Ora la domanda è, come dice Cacciari: si può vivere senza luoghi? È possibile abitare o vivere dove non si danno luoghi? Il territorio della metropoli contemporanea sembra essere privo di luoghi: ogni spazio è occupato da funzioni, ogni spazio risulta contiguo ad ogni altro, senza pause, senza interruzioni. Lo spazio sembra creato solo per essere attraversato, senza sosta, senza incontri: un continuum che può essere solo misurato e che non rimanda ad alcun valore simbolico o affettivo. E in questo continuum solo spaziale sono insediati contenitori vuoti: magazzini, capannoni, grandi uffici, banche, commercio, consumo. Tuttavia, a fronte di questa dispersione dell’urbano, le persone cercano e occupano spazi e luoghi che trasformano in incontri, spazi di sosta, di comunicazione, di scoperta, di narrazione. Sempre più comunità etniche si danno appuntamenti in luoghi anonimi, lontani dal fragore e dal caos della città, li occupano, li eleggono a loro luoghi dell’incontro, spesso li condividono con altre comunità. Così allora, quegli spazi anonimi vengono sottratti all’indifferente metropolitano per essere eletti a dimora, paese, luoghi cari. Ai progettisti bisognerebbe dire allora che non si tratta di progettare piazze o spazi da dedicare (esclusivamente) a questi incontri che, semmai fossero realizzati, rischierebbero di rimanere vuoti e deserti, quanto piuttosto di contribuire a creare spazi adatti alle esigenze del nostro bisogno di vivere assieme, spazi capaci di essere modificati, adattati; spazi di sosta e di contemplazione, di gioco e d’incontro, di silenzio, di raccoglimento, ma non come oasi in un deserto metropolitano anonimo dove sovrasta incontrastato il regno del Consumo, ma in una città che sia l’espressione di una vita collettiva condivisa, serena, pacificata; espressione di un grembo materno, accogliente e non una macchina dove gli individui sono cittadini passivi, silenziosi e anonimi, spettatori di un circo mediatico dove ogni aspetto della vita viene ridotto a puro scambio utilitaristico e dove si susseguono eventi a mo’ di un perenne carnevale (la carnevalizzazione del mondo), dove vengono bruciate in un sol attimo esperienze, incontri che richiederebbero pause, lentezze, elaborazioni, ascolto. Non è cosa che possa riguardare esclusivamente i progettisti, gli urbanisti, gli amministratori della cosa pubblica pur se avveduti e sensibili. Si tratta piuttosto di avviare assieme un processo di riappropriazione della vita, che la sottragga ad un riduzionismo economico che impazza nel mondo come se essa – la vita – fosse pura merce. Forse il tentativo è troppo difficile, ma tuttavia non mancano argomenti più aggredibili come quelli di sottrarre incessantemente brani di città e di spazi socialmente desertificati per destinarli alla cura dei nostri comuni problemi di umani.