Amazzonia, l’Africa del secolo ventunesimo

C’era una volta

Nel 1973 il Giappone lavorava nel suo territorio tutto l’alluminio che produceva, 1,2 miliardi di tonnellate, che rappresentava il maggior consumo mondiale. Oggi, tutte le fabbriche giapponesi sono chiuse, ma il paese ha mantenuto il suo consumo. Il prodotto, ad un prezzo migliore di prima, arriva da altri paesi situati appunto in Asia o molto lontano. La maggior unità di rifornimento di alluminio per il Giappone sta a ventimila chilometri di distanza: è la società Albras (fabbrica dell’alluminio), installata nelle vicinanze di Belem, la città più grande dell’Amazzonia brasiliana, che provvede al 15% della domanda giapponese.


Una storia esemplare

La storia di questa società, se raccontata in modo adeguato, aiuta a comprendere il ruolo attuale e futuro dell’Amazzonia. La regione si è agganciata all’economia internazionale, dopo aver avuto con questa relazioni di breve durata (come il ciclo delle spezie del “sertao”, il caucciù e, per mezzo secolo, la gomma, fino al 1920), a seguito dello choc petrolifero del 1973. Paesi come il Giappone capirono che avrebbero dovuto lasciare di produrre conduttori di corrente. Non disponevano di fonti sufficienti di energia, oppure queste erano diventate molto care. Avrebbero dovuto trasferire questo compito alle regioni periferiche, che avrebbero affrontato i costi di produzione (oppure i costi di finanziamento esterno, se non disponevano di risparmio interno adeguato alla domanda di capitale), ma che avrebbero dovuto vendere tali beni industriali ad un prezzo molto più basso di quanto costavano quando erano prodotti dai paesi sviluppati.


Una scelta oculata

L’Amazzonia è diventata uno dei luoghi che hanno ricevuto questa industria giapponese messa in pensione nel primo mondo: disponeva di enormi fonti di energia, soprattutto di origine idrica, di mano d’opera a basso prezzo, di materia prima (come la bauxite, minerale che dà origine all’alluminio) e di spazio fisico (oltre alle norme legali tolleranti o permissive), per assorbire gli effetti dell’inquinamento industriale, che i popoli più esigenti non sopportano più.


L’alluminio va in pensione

Il primo conduttore di corrente messo in pensione nel primo mondo e rimaneggiato dai paesi satelliti è stato l’alluminio. Nel 1973 anche il Brasile costituì la Elettronorte, una compagnia statale che sarebbe stata incaricata di costruire una enorme centrale idroelettrica sul fiume Tocantis, nella regione del Parà, per rifornire di energia la prima fabbrica di alluminio dell’Amazzonia, che è anche la più grande del Continente sudamericano. Da sola tale fabbrica, costruita dalla Compagnia Vale del Rio Doce (statale recentemente privatizzata da parte del governo di Fernando Henrique Cardoso), la maggiore per estrazione di ferro del pianeta, ed dal consorzio giapponese NAAC, assorbe l’1,5% del consumo di energia di tutto il Brasile, che ha 157 milioni di abitanti. Consuma due volte e mezzo l’energia che consumano gli abitanti di Belem (1,2 milioni di abitanti), che dista solo quaranta chilometri dalla centrale elettrica.


I costi dell’alluminio: la centrale

Per comprendere le necessità di energia di questa fabbrica, basta pensare che la Elettronorte ha dovuto progettare una delle maggiori centrali idroelettriche del mondo, che oggi produce quattro milioni di chilowattora (ma può arrivare al doppio dei KW nel secondo stadio della costruzione, che si prevede abbia inizio nel prossimo anno). Quando nel 1975 iniziò la costruzione, il suo preventivo di spesa era di 2.1 miliardi di dollari. Ma al momento dell’inaugurazione, nel 1984 la spesa era già arrivata a 5,4 miliardi di dollari. In questa cifra non stavano inclusi gli interessi sui prestiti che il Brasile aveva contratto per costruire l’opera, che vanno dai tre ai quattro miliardi di dollari, facendo sì che il costo globale stia ormai raggiungendo i dieci miliardi di dollari. Con l’inconveniente che la Francia, principale finanziatrice, ha preteso che la metà delle gigantesche turbine fossero comprate da produttori francesi, mentre l’altra metà è stata costruita in Brasile (ma tramite concessionarie francesi, alle quali si pagano i diritti di sfruttamento commerciale dei macchinari “royalties”).


Aggiunte di spesa:
agevolazioni ed interessi


A causa dei contratti a lungo termine che fu costretta a firmare, la Elettronorte fornisce alla Società Albras energia ad un prezzo agevolato, al di sotto del costo di produzione. Il costo di tale agevolazione nell’arco del contratto, di venti anni, risulta all’incirca di un miliardo di dollari, denaro che esce dal tesoro nazionale. Questo valore corrisponde ai due terzi del capitale che fu utilizzato per costruire la fabbrica dell’alluminio. Con un’aggravante: siccome il Brasile non ha mezzi finanziari sufficienti per coprire tutto il costo della fabbrica, è dovuto ricorrere agli agenti finanziari giapponesi. Essi entrarono nell’affare con 604 milioni di dollari contro i 1400 milioni di dollari dell’investimento totale. Ma da allora, solo per causa degli interessi, il debito originale è passato ad un miliardo di dollari.


E la somma fa la… beffa

Se includiamo nel calcolo di spesa l’agevolazione energetica concessa all’Albras, l’investimento nelle infrastrutture di appoggio alla fabbrica (come la città, il porto, le strade), l’esonero dalla partecipazione dell’Albras al costo della idroelettrica di Tucuruì (nonostante che la fabbrica di alluminio usi il 30% della potenza fissa della centrale elettrica) e gli interessi pagati, un resoconto finale mostra che il Brasile ha trasferito all’estero qualcosa come sette miliardi di dollari per poter disporre del complesso di produzione dell’alluminio nell’Amazzonia. Il problema è che il prezzo dell’alluminio, oltre ad usare energia in modo intensivo, ha perso di valore relativo. In 12 anni di attività, l’Albras accumula una perdita superiore a 500 milioni di dollari perché le sue relazioni di scambio sono sfavorevoli. Le entrate provenienti da vendita non sono in grado di coprire i costi di produzione ed i prestiti. Sfavorevoli sono in generi gli scambi dell’Amazzonia con il mondo, che l’ha incorporata a sé per imporle la produzione di elettroconduttori a prezzi più bassi perché gli antichi produttori del primo mondo hanno abbandonato la produzione di questi beni e ne sono diventati consumatori. Se prima volevano buoni prezzi di vendita, ora fanno di tutto per disporre di beni di acquisto ad un prezzo più basso possibile, pur rompendo il vecchio incantesimo del mercato (che è la regola dei prezzi basata sulla legge della domanda e dell’offerta) con i suoi cartelli.


Il miracolo e la serie dei guasti

Questa nuova divisione del lavoro internazionale, costituita a partire dallo choc petrolifero, spiega in che modo il Giappone (paese senza fonti di energia elettrica, senza petrolio e con l’energia nucleare condizionata) sia riuscito a chiudere tutte le sue fabbriche di alluminio e mantenere il suo consumo, ricevendo inoltre l’alluminio ad un costo inferiore a quello che produceva nel suo territorio. Questa storia dell’alluminio si può applicare al metallo del silicio, che è terzo nella graduatoria degli elettroconduttori, che l’Amazzonia già produce (per la gioia di fabbricanti di orologi e computer), come si può applicare al rame, secondo maggior conduttore di corrente, quando la regione comincerà a produrlo, entro cinque o sei anni.


Epilogo

Se dipenderà da questa storia, l’Amazzonia ripeterà, in questo nuovo secolo che, di fatto, è iniziato nel 1973, ciò che l’Africa e l’Asia hanno rappresentato per l’era del vecchio colonialismo dei secoli diciannovesimo e ventesimo. Nonostante tutta la retorica che recita in senso contrario.

Lúcio Flávio Pinto,
giornalista brasiliano,
esperto di problemi in Amazzonia