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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Quell’emozione di un’Italia bambina

di Monini Francesco

Da bambini, “quando i mulini erano bianchi” e credevamo ancora che gli indiani fossero selvaggi, crudeli e traditori, i telefilm finivano tutti bene. Sul più brutto, quando le cose si mettevano veramente male per la carovana accerchiata, si sentiva uno squillo di tromba. Era il segnale della carica del Settimo Cavalleria: “Arrivano i nostri!”.

Invece (l’abbiamo capito dopo) il mito del far west – pieno di prodi pionieri, generosi cowboy ed eroici cavalleggeri – era una colossale bufala. Tutto falso, esattamente come i saloons di cartone costruiti per girare gli spaghetti western di casa nostra.

Tutto falso, tranne una cosa. Tranne quell’emozione che ci prendeva quando vedevamo le giubbe blu (e le vedevamo proprio blu, nonostante il televisore fosse in bianco e nero) del Settimo Cavalleria arrivare in soccorso agli assediati.

Quella emozione – con buona pace per quello psicopatico del generale Custer – era il segnale di un desiderio profondo, di una speranza inestinguibile, di una utopia di cui non possiamo fare a meno.

“Arrivano i nostri” era la prova che quando tutto sembra perduto, quando pare impossibile una qualsiasi via di salvezza, quando abbassi la testa e aspetti solo il colpo di grazia, allora – proprio allora – dal buio assoluto può nascere l’alba.

Davide vince Golia, Cenerentola sposa il principe, il Settimo Cavalleria salva i pionieri rimasti senza cartucce.

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È una emozione di questo tipo quella che abbiamo provato quando – correva l’anno 1992 – un gruppo di giudici e magistrati, fino allora perfetti sconosciuti, hanno incominciato a scoperchiare il pentolone e ad inchiodare politici ed imprenditori eccellenti.

Un’Italia bambina ha pensato, all’unisono, la stessa cosa: «Arrivano i nostri!». Proprio quando tutto sembrava perduto, qualcuno – inaspettatamente e gratuitamente – ci stava salvando. Ecco: dal grande marcio della corruzione, da una politica ridotta a mazzetta, da un paese guidato da un manipolo di manigoldi, sarebbe nata una nuova Italia. La seconda repubblica? No, molto di più: “mani pulite” prometteva una catarsi generale, un bagno purificatore, un’alba nuova per l’intera nazione.

E Di Pietro? Lui era il combinato di Zorro, Robin Hood e l’arcangelo Gabriele.

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Ora – lo leggete su tutti i giornali – è venuto il momento di chiudere Tangentopoli. Occorre – lo dicono tutti i politici – una pacificazione generale. Bisogna – l’ha dichiarato anche D’Alema – ridare il primato alla politica e rivalutare la storia gloriosa dei partiti italiani.

Intanto Zorro si è messo in politica. I giudici – e perché mai dovevano essere meglio dell’Italia che volevano processare? – rilasciano interviste invece di mandare avanti i processi. I processi si chiudono per decorrenza dei termini. Andreotti non viene solo assolto, ma si raccolgono prove per la sua beatificazione. Craxi non è più un latitante ma un perseguitato: tornerà per curarsi e lo faranno senatore a vita.

Alla fine, non sarà né la prima né la seconda né la terza Repubblica, ma la solita minestra.

Eppure, anche se abbiamo preso un abbaglio, quella emozione, quella utopia, quella voglia di pulito che sentivamo dentro di noi, era vera e autentica. Era, forse, l’unica cosa vera di “mani pulite”.

Che Tristezza. Non c’era il cavaliere bianco senza macchia e senza paura. Non c’era nemmeno il Settimo Cavalleria. Non era vero che qualcuno voleva veramente salvarci.

Vera era solo la nostra voglia di essere salvati. Toccherà però salvarci da soli.

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Bill Gates è il Paperon dei Paperoni del Duemila. Buon per lui.

Ora il governo degli Stati Uniti ha intentato causa alla sua Microsoft perché avrebbe “giocato sporco”, stroncando ogni concorrenza per lavorare in monopolio. La battaglia legale si annuncia lunga e senza esclusione di colpi. O forse la soluzione è già dietro l’angolo: basterà scindere in quattro, cinque pezzi il colosso del software. Bill Gates-Paperone continuerà a regnare sul suo impero trasformato in arcipelago. Sono i miracoli dell’alta finanza.

Ma c’è una cosa più insopportabile. Sono le dichiarazioni di Bill Gates che si professa benefattore dell’umanità. Senza di me – dice – il mondo sarebbe più piccolo, più primitivo, più povero. Con i miei programmi – dice – ho spalancato le porte di una nuova e radiosa era.

Balle. Le solite balle. Le stesse balle di Ford e di Agnelli che – secondo loro- avrebbero donato agli uomini quella meraviglia chiamata automobile. Le stesse di Murdoch e Berlusconi che – colti da un impeto insopprimibile di generosità – hanno regalato all’umanità un milione di canali televisivi zeppi di pubblicità.

Tutti i capitani d’industria hanno questo vizio di dipingere la propria impresa aziendale come una missione umanitaria. E a forza di ripeterlo e di ripeterselo arrivano addirittura a convincersene. Buon per loro: riescono a dimenticare tutti quelli che hanno dovuto calpestare per arrivare così in alto. E arrivati lassù, seduti sul loro mucchio di dobloni d’oro, sono anche in pace con la loro coscienza.

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A volte sembra che i potenti – capi di stato, grandi capitalisti, manager internazionali, banchieri, generali e dittatori – si assomiglino tutti. Formino, tutti insieme, un piccolo Olimpo regolato da leggi proprie. E da una legge in particolare: il cinismo dei conti economici e delle convenienze politiche.

Il pianto, le parole, i gesti di Mikhail Gorbaciov alla scomparsa della sua compagna di vita Raissa hanno commosso il mondo. E hanno squarciato, per un attimo, il velo che separa il mondo dei comuni mortali dal monte dei semidei che decidono a tavolino le sorti del mondo.

Nel momento della breve e crudele malattia di Raissa e dopo, nell’ora del distacco dove amore e dolore sono una cosa sola, Mikhail era uno di noi. Per questo, anche solo per questo, il secolo che fugge deve qualcosa all’uomo che cambiò la geografia del mondo.

Per questo, anche per questo, il club dei potenti lo dimenticherà in fretta.

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A Foggia si è sbriciolato un palazzo di sei piani. Non era dell’era Romana, ma della più recente età della speculazione edilizia.

Peccato non si possa dare la colpa all’alluvione, al terremoto, all’effetto serra o alla maledizione divina.

Seguiranno accurate indagini. Forse un censimento – che occuperà i prossimi cinquant’anni – sulle abitazioni a rischio di crollo, dalle Alpi a Calatafimi.

Oppure non seguirà un bel niente. Solo l’anonimo dolore di gente ininfluente. Fino al prossimo cordoglio nazionale.