Essere la rete per trapezisti

La funzione educativa degli adulti significativi

Lo stato di salute degli adolescenti

Sfogliando l’ultimo studio su Rapporto sullo stato di salute e gli stili di vita dei giovani veneti in età scolare mi colpiscono alcune tabelle che riportano con ordine decrescente i principali malesseri sofferti dai ragazzi veneti (11-15 anni) durante la settimana: mal di testa, disturbi del sonno, mal di stomaco. Confrontando questi dati con quelli riportati dai coetanei di altri paesi europei la quantità dei disturbi riportati dal campione veneto è una delle maggiori d’Europa. Ancora più frequenti (ma per certi versi collegati) sono i malesseri relativi all’umore: oltre la metà si sente teso, di cattivo umore, nervoso e giù di morale.
Questi sintomi segnalano un forte disagio che si lega ad un senso di insoddisfazione, tristezza, tensione.
Anche alcune emozioni vitali importanti come la paura, la rabbia e il dolore faticano, a volte, a trovare un adulto o un contesto che le sappia accogliere e contenere. Dalle parole di questi ragazzi si può spesso cogliere uno sconforto che a volte precede la loro ribellione, una ribellione che può spingerli in periferie lontane, ai margini, in non luoghi, per vivere il mondo della notte, nel tentativo di sottrarsi ai dettami della più banale quotidianità, proiettati in uno spazio-tempo dilatato o contratto, dipende solo da quale sostanza si fanno accompagnare per un “trip”, un viaggio alla deriva. Nascosti agli sguardi degli adulti, nel desiderio di dimenticare sé e la propria storia in trasgressioni sempre più precoci, confusi e addormentati dall’alcool, dalla droga o “super prestazionali” per l’uso di sostanze eccitanti e doppanti, molto spesso sono incastrati dalla ricerca di un risultato più grande di loro. Soffrono della loro identità ancora incerta e contraddittoria, di una personalità fragile non ancora in grado di giocarsi sapendo quali carte buttare.

Quale comunità educante?

Gli adulti significativi: genitori, docenti, allenatori, animatori, catechisti ed educatori in genere non nascondono la loro grande preoccupazione ma spesso hanno poco tempo per “occuparsi”, per accompagnare il cucciolo d’uomo alla ricerca della sua identità, sostenerlo nella sua esplorazione del mondo, nel suo tentativo di elaborare un proprio progetto personale di vita, confrontarlo nella pratica personale della responsabilità verso se stesso e gli altri, diventare testimoni del suo cammino. Ma per far questo servono tempo, ascolto e una buona capacità di “silenziosa e discreta” osservazione.
Il preadolescente e l’adolescente per crescere in modo armonico e adeguato deve aver la possibilità di poter incontrare e confrontarsi con adulti significativi, capaci di accompagnarlo nell’esperienza di crescita e scoperta di sé. Ma quali possono essere questi adulti? Certamente i genitori, il contesto familiare, gli insegnanti che, all’interno del contesto scolastico, hanno un altro modo, altre competenze, per prendersi cura del discente, comunque importanti e complementari.
Ma non basta: anche il contesto sociale allargato deve essere sensibilizzato e rinforzato nella sua funzione educativa proprio per poter essere una possibile alternativa di inserimento e accompagnamento soprattutto di quei ragazzi che possono avere difficoltà relazionali all’interno del contesto familiare, esperienze di drop out scolastico, di rischio di devianza e tossicodipendenza o precoce inserimento nel mondo del lavoro.
La famiglia, la scuola, la comunità parrocchiale, il mondo sportivo, del volontariato e dell’associazionismo locale vanno dunque intesi come prime risorse importanti per la crescita armonica dei pre-adolescenti e degli adolescenti; questa comunità educante può essere il primo naturale scudo sociale per prevenire esperienze di disagio e marginalità cui possono incorrere i più giovani.

Siamo consegnati gli uni agli altri

Formare e sensibilizzare gruppi di adulti significativi attivi nel territorio e dar loro opportunità di conoscenza reciproca e confronto è fondamentale per cominciare assieme a declinare con competenza scenari di senso e percorsi di significazione sufficientemente condivisi.
G. Agamben In mezzi senza fine afferma: “la verità essenziale del vivere tra uomini è che siamo consegnati gli uni agli altri”. È dentro a questa chiara e adulta coscienza della “consegna dell’altro nella mia vita” che si deve ripartire per pensare davvero che cosa vuol dire “fare” mettendosi assieme, partecipare, fare tra noi “rete”. Una azione di rete vera, non ridotta ad uno slogan, ad una frase vuota, ma una organizzazione a legami deboli, variabili, che chiede di essere continuamente ridefinita, mediata, rilanciata attraverso la capacità di definire assieme una cultura pragmatica dell’alleanza educativa.
Quando si parla di rete, all’interno di una comunità educante, immagino l’intrecciarsi di più risorse, di più competenze, di diverse “adultità” che entrano in dialogo, che imparano ogni giorno a costruire e difendere le relazioni significative. Queste persone sono “la rete per i nostri trapezisti”, per i bambini e gli adolescenti. Se tra adulti ci si mette nella condizione di recuperare prima di tutto assieme il significato, l’impegno e la responsabilità di “fare davvero gli adulti”, di tenersi abbastanza vicini, non stretti, ma vicini, si potrà dare la libertà agli adolescenti di “fare gli adolescenti”, sperimentando quei “salti mortali” che rientrano nei loro compiti di sviluppo, di vivere le esperienze di trasgressione e di rischio proprie dell’età senza però schiantarsi al suolo, perché potranno trovare un adulto raggiungibile, un adulto capace di restare in contatto con loro anche nel momento del conflitto, della chiusura, della rinuncia.
Per cercare di “
essere la rete per i trapezisti” è necessaria l’elaborazione di una strategia comune di intervento, ma non basta. Partendo dal rispetto dei diversi ambiti e contesti (familiare, scolastico, parrocchiale, ricreativo, sportivo…) è necessaria una definizione sufficientemente condivisa dei confini e delle competenze reciproche, proprio per poter in qualche modo “raccordare le differenze”, condividere e riconoscere il saper essere e il saper fare di ciascuno.

Contenere, conservare, restituire

Quali possono essere alcune funzioni dell’ educare che gli adulti possono condividere assieme?
Certamente c’è bisogno di un adulto che sappia “con-tenere”, sappia tenere dentro di sé ciò che il bambino o l’adolescente teme di perdere, di non riuscire a gestire: l’incertezza del momento, l’ansia del crescere, le oscillazioni che spesso caratterizzano queste fasi della vita.
C’è poi bisogno di un adulto che sappia con-servare nell’accezione del serbare con sé, custodire con cura. Conservare, per esempio, la memoria del bambino che questo ragazzo è stato, l’infanzia che ha vissuto, affinché lui si possa emancipare, allontanare da quell’immagine senza temere di perderla, di non ritrovarla più.
Sicuramente il ragazzo del quale ci si trova a prendersi cura (come genitori, insegnanti, allenatori, educatori) vive un momento particolare caratterizzato da ciò che non è più e da ciò che non è ancora: non è più un bambino, non è ancora “grande”, cresciuto, sviluppato.
Attraversare questo periodo della vita, questa “terra di nessuno”, può essere un’esperienza semplice ed entusiasmante, ma anche un momento di passaggio caratterizzato da incertezza, indecisione, sentimenti ed emozioni spesso contrapposte, pretese e percezioni di sé inadeguate, sentimenti di sfida e di sconfitta ambivalenti.
Ecco che le funzioni di con-tenere e con-servare sono strettamente connesse ad un contesto di relazione che è marcato dalla congiunzione “con” con funzione di prefisso. Non si tratta dunque dell’azione solitaria di un adulto nostalgico, è un accettare e condividere un ruolo all’interno di una relazione educativa che ha come obiettivo lo svincolo, la crescita e il graduale raggiungimento dell’autonomia della persona di cui ci si prende cura.
Con-tenere e con-servare sono azioni dinamiche che prevedono un accogliere, un “portare dentro” ma anche un “restituire”, non è una cassaforte, una memoria blindata, è un “cassetto” che si apre all’occorrenza e che restituisce ciò di cui sembra esserci bisogno.
Con-tenere e con-servare vanno sapientemente posti su un’asse temporale; queste due azioni prevedono, infatti, un saper distinguere e, di volta in volta, coniugare il passato, il presente e il futuro: “accogliere” e “restituire” nel presente il passato in previsione di un futuro pensabile, di una crescita, di un progettarsi nel mondo e con il mondo.

Sentirsi accolti, sentirsi amati

Dall’incontro con i ragazzi e dai dati sulla loro condizione di salute e benessere è poi chiaro che il ricco Nord Est rischia di inchiodare bambini ed adolescenti in una pretesa di risultato e di performance che ha a volte esasperato l’ansia prestazionale dei più giovani. Le aspettative incrociate di genitori, insegnanti, allenatori… inchiodano le nuove generazioni a dare continuamente risposta a queste richieste stressanti con la continua ricerca di “risultati”. Sono segnale di ciò non solo i malesseri fisici e psichici denunciati dai ragazzi, ma anche il loro senso di solitudine e inadeguatezza.
Queste pretese e aspettative possono essere ridimensionate solo dopo una approfondita riflessione sul senso personale che ognuno dà all’esperienza dell’ “accogliere l’altro”. Un uomo si sente accolto quando sente che è accettato per “quell’uomo che sono io” e non per l’immagine di sé che dà, o per i risultati che ottiene. Far capire ai bambini e agli adolescenti che sono accolti e amati comunque, al di la di quello che pensano o riescono a fare, è molto importante perché li tranquillizza, dà loro pace e una maggiore libertà di cercarsi senza doversi continuamente mascherare.
L’esperienza che molti genitori e educatori hanno sottolineato vivendo in famiglia o lavorando con i ragazzi a scuola, in parrocchia o in palestra è che questi ragazzi fanno di tutto per essere amati, accettati, stimati, ma a volte il fraintendimento pericoloso nel quale rischiano di cadere, quando le richieste di performance sono esagerate, è di credere di essere amati per i risultati che ottengono e non per il fatto che ci sono e sono un valore in sé. I ragazzi tante volte faticano a riconoscere il bene gratuito che la famiglia vuole loro, e sono alla rincorsa di risultati sfibranti perché sperano che così l’amore, la stima e la fiducia del padre, della madre e degli altri adulti importanti per loro siano garantiti.
Forse si devono trovare parole nuove per dar loro sicurezza, per comunicare col cuore che loro comunque valgono e che noi siamo lì con loro e per loro, comunque.

Monica Lazzaretto Centrostudi Comunità Terapeutica G. Olivotti – Mira (Ve) centrostudi@olivotti.org
www.olivotti.org