MELQUÍADES
Fonte: Razón Pública
CC BY-NC-SA 3.0
Salvare il cervello nell’era dei dispositivi digitali
“Non si tratta solo di spegnere gli schermi in classe, ma di ripristinare l’ambiente sociale affinché il cervello dei bambini possa davvero svilupparsi.”
Jonathan Haidt (2024)
Forse i primi segnali d’allarme sul declino del rendimento scolastico associato all’uso di dispositivi digitali nelle aule sono emersi nello studio di Manfred Spitzer, raccolto nel libro Digital Dementia (2012). Sebbene all’epoca alcuni lo considerassero uno studio allarmista e tecnofobo, il tempo gli ha dato ragione, poiché ulteriori studi hanno confermato i rischi previsti dal neuroscienziato tedesco.

Un esempio è il rapporto UNESCO GEM 2023, che ha confermato come l’uso eccessivo di dispositivi tecnologici nelle scuole influisca negativamente sul rendimento scolastico, sull’attenzione, sulla comprensione della lettura, sulla salute mentale e sul benessere emotivo.
Come previsto, tutti questi avvertimenti scientifici hanno generato un’ondata globale di regolamentazioni volte a salvaguardare le capacità cognitive e il benessere socio-emotivo umano in un ambiente caratterizzato da una sovraesposizione digitale.
Stiamo parlando di regolamenti che vanno dalla limitazione dei dispositivi digitali in classe al ritorno all’uso dei libri cartacei. Tutti mirano a restituire agli studenti il controllo sulla propria mente e a contrastare l’epidemia che affligge la salute mentale.
Tuttavia, voci autorevoli della comunità scientifica sostengono che queste misure siano più che altro un trattamento palliativo d’emergenza, somministrato al paziente per rallentare il danno immediato. In altre parole, le restrizioni non affrontano il problema di fondo.
Il declino delle capacità cognitive è il risultato di una plasticità inadeguata, causata dall’uso eccessivo degli schermi, dall’impiego dell’intelligenza artificiale e dalla complicità di un sistema educativo che relega l’impegno e l’autoregolazione cognitiva a un ruolo secondario.
Ecco perché scienziati come Michel Desmurget e Jonathan Haidt ritengono che il trattamento per ripristinare i circuiti di un cervello iperconnesso debba includere una profonda ristrutturazione delle sue abitudini biologiche, psicologiche ed educative.
In altre parole, il recupero del cervello richiede l’apprendimento di specifici stati mentali come la concentrazione profonda, il rilassamento, il dialogo interiore o l’autocontrollo e, soprattutto, un aumento dello sforzo cognitivo analogico, neurosociale e relazionale.
Ciò evidenzia la necessità di promuovere un’educazione centrata sull’essere umano, in cui l’apprendimento, orientato all’Essere, sia più lento, più consapevole, più esperienziale, più deliberato, più creativo e stimolante, al fine di favorire la plasticità del cervello.
Tutto ciò richiede che l’insegnante sia uno scultore dell’umanità, che progetta l’ecosistema della classe in modo che il cervello possa fiorire, che costruisce le basi biologiche ed emotive affinché il pensiero possa svilupparsi appieno.
Senza dubbio, questa è la sfida più grande che i sistemi educativi si trovano ad affrontare oggi: la necessità di promuovere modelli educativi incentrati sulla persona che preservino la nostra umanità, il benessere olistico e il pensiero critico negli studenti.
È chiaro che, se vogliamo davvero salvare il cervello umano, dobbiamo trasformare la Scuola in un’agorà analogica, una casa intellettuale dove impariamo a crescere come esseri umani insieme agli altri.
Pubblicato da Razon publica, da noi tradotto.
Julio Antonio Martín Gallego
Ricercatore e consulente specializzato in processi di cambiamento educativo e apprendimento organizzativo.
