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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Viscere di misericordia

di Casati Angelo

Misericordia, nelle Scritture sacre, ha a che fare con «viscere di misericordia», e dunque con la sede dei sentimenti: le viscere e il cuore, considerati il luogo delle passioni, del desiderio, dell’amore. Ha a che fare con «sentirsi stringere il cuore». Non scrive, forse, Paolo ai cristiani di Filippi: «Mi è testimone Dio che vi desidero intensamente con le viscere di Cristo Gesù» (Fil 1,8). Con le viscere! Qualcosa di viscerale, con la tenerezza di Gesù.

Misericordia è compassione, compassione nel senso originario della parola, del “patire con”, del “soffrire insieme”, del lasciarci toccare dall’ingiustizia e dal male che feriscono la donna, l’uomo, questa nostra umanità, questa terra.

Gesù ha sconfessato alla radice una religione senza viscere, senza tenerezza, senza misericordia: ha raccontato una parabola, che, se non ci avessero avvertito che viene da lui, avremmo attribuita a un anticlericale della peggiore specie, la parabola del “buon samaritano”, potremmo dire del samaritano misericordioso. Sulla strada che scende da Grusalemme a Gerico un uomo è riverso a terra, spogliato e preso a bastonate. Lo vide un sacerdote, veniva dal tempio, girò dall’altra parte. Lo vide un levita, veniva dalla città santa, girò dall’altra parte; passò un samaritano, lo vide ed è scritto «sentì dentro fremere le viscere», accadde la misericordia. «Chi è stato prossimo per quel malcapitato?» chiede Gesù al dottore della legge, che risponde: «Chi ha fatto misericordia», così letteralmente nel testo greco. E Gesù: «Va’ e fa’ anche tu lo stesso» (Lc 10,37). Cioè fa’ la misericordia.

Misericordia io voglio, non sacrificio

Gesù sembra quasi sorprendere nella religione un “senza cuore”, un “senza tenerezza” su cui dovremmo più a lungo e più seriamente indugiare. Non dovrebbe, forse, provocatoriamente interrogarci la freddezza e la distanza degli uomini religiosi, che non osano sporcarsi le mani, più interessati a difendere la loro immagine che non la vita sofferta della gente? Non sta qui forse il punto più dolente della tristissima inquietante vicenda dei preti pedofili, lo scandalo di una Chiesa che alla compassione e alla difesa delle vittime ha preferito la difesa della propria immagine insabbiando? Si è cancellata la misericordia. Lontana la più piccola ombra di tenerezza. Al contrario di Gesù, che scandalizzava per una fede, la sua, che dava la precedenza all’uomo sul sabato. Con lui, per le strade, lungo il lago, nelle case, accadeva la tenerezza.

Non una sola volta, due volte, secondo il vangelo di Matteo, a Gesù venne di citare, quasi fosse un passo che gli martellava nella mente, queste parole messe in bocca a Dio dal profeta Osea: «Misericordia io voglio, non sacrificio» (Os 6,6), un testo in cui il profeta critica duramente i culti offerti a Dio e oppone misericordia a sacrificio. «Israele si preoccupa solo di offrire sacrifici e olocausti. Pensa di saziare Dio con l’odore dell’incenso e il grasso degli animali, ma intanto lo tradisce, crea squilibri e perpetua ingiustizie nei rapporti sociali e ne cerca la copertura religiosa in un culto esuberante e sfarzoso» (A. Fanuli).

Misericordia è inginocchiarsi. Spesso nei miei interventi mi succede di ricordare quanto scrisse un giorno Luigi Pintor, un cosiddetto ateo: «Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi» (Servabo. Memoria di fine secolo, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 85).

Ancora mi ritorna, quasi icona, alla memoria il Gesù piegato a terra il giorno in cui gli portarono, quasi fosse un oggetto, la donna sorpresa in adulterio. E Gesù, a confronto con gli scribi e i farisei, che, da giudici spietati, volevano la lapidazione della donna, che cosa disse e che cosa fece? «Chi di voi» – disse – «è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei». E poi, dopo aver scritto parole segrete per terra, sulla sabbia, si alzò e disse «Donna, nessuno ti ha condannata? Nemmeno io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più». Dal loro alto scribi e farisei la condannavano, lui dal basso «faceva misericordia».

Angelo Casati
scrittore, già parroco a Milano