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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Emigrare

di Galieni Stefano

Una scommessa amara

Un amico, nato in Tunisia ma da tanti anni in Europa e a breve cittadino italiano, ha fatto con me una scommessa. «Entro il prossimo anno voglio tornare a casa. Sono stanco dell’Italia, di relazioni umane labili e mai disinteressate, di un paese in cui se hai più di 40 anni non hai futuro, anzi sei un peso». Scherzando gli ho detto che ormai anche lui è interno ai meccanismi di questo paese, si muove a suo agio nella capitale, i suoi desideri, le sue aspettative il modo di percepire la realtà intorno ha poco di diverso da quello di ognuno di noi. Si è fatto improvvisamente serio, cupo quasi, come se volesse con uno sguardo ricordarsi e ricordarmi che il suo viaggio non si è mai interrotto, che la sua storia contiene delle specificità difficili da tradurre. Non ha sofferto troppo a entrare in Europa – le sbarre della fortezza non erano ancora chiuse – si è costruito un percorso che oggi lo pone, in quanto a reddito, in condizioni discrete, si è sposato con una ragazza italiana e molti dei suoi amici, come me, sono italiani. Ma… «Ma resto sempre straniero, sempre immigrato, ho sempre paura a far valere le mie ragioni, ho dei tempi interiori che sono diversi dai tuoi, fatico per stare al vostro passo spedito e spesso, troppo spesso mi sembra uno sforzo inutile». Il mio amico mi conferma una banale intuizione – ci sta crollando addosso un mondo in cui siamo tutti stranieri, in cui tutte e tutti siamo sempre in viaggio, in cui i nostri tempi, le nostre affettività, si incontrano solo casualmente, senza un terreno solido su cui poggiare, senza la forza sufficiente per reagire. Il mondo accelera con i ritmi di una transazione finanziaria o dell’acquisto di uno dei tanti orpelli con cui ci riempiamo la vita, noi restiamo indietro e da soli.

Il mare, Moby dick, la balena

Per un amico che vuole tornare, tornano in mente tante persone che sono arrivate, che vogliono o vorrebbero restare, che sperano di lasciarsi il passato alle spalle.

Storie accumulate in tanti anni, brandelli di vita che si fermano per un istante in quel crocevia rappresentato dal luogo cardine, quello in cui il passato non può più tornare e il futuro è incerto.

«Chiamami Ismael». Non scherzava, era l’unico superstite di un naufragio, ne ricordo bene la voce.

Veniva dal Ghana, aveva studiato ingegneria ma amava la letteratura, diceva di avere imparato molto dalla letteratura. Il suo era stato un viaggio relativamente facile, a bordo di pick up quasi nuovi messi a disposizione dal suo passeur. Tutto liscio, bruciando frontiere su frontiere, pagando a ogni cambio di automezzo, a ogni incontro con sparute pattuglie di confine. Poi tre mesi in Libia, per rifarsi dei soldi e avere qualcosa per mantenersi in Italia. Lo aspettava un cugino, cresciuto nei sobborghi di Londra. «Quando sono salito sul peschereccio che mi avrebbe portato in Italia ho avuto subito paura, come se qualcosa si rompesse, come se qualcuno mi avvertisse che stavo andando verso l’ignoto. Allora mi sono ricordato di Moby Dick. Mi era piaciuto molto quel libro, ho cominciato a guardarmi intorno cercando fra i volti di chi viaggiava con me una rassomiglianza con gli imbarcati nel Pequod. E quando la barca si è spezzata, il mare non era nero ma bianco di spuma, come la balena. Lì ho pensato: se mi salvo, mi farò chiamare Ismael».

Non so che fine abbia fatto Ismael, perduto forse in un mare ancora più grande, su una nave senza più rotta. Non so se sia riuscito a raggiungere il cugino – difficile – o se il suo salto in avanti si sia rivelato vano e ancora oggi rimugini il dolore di una sconfitta amara, fra le strade di Accra.

So che Ismael odierà sempre più quel tratto di mare nero che all’improvviso diviene bianco e crudele, che sbuffa come un mostro degli abissi. So che per lui quello non sarà mai un ponte, un Mare nostrum ma uno spazio in cui scommettere la propria vita. Il mio amico che vuole tornare, invece, lo stesso mare lo guarda con noncuranza, come un’autostrada fra due «non luoghi», quello in cui non si è e quello in cui è difficile capire cosa si sarà.