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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Perù: i nuovi volti dei poveri

di Mora Lazzarini Mosé

Vorrei condividere con tutti voi alcune riflessioni sorte durante la XVII settimana di riflessione teologica che il nostro Istituto comboniano ha organizzato. Dal 6 al 10 novembre 1995 abbiamo riflettuto sul “Neoliberalismo: sfida alla chiesa in America Latina”. È stata dedicata una giornata ai “nuovi volti dei poveri, vittime del neoliberalismo nella società peruviana”. Che tutto quello che si scrive “sui poveri” ci aiuti a non entrare nella logica mercantilista. Una canzone di Ayacucho dice: “… anche il nome dei poveri si vende”. A voi quindi queste riflessioni semplici e nello stesso tempo profonde, presentate da un sacerdote che lavora nella periferia di Lima.

Un processo doloroso di assimilazione e cecità
In questi ultimi anni la povertà si sta aggravando progressivamente e il volto collettivo del Cristo sofferente si fa sempre più presente. La nostra gente vive in uno stato di dipendenza ideologica per poter sopravvivere, e:

  1. vive con l’affanno di cercare denaro a tal punto da perdere la sua dignità;
  2. approfitta più che può dell’appoggio che il governo e le ONG gli danno, dimenticandosi dei vicini e delle proprie organizzazioni popolari;
  3. si converte progressivamente al “fujimorismo”, rimproverando quelli che non lo sono. Si attacca agli “idoli” del beni materiali e delle persone che incarnano il sistema, arrivando a sostituirlo con la partecipazione ecclesiale. Questa massa della popolazione pensa che adesso stiamo meglio. I mezzi di comunicazione sociale le hanno chiuso gli occhi davanti alla realtà, per salvare la “buona immagine” del paese, dentro e fuori del Perù;
  4. è aiutata dal governo e dipende da lui. In verità gli aiuti mantengono in vita i poveri, finché ci sono. Questi aiuti, distribuiti come sono, producono una incrostazione che impedisce lo sviluppo del povero, invece di promuoverlo;
  5. nelle organizzazioni il “terrore” toglie la capacità di denuncia della forte e sistematica repressione… e purtroppo già non si scende nelle strade come prima per manifestare con grandi marce.



Lo smarrimento della solitudine
Se ci avviciniamo un po’ di più a questa realtà, ci vengono incontro i volti di molti poveri:

  • volti di genitori che “non hanno tempo” neppure per la famiglia, per i loro figli; devono lavorare per avere denaro, visto che non è sufficiente per le spese quotidiane… e allora cercano lavori alternativi. Quando ritorneranno saranno stanchi e senza voglia di dialogare con i loro figli e tanto meno di uscire per riunirsi con i vicini;
  • volti di donne imbrogliate e abbandonate. Alcuni credono che la soluzione dei loro problemi sia di tenere un uomo; presto si vedono abbandonate e con figli, obbligate così a lavorare tutto il giorno, portando sulle spalle i loro wawas (bambini), aspettando che qualcuno le pigli anche solo per 100 soles (50 dollari) al mese, per duri lavori domestici. Come potrebbero avere tempo per partecipare, in un “comedor popular” (mensa popolare) o in un “taller” (incontro) di preparazione professionale? Di certo non potranno assumere incarichi dirigenziali di una organizzazione;
  • volti di lavoratori umiliati che, dopo tante lotte, hanno perso i propri diritti sociali o, licenziati, si sono convertiti in ambulanti informali. Questi, nella concorrenza spietata del mercato libero, sono spazzati via e gettati ai margini della società; non sono preparati per il moderno sistema di lavoro, non hanno certificati e sono esclusi. Per di più non hanno trovato una maniera efficace di organizzarsi;
  • volti dei “desplazados” (sfrattati o emigrati forzosamente) che non potendo ritornare alle loro terre per la permanente situazione di insicurezza vivono accumulati in “chozas” (baracche) o soffitte. Molti cercano di invadere un terreno nella periferia, visto che non possono pagare un affitto di 100 soles (50 dollari). I programmi statali di prestito hanno permesso ad alcuni di costruire le loro case con grandi sacrifici, però dentro non c’è che miseria, pur dando un’apparente immagine di progresso;
  • volti di infermi cronici. Si dice che si sta vincendo la TBC grazie alle campagne dei programmi di controllo e di aiuto gratuito. Però la causa della TBC è la mancanza di alimenti e di necessario riposo. Per questo gli infermi ricadono e diventano cronici. Molti professori soffrono di tubercolosi a causa della cattiva alimentazione, doppio orario di lavoro, ecc. e non possono svolgere il loro compito di educatori. Incontriamo casi di famiglie con TBC, bambini molto piccoli con TBC; tra gli infermi incurabili incontriamo sempre di più casi di ammalati di AIDS. Il numero degli infermi mentali aumenta… sono vittime della pressione sociale, economica o della “guerra” interna o esterna… molta gente nervosa, violenta, vittime che maltrattano gli altri;
  • volti di adolescenti e giovani “ribelli”, “senza rispetto”: salgono da certe “chozas” con scarpe da tennis e jeans alla moda, per andare alle feste che terminano in risse con feriti o morti. Ci sono giovani “rockeros” che pitturano i muri e che si uniscono in piccole bande di ladri o “fumatori”.


La sfida
Davanti a questa situazione tanto inumana, la Chiesa svolge un ruolo difficile e delicato, però allo stesso tempo è cosciente che i necessari “anticorpi” al sistema corrotto e il luogo teologico per eccellenza è marcato da questi volti. Per questo la Chiesa deve essere e farsi samaritana, accompagnando il nostro popolo ad una autentica conversione che è la “rivoluzione” dell’amore e della vita.