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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Dal creolo alla creolia, dalla creolità alla creolizzazione.

di Hoyet Marie-José

«Andiamo decisamente verso questa utopia di cui

abbiamo tanto bisogno. Facciamo della Martinica

un luogo del mondo, quella è la nostra vocazione».

(Edouard Glissant, Traité du Tout-Monde, 1997)

Vocaboli astrusi coniati in territori nebulosi? Concetti astratti formulati in terre fantascientifiche? Parole bizzarre sfornate da individui in cerca di esotismo? Nient’affatto. Creolia, creolità, creolizzazione sono realtà ben vive in varie parti del globo, tanto negli arcipelaghi del mar dei Caraibi che in quelli dell’oceano Indiano, ossia laddove le società meticce, nate dalla schiavitù e sopravvissute per secoli in un contesto – quello schiavista prima quello coloniale poi – di violenza e di sopraffazione alle quali hanno cercato in tutti i modi di resistere, aspirano oggi ad una propria collocazione nel mondo. Risultanti anche dai contatti fra aree vicine e dai vari flussi migratori in costante aumento, mescolanza e ibridazione sono parte di un processo inarrestabile, che coinvolge aree sempre più estese, di cui non si può oggi non prendere atto.

Volutamente dimenticate dai potenti, per lungo tempo luoghi di tensioni razziali e sociali, le aree in cui si sono sviluppate le società meticce in generale, e quelle creole in particolare, costituiscono tuttavia casi esemplari di convivenza e straordinarie testimonianze di creatività. Le culture a lungo represse, emarginate, occultate dalla storiografia ufficiale, spesso ancora dominate, stanno nondimeno diventando un elemento capitale per la posta in gioco dei prossimi decenni nelle strategie socio-politiche mondiali.

Se uno dei primi fattori di coesione è stato di carattere linguistico, queste società hanno sviluppato progressivamente un complesso di elementi che, fusi in una nuova cultura, costituiscono ormai da tempo un sincretismo del tutto originale che chiede di essere riconosciuto come tale. Le lotte di rivendicazione per il proprio riconoscimento su scala regionale, nazionale, continentale si sono moltiplicate negli ultimi tempi e non solo non devono più essere ignorate ma possono addirittura rappresentare un esempio di valore mondiale per il futuro.

Con lo sviluppo degli studi specializzati, una volta soprattutto linguistici, che investono oggi l’intero campo socio-politico-culturale e l’incrementarsi dei rapporti tra territori (prevalentemente insulari) di lingue diverse ma con substrato comune, si è elaborata una nuova coscienza identitaria – l’identità creola – che assume lo specifico dell’immaginario delle popolazioni coinvolte in questi processi e si esprime mediante comuni elementi di una poetica finora “inedita”.

Creolo

Prima di procedere in questo campo forse non ancora adeguatamente indagato in Italia s’impongono alcune precisazioni terminologiche che riguardano innanzitutto la parola creolo la quale ricopre significati diversi a seconda delle epoche e delle aree geografiche.

Etimologicamente derivato dallo spagnolo criollo, poi passato in francese nel XVII secolo, il termine créole non indica all’origine, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, un idioma ma ogni individuo non autoctono, nato e cresciuto nelle Americhe. Tuttavia l’uso comune, in alcune aree, dà al termine una connotazione razziale cosicché viene usato solo per i bianchi nati nelle colonie antillane francesi, come attestano i dizionari del XIX secolo. Il termine creolo sarà esteso in seguito ad altre aree, sempre francesi ma non insulari (Guiana, Louisiane) e non americane (Mauritius, Réunion, ecc.), per indicare esclusivamente i discendenti degli schiavi africani.

Molto più recente è la denominazione creolo per indicare l’idioma apparso nelle colonie francesi tra il 1625 e il 1670 che rimane ancora oggi la lingua madre di tutti i creoli e, in alcuni casi, l’unica lingua per una parte della popolazione, per esempio ad Haiti e nelle zone rurali. Nato in condizioni sociali ben precise, il creolo non appare in tutte le situazioni coloniali e non è presente infatti, per rimanere nel campo francese, né in Algeria né in Nuova Caledonia né in Polinesia francese che, tra l’altro, non hanno conosciuto il sistema schiavista. Non esiste nemmeno nella repubblica di Santo Domingo pure contigua a quella di Haiti, né a Cuba, e infatti la creolizzazione su base spagnola si limita praticamente al palanquero colombiano, mentre esiste alla Giamaica e alle Hawai un creolo su base inglese e vari tipi di creoli su base neerlandese come il srnam nel Surinam e il famoso papamiento a Curaçao. Tuttavia è l’area creolofona su base francese che risulta di gran lunga la più estesa e la più diversificata e, proprio per questo, è stata, più delle altre, oggetto di molti studi, utili anche per ricerche linguistiche di vario tipo.

La mescolanza di francese del XVII secolo (lingua non ancora unificata) e di arawak e karib (lingue degli autoctoni amerindi) che viene chiamata baragouin nei primi tempi della conquista,si trasforma presto – con l’arrivo massiccio degli schiavi e le loro numerose e differentissime lingue africane (fon, yoruba, ewe, ecc.) – in quello che veniva allora chiamato patois negro. Questo, nato fin dalla partenza della prima nave negriera dalle coste africane per permettere la comunicazione tra mercante e schiavo, poi tra padrone e schiavo nella piantagione, si sviluppa ovviamente tra gli stessi schiavi che parlavano idiomi diversi essendo state accuratamente divise le famiglie e le etnie per evitare ogni tentativo di ribellione. Successivamente il creolo si arricchirà di elementi indiani, cinesi, siro-libanesi ed altri a seconda delle migrazioni tuttora in atto in alcune zone come la Guiana, terra di varie deportazioni e di immigrazioni continue tanto dai paesi limitrofi quali Brasile, Surinam, Guyana inglese, quanto da terre più distanti quale Haiti o persino lontanissime come Laos e Cina. Studi linguistici e sociolinguistici approfonditi hanno dimostrato che non si poteva parlare, come si era fatto in un primo tempo, a proposito del creolo e della sua evoluzione, né di pidgin né di lingua franca né di dialetto poiché anche se la sua genesi ha visto fiorire varie ipotesi divergenti, tutti concordano nel riaffermare il suo statuto di lingua vera e propria.

La lingua creola, o meglio le lingue creole, dato che sono numerose quanto le lingue europee della colonizzazione, e che quella su base francese si diversifica a sua volta in vari tipi: haitiano, antillano, guianese, mauriziano, ecc., sono le uniche lingue di cui si conosce la data di nascita e costituiscono, come è stato detto, un laboratorio di notevole importanza

Nel caso particolare dei Dipartimenti francesi d’oltremare (i cosiddetti DOM: Martinica, Guadalupa, Guiana e Réunion), esiste una situazione di diglossia (e non di bilinguismo) nella quale coabitano due lingue: il creolo fino a poco tempo fa lingua popolare orale senza sistema di trascrizione codificato e il francese, lingua ufficiale. Le due lingue sono usate in alternanza, in contesti diversi, la prima, lingua madre di tutti gli Antillani, nella comunicazione quotidiana e le situazioni di affettività, l’altra nell’amministrazione e in tutte le occasioni in cui si rende necessario l’uso di un registro convenzionale o ricercato. Gli inevitabili fenomeni di contiguità, d’interazione e di frizione hanno generato una situazione linguistica complessa e unica, fonte di tensione e di rivendicazione in quanto la buona conoscenza del francese rimane tuttora il primo strumento di promozione sociale.

Creolità

Non è un caso se il termine creolité, nato in risposta all’egemonia del francese, si afferma proprio nelle Antille francofone negli anni ’70 con i movimenti autonomisti e indipendentisti. L’uso della lingua creola, sempre vissuta in opposizione a quella francese, è da sempre proibito e quindi oggetto di un vero tabù. Tollerata nel periodo successivo, si avvia lentamente verso un riconoscimento ufficiale e costituisce ora un problema urgente da affrontare poiché la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, adottata nel 1992 dal Consiglio d’Europa, è stata firmata da alcuni paesi ma non dalla Francia perché incompatibile con la costituzione che all’articolo 2 stipula che “la lingua della Repubblica francese è il francese”.

La Creolità odierna, preconizzata da un gruppo di intellettuali, linguisti e scrittori, ha portato alla redazione, da parte di Jean Bernabé, Patrick Chamoiseau e Raphaël Confiant, di un manifesto, L’Eloge de la Créolité (1979). Questo testo segna una data importante e ha originato un movimento in cui molti si riconoscono nell’appartenenza comune ad un’identità molteplice, detta identité mosaïque , nella promozione della lingua creola, lingua solo orale fino allora (anche se esisteva una sporadica produzione scritta) e nella difesa del mondo creolo e dei suoi valori. Significativo l’incipit dell’Elogio, «Né euopei, né africani né asiatici, ci proclamiamo creoli», che prosegue con varie dichiarazioni di principio: «La Creolità è il cemento della nostra cultura aggregazione interattiva o transazionale degli elementi caraibici, europei, africani, asiatici e levantini che il giogo della Storia ha riunito sullo stesso suolo».

Una seconda data importante riguarda la stesura, nel 1982, della Charte culturelle créole ad operadel GEREC (Groupe d’Etudes et de Recherche en espace créolophone) che ha sede in Martinica presso l’università Antilles-Guyane. Il problema più urgente da risolvere consisteva nel varare un metodo scientifico di trascrizione del creolo, il quale poco a poco sarà accettato da tutti, malgrado la necessità per gli utenti di padroneggiare il sistema fonetico internazionale, cosa non facile per una popolazione alfabettizzata in francese, abituata quindi all’ortografia e all’etimologia della lingua francese. L’approcio del GEREC presenta similitudini con l’Elogio nel suo desiderio di costruire «il futuro su basi transrazziali e transculturali» e nell’affermare che la «Creolità è l’espressione concreta di una civiltà in gestazione».

La Creolità si è fatta inoltre conoscere di recente nel mondo caraibico, in Francia e nell’intero mondo francofono, come un campo letterario specifico in cui una letteratura liberata dai modelli occidentali si sta facendo strada e ottiene sempre maggiori consensi pur tentando di preservare la sua autonomia il che può apparire paradossale dato i rapporti non sempre facili che intrattiene con la cosiddetta madre patria.

Un’ulteriore ma fondamentale distinzione va fatta tra la creolità in quanto risultante del mondo creolo, e la creolità quale discorso ideologico su quel mondo creolo, quest’ultima presentando sempre una dimensione politica, soprattutto nella letteratura spesso accompagnata da un discorso critico. Ma non tutti gli scrittori si rifanno al movimento della Creolità; alcuni prendono le distanze da queste posizioni estreme e, pure sentendo di appartenere ad una comunità, hanno progetti scritturali di altro tenore, a volte divergenti, se non opposti.

Creolia

La Créolie, risposta oceano-indiana alla creolità antillana, parte dalla necessità di uscire da un certo isolamento, rapportandosi ad altre aree vicine (o lontane) e non più esclusivamente alle ex potenze coloniali. Così come viene concepita e vissuta a Mauritius, appare un esempio riuscito di integrazione e di coesione che si estende a un territorio che include l’isola della Réunion in cui è stato coniato il neologismo dal poeta Jean Albany, negli anni ’70-80, le Seychelles (con il creolo unica lingua ufficiale), le Comore anche se la lingua ufficiale è l’arabo, e una parte del Madagascar con la sua minoranza francofona insediata nell’area del Toamasina.

Isola più cosmopolita del mondo, Mauritius presenta un caleidoscopio di etnie e di culture tanto più sorprendente se si considera la ridotta estensione del territorio (neanche 1/15 della Sardegna mentre Guadalupa e Martinica hanno superfice ancora minori). Accanto all’inglese, lingua ufficiale, e quindi dell’amministrazione e dell’insegnamento, e al francese, lingua dei media e della cultura che viene capita da buona parte della popolazione, il creolo mauriziano che risulta dalla contaminazione del lessico francese con alcune lingue africane e indiane ma anche con il malgascio e l’inglese, è parlato da tutti ed è la lingua della comunicazione interetnica e della cultura popolare. Tuttavia ogni gruppo della comunità orientale anch’essa molto diversificata conserva, insieme alla religione, la propria madrelingua: gli indiani (emigrati come braccianti dopo l’abolizione della schiavitù che costituiscono il 70% della popolazione, per la maggior parte, parlano hindi e bhodjpuri ma anche urdu e tamul, e i cinesi si dividono tra il cantonese e l’hakka. Così se il francese costituisce solo una delle componenti linguistiche di un insieme in cui gli individui sono spesso plurilingui, tuttavia la letteratura in lingua francese, rispetto a quelle molto più ridotte in creolo, in inglese e in lingue orientali, ha sempre dimostrato un’eccezionale vitalità e riflette nella sua variegata ispirazione la ricchezza multiculturale dell’isola. Negli ultimi anni la situazione si va sempre più diversificando. La produzione in creolo, prima solo orale usata a teatro e nei generi tradizionali, gode oggi di maggior successo. Allo stesso modo, la forte componente orientale, soprattutto indiana (70 % circa) ha oggi una letteratura in tamul e la comunità cinese anche se minoritaria (3 %) ha artisti che utilizzano la calligrafia a pennello secondo la tradizione per i poemi epici. Inoltre, esistono casi di scrittori che usano il francese per le loro opere in prosa e l’inglese in poesia, oppure saggisti e romanzieri che usano il francese per la narrativa e l’inglese per le pubblicazioni scientifiche.

Nuovi modelli basati insieme sul pluralismo e la preservazione delle identità locali alimentano sogni confederativi che investono anche zone multietniche non insulari, meno note dei sedicenti paradisi tropicali esotici evocati precedentemente perché ritenute meno attraenti ma forse proprio per questo ancor più significative, come la Guiana francese. Sede di forti movimenti rivendicativi, rifiuta sia appellativi che gli sono stati imposti (quello di territorio caraibico) sia di essere accomunata alle Antille dalle quali dipende per molte infrastrutture (Università, ecc.) e deve anche liberarsi da pregiudizi legati a fatti storici ormai superati (i penitenziari). Non sentendosi affatto coinvolta dall’idea di una grande federazione caraibica e tanto meno dal movimento della Creolità antillana, cerca contatti maggiori con i suoi vicini, gli stati indipendenti della Guyana ex inglese e del Suriname, con i quali costituisce un’entità geografica. Significativo il fatto che perdurino contestazioni per le frontiere e che ancor oggi alcune zone lungo i grandi fiumi amazzonici siano rivendicate da più stati: Suriname/ Guiana francese ad est e Guyane francese /Brasile ad ovest, poiché geograficamente e geologicamente esiste anche una Guiana brasiliana nonché una Guiana venezuelana. Scissa artificialmente prima dai conquistatori europei, poi dalla successiva espansione coloniale e infine da accordi politici tra grandi potenze che volutamente tendono a isolare le popolazioni le une dalle altra, le Guiane soffrono di questa situazione su tutti i piani : la Guiana francese commercia solo con la Francia, e il Suriname che produce una cultura scritta in neerlandese di limitatissima diffusione mondiale, cerca sbocchi sul mercato francese e inglese. L’origine comune, per una buona parte, delle rispettive popolazioni (tribù amerinde, creoli discendenti dagli schiavi, africani discendenti da schiavi marron fuggiti dalle piantagioni, che hanno ricostituito comunità etniche) solo di recente ha consentito a Guiana e Suriname (oltre il neerlandese, lingua ufficiale, vi è diffuso un creolo, lo srnam)di prendere coscienza della loro identità collettiva chiamata Guianità. Dispongono inoltre, lungo il fiume Maroni, di un idioma veicolare comune, il taki-taki e stanno incrementando le relazioni culturali, con il progetto di formare un giorno una confederazione delle tre Guiane.

La multietnicità con le origini e le lingue diverse che vengono rimescolate da secoli, ma anche le forze che allontanano queste aree dai Centri occidentali per rivolgersi alle varie Periferie, diventa un fattore portante che si diffonde nel campo sociale, culturale, letterario e politico-ideologico. La sete di comunicazione e i nuovi sistemi di relazioni che la multiculturalità mette in atto deve essere presa in considerazione non solo dalle aree limitrofe dove fioriscono nuove identità di frontiere, ma anche dal resto del mondo.

Creolizzazione

La creolizzazione non va più intesa ora nel significato scientifico usato dai linguisti per descrivere l’evoluzione delle lingue creole, ma in quello di un ben più vasto processo che offre spunti di riflessione per l’attualità e i cui limiti geografici vanno ben al di là delle isole antillane, anche se queste – e soprattutto l’isola della Martinica con alcune personalità di spicco (ricordiamo che è la patria di Aimé Césaire ideatore del concetto di negritudine, considerato il più grande poeta vivente di lingua francese) – sono state punto di partenza di un’approfondita riflessione e territorio fecondo di inventive scritturali e teoriche.

Molti assunti del movimento della Creolità sono stati suggeriti, come riconoscono gli stessi autori dell’Eloge, da un altro ormai celebre martinicano, Edouard Glissant, vero padre fondatore che instancabilmente rielabora, di opera in opera, la formulazione della sua visione del mondo, dal concetto di Antillanità (1981) a quello di Poetica della relazione (1991)a quello infine di Tout-Monde (1997). L’universo caraibico malgrado l’insularità che lo caratterizza non è nella sua essenza territorio di chiusure ma luogo di passaggio e di contatto nel quale la dimensione culturale pur essendo stata emarginata nelle relazioni internazionali – è concepita come appartenenza aperta e costituisce un modello di nuova configurazione degli scambi culturali per il futuro. In questo senso potrebbe essere esportato verso il mondo mediterraneo operando, nella scia della riflessione glissantiana, «una nuova forma di creolizzazione», certo «non ancora accettata, tra oriente e occidente» ma valida per il futuro, come sottolinea lo scrittore francese Thierry Fabre.

La Poetica della relazione esposta da Glissant nei suoi saggi e illustrata nel sue fictions (oltre alle Poesie complete e i volumi di saggistica sono apparsi sei romanzi pubblicati tra il 1958 e il 1993, tutti poco noti in Italia dove si dispone per ora di un solo testo La poetica del diverso (trad. di Francesca Neri, Roma, Meltemi, 1998 ma è in corso la traduzione del romanzo Il quarto secolo presso le edizioni Lavoro di Roma), si fonda, tra l’altro, sull’affermazione che ogni cultura possiede qualcosa di irriducibile e che questa irriducibilità deve essere integrata nella relazione con ogni altra cultura. Il caos-mondo, di cui secondo Glissant occorre prendere atto, deve essere interpretato non come un disordine che divide ma come un dato positivo perché ricettacolo di potenzialità infinite. Questo nuovo modo di relazionarsi, questo gioco della relazione, contrariamente alla pretesa universalità cui si rifaceva la civiltà occidentale, forte del prestigio delle antiche culture scritte, sta elaborando nuove strategie e nuovi valori. Sempre a partire dall’esempio antillano e dal concetto di traccia da una parte e di opacità dall’altra, Glissant prosegue nella sua ricerca d’interpretazione globale, profetizzando ineludibili trasformazioni secondo un processo definito da lui archipélisation (da arcipelago) del mondo, il quale annullerebbe le distinzioni Centri/ Periferie e Nord/Sud, escludendo così ogni forma di egemonia e strutturando un autentico «immaginario della totalità-mondo».

Il tentativo di coniugare elementi apparentemente non coniugabili in un pensiero-mondo, allo stesso modo della visione dell’universo investito da un vasto processo di creolizzazione in reazione all’uniformizzazione e alla globalizzazione, sono sempre più condivisi da pensatori di altre aree che operano in campo culturale secondo i più svariati approcci. Gli studi del sociologo Edgar Morin come quelli dell’antropologo Francis Affergan, alcune considerazioni di studiosi e scrittori quali Milan Kundera, Thierry Fabre oppure Homi K. Bhabha, nonché la famosa dichiarazione di Nadine Gordimer fatta nel 1994, subito dopo la fine dell’apartheid in Sud Africa che prende atto che «quell’altro mondo che era il mondo non è più il mondo», testimoniano di un tentativo di deterritorializzazione, in vista semmai di una riterritorializzazione di tiponuovo,ben recepito anche in Italia in studi comparatistici come quelli di Armando Gnisci, riuniti con il titolo Creoli meticci migranti clandestini e ribelli (Roma, Meltemi, 1999) oppure nelle investigazioni in campo geografico effettuate durante il Convegno di Bergamo del 1998 e raccolte nel volume Culture dell’Alterità. Il territorio africano e le sue rappresentazioni, (Milano, Unicopli, 1999), a cura di Emanuela Casti e Angelo Turco.

Se il nuovo orizzonte di attesa della società civile necessita di un edificio concettuale da opporre al sistema dominante attuale, occorre guardare agli esperimenti audaci e inediti, rivelatisi positivi non solo in campo economico, che ci vengono dal Sud del mondo, che per quanto utopici possano sembrare, ci fanno scoprire nuove dimensioni della vita in comune lontane tanto dalla mondializzazione dilagante quanto dalle chiusure identitarie, nella prospettiva certo di preparare la società di domani, senza dimenticare che questa non avverrà finché la dimensione del presente vissuto nelle suoi paradossi e nelle sue contraddizioni non sarà assunta pienamente dal maggior numero possibile di cittadini del mondo.