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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Estate, tempo di code al casello

di Deganello Sara

La democrazia dell’imbottigliamento 

«Pianificare le partenze tenendo conto delle previsioni di traffico. Viaggiare riposati, fermarsi al primo accenno di stanchezza facendo soste frequenti nelle aree di servizio e nelle aree di parcheggio». [dal decalogo Viaggiare sicuri di Autostrade per l’Italia]. 

Stefano Benni, nel suo libro Elianto, si immagina l’inferno come un grande, enorme, ingorgo stradale. Auto accatastate, clacson, nervi a fior di pelle, insulti e una lentissima, praticamente nulla, velocità di crociera. Più grave è la colpa da scontare, più grossa la cilindrata a disposizione. Così i dannati caduti più in basso nel girone infernale sono costretti a guidare incolonnati una Ferrari o una Maserati, mentre le colpe più lievi possono essere scontate in Panda. Per l’eternità. 

Questa immagine mi torna in mente nei weekend estivi. Non faccio settimane bianche, quindi non saprei dire com’è la situazione in inverno. Invece nella bella stagione, ora che abito a Milano, ogni volta che lascio la città alla ricerca di un sollievo di mare, campagna, montagna, ritorna la bolgia. Ogni occasione in cui decido di andarmene scopro che non è stata un’idea raminga. La compagnia è sempre numerosa. Siamo tutti lì, ogni volta, insieme, sulla tangenziale di Milano, sull’autostrada che va al lago, sul budello di strada che sale in Valtellina, sul treno per Genova, La Spezia, la riviera, o sui binari del ritorno, rigorosamente la domenica sera, quando le montagne si svuotano e vomitano auto che si incasellano nei paeselli di passaggio. Il pedaggio della vacanza pronti contro termine, un lasso di tempo compreso in 24 ore di luce, non si paga col soldo ma con l’incolonnamento. Con il tempo che dilata lo spazio. Antitesi alla rapidità di cui abbiamo addobbato la nostra civiltà. Nemesi cosmetica. Ci imbruttisce, la vendetta del weekend. Ci sfianca. Il last minute non perdona. Si sta stretti, se riesci a trovare posto. 

Ma la scatola cinese – di sardine – apre un altro raggruppamento. Dopo l’odissea stradale c’è l’accozzaglia della spiaggia libera. Così liberale che il simulacro egalitario del metro quadrato di sabbia a testa, ombrellone e sdraio compreso, rimane una geometria dell’alto Adriatico. Visto che ognuno vuole il proprio posto al sole, e la lingua della spiaggia ligure è stretta, occorrerà accontentarsi di un buchetto. O degli scogli. Comodi. Ma comunque senza stendere le gambe, per non andare a cozzare sul capo del vicino. Senza troppo accampare né tende, né pretese. Le 3p della rivoluzione borghese, produco, pago, pretendo, sono sospese nei weekend. Proprio nel momento in cui servono di più! Lavoro tutta la settimana, voglio relax e natura nei giorni del riposo contrattuale, ho comprato pure l’attrezzatura per la caccia alla medusa e voglio ammortizzarla, parto e invece di raggiungere in beltà e grazia il luogo della – cortissima – villeggiatura… «si ritrovava incolonnata sulla tangenziale di Milano. 35 km di fila in direzione Genova. Senza aria condizionata». Effettivamente è un film di Fantozzi. Sopportazione e dolore. 

Sono situazioni eccezionali o è la normalità (domanda insidiosa in un Paese come l’Italia)? Ciascuno risponda secondo esperienza. Io porto la mia. E aggiungo: empiricamente non ho mai conosciuto nessuno che si compiaccia di perdere il proprio tempo incolonnato dietro ad altri. Meglio sarebbe arrivare sempre primi, senza intralci, senza condizionamenti. Quindi perché costringerci a qualcosa che ci dispiace? Per un beneficio maggiore. Il mare. Il fresco. Il verde. Goduti intensamente per un giorno e mezzo. La domenica pomeriggio già si parte per non incontrare traffico. Partenza intelligente. Se non è condivisa da altri con la stessa idea. Trucchi per ferie a rate, a weekend. Spalmi durante tutto l’arco estivo la vacanza, a piccole dosi. Così l’abbronzatura è più graduale e dura nel tempo. Intelligente anche quella. 

I luoghi dell’incolonnamento, quali che siano i comportamenti e le scelte che sottendono, sono buchi neri. Risucchiano energia. Ma, sembra, non possiamo farne a meno. Come il petrolio. L’elettricità. La carta igienica. Con la differenza che la carta igienica è soffice. Sarà forse, come tratteggiava ironicamente Stefano Benni, la condanna per la nostra stupidità? 

Alcune considerazioni. È risaputo che l’Italia ha una dotazione infrastrutturale – strade, ferrovie – rimasta ferma agli anni Sessanta. Ora aspettano tutti l’Expo per avere la scusa buona e costruire qualcosa, quell’una tantum emergenziale con cui si muove di solito il nostro Paese. Si sa anche che le Ferrovie dello Stato sono un calvario, sia per chi le amministra che per chi le usa. Lontane anni luce dagli standard europei con cui si ripromettono di concorrere. Poi, è vero, la Liguria non ha i metri di sabbia del Veneto e della Romagna. Ha tuttavia la colpa di essere il mare più vicino a Milano. Tutto questo può spiegare, da un punto di vista strutturale, l’ammucchiata domenicale. La causa ultima è, naturalmente, una scelta personale. Etica, direi, se non avessimo caricato la parola di significati seri e importanti, inadatti a essere affiancati da una vacanzina. Si sommi al tutto la moltiplicazione delle possibilità che il costume italiano e occidentale, in generale, ha subìto. Tutti vanno dappertutto. Tutto è accessibile. Anche la cima del K2 (per 13mila euro). E poi, un weekend di relax non si nega a nessuno. Fosse pure ai Laghi di Posina (Vi). Siamo la democrazia del benessere (e della beltà, direbbe Silvio). E, finché non abbiamo un jet privato, siamo anche la democrazia dell’imbottigliamento. Sarà una colpa?