Il caso degli indios Macuxi

Rapporto dell’Human Rights
Un lungo elenco di sevizie, uccisioni e stupri. Lo denuncia il rapporto dell’Human Rights Watch Americas sulle violenze perpetrate ai danni degli indios dell’area Raposa Serra do Sol, nel nordest dello stato di Roraima (Brasile) a partire dal 1988. Negli ultimi sei anni, solo nell’area Raposa Serra do Sol, dodici indios Macuxi hanno perso la vita per mano di fazenderos, garimpeiros, polizia militare. Di questi omicidi, tutti impuniti, un solo caso, quello di Mario Davis, colpito alle spalle, arriva al processo ma il killer viene assolto.

Roraima, terra di frontiera
Quali le cause di queste aggressioni? È noto che in Brasile, anche a causa della mancata riforma agraria, la disputa sulla terra continua ad essere la principale causa di violenze contro gli indios. Ma quella riguardante Raposa Serra do Sol è resa maggiormente intricata e feroce da due fattori che non possono essere trascurati quando si parla della demarcazione di questo territorio: il Roraima ha il sottosuolo più ricco di tutto il Brasile; inoltre, è un territorio di frontiera e quindi assoggettabile a misure di sicurezza e di difesa.
I Macuxi da anni rivendicano il diritto al possesso delle loro terre, diritto a tutt’oggi negato quantunque sancito dalla Costituzione del 1988 il cui art. 231 recita: “sono riconosciuti agli indios l’organizzazione sociale, i costumi, le lingue, le tradizioni e i diritti sopra le terre da loro occupate tradizionalmente”. Il comma 2 del succitato articolo dichiara che gli indios hanno l’usufrutto esclusivo delle ricchezze del suolo, dei fiumi e dei laghi esistenti. Ciò sta a significare che solo gli indios possono utilizzare queste risorse e che debbono ritenersi anticostituzionali i tentativi altrui di sfruttare queste ricchezze. Inoltre, nell’art. 67 delle Disposizioni transitorie, venne fissato un termine di cinque anni perché tutti i territori indigeni fossero demarcati, termine scaduto il 5 ottobre 1993.
La creazione di aree da demarcare viene attuata mediante una sequenza di tappe che inizia con l’identificazione dell’area da parte della Funai (organo governativo per la protezione degli indios). Secondo il procedimento stabilito dal decreto 22/91, la Funai crea un gruppo di lavoro responsabile della realizzazione di indagini conoscitive, attraverso la raccolta di dati antropologici, cartografici e fondiari. Una volta descritta l’area indigena da demarcare, con la cartografia elaborata secondo le norme vigenti, il progetto viene sottoposto al parere del Ministro della Giustizia che dichiara il possesso permanente (non la proprietà) del gruppo indigeno sull’area e ne determina la demarcazione.

Il bestiame e la terra
Secondo un rapporto del Cir (Conselho Indigena Roraima), nell’area Raposa Serra do Sol coesistono 83 villaggi abitati da indios per un totale di 10.000 individui e 180 fazendas facenti capo a non indigeni, di cui solo otto hanno un proprietario a pieno titolo, le altre sono da ritenersi illegali.
Il numero e le dimensioni di queste ultime è andato crescendo negli ultimi cinquant’anni. I non indigeni che lavoravano nelle fattorie, per tradizione venivano pagati con un certo numero di capi di bestiame, dando vita a loro volta ad altre fazendas (non succedeva lo stesso per i lavoranti indigeni che erano pagati con denaro). Così, lentamente e costantemente, i villaggi degli indios si sono trovati ad essere circondati dalle fazendas e il bestiame è diventato un metodo per l’occupazione delle terre indigene.
Tale sistema è stato adottato da alcuni missionari cattolici che da anni lavorano nella zona, con lo scopo, al contrario, di rafforzare i diritti degli indios. Così è nato l’ormai famoso progetto Una mucca per l’indio. L’idea, semplice e geniale al tempo stesso, accolta e fatta propria dagli indios, è consistita nel consegnare ad ogni villaggio una mandria di 50 vacche e due tori, da allevare per cinque anni. Al termine del periodo, gli animali sono trasferiti ad un altro villaggio, mentre la produzione eccedente rimane agli allevatori. Il bestiame appartiene a tutti e la legalità dell’operazione è controllata dai consigli indigenisti territoriali.

I blocchi stradali e la diga del Cotingo
Nel mese di marzo del 1994, i Macuxi, stanchi delle violenze fisiche e verbali e dei raggiri dei politici, decidono di passare all’azione. L’azione, pacifica ma energica e ben visibile, ha l’obiettivo di sollevare il problema della demarcazione delle loro terre, che continuano ad essere occupate da fazenderos e garimpeiros. Formando dei blocchi stradali con tronchi d’albero e pietre, impediscono l’accesso dei camion ai garimpos (miniere per l’estrazione dell’oro), illegalmente sorti nella zona. La parola d’ordine è: demarcazione subito, fuori gli invasori dai territori. La zona è presidiata dalla polizia militare, che frequentemente si esibisce in atti vandalici bruciando le capanne costruite nei pressi dei blocchi, percuotendo uomini, donne e bambini. Alle violenze della polizia si aggiungono quelle dei garimpeiros, atte a produrre reazioni forti da parte degli indios, che snaturino la natura pacifica delle loro rivendicazioni. I blocchi stradali, tra alterne vicende, sono stati mantenuti fino alla fine del 1994, e molti politici si sono portati nell’area per tener buoni gli indios e fare loro promesse puntualmente non mantenute.
Un ulteriore problema affligge in quest’ultimo periodo i Macuxi. Il Governo di Roraima starebbe per avviare la costruzione di una centrale idroelettrica sul fiume Cotingo (sempre in territorio Raposa Serra do Sol) nonostante la costruzione della centrale non goda né della concessione del Dipartimento Nazionale delle Acque e dell’Energia Elettrica, né del parere favorevole dell’Elettrobras né dell’autorizzazione del Congresso Nazionale, né tanto meno di quella delle comunità indigene che, secondo la Costituzione, dovrebbero essere ascoltate in caso di costruzioni di centrali nelle loro aree.
La lotta dei Macuxi è passata quindi dai blocchi stradali all’occupazione della zona, dove a metà dicembre 1994 il governo di Roraima ha avviato un primo cantiere per la costruzione della centrale che, secondo il progetto, prevede l’inondazione di 3700 ettari di territorio indigeno.

Diritti umani
Gli atti di violenza contro le popolazioni indigene hanno registrato, a partire dal 1993, una sensibile accelerazione, resa ancora più drammatica dall’impunità di cui godono.
La Human Rights Watch Americas, nel suo rapporto Violenze contro i Macuxi e Wapixana in Raposa Serra do Sol dal 1988 al 1994, chiede al governo brasiliano di prendere immediati provvedimenti contro le violenze ai danni di tali popolazioni e di provvedere in tempi stretti alla demarcazione dei loro territori. Chiede altresì alle autorità dello stato di Roraima di provvedere ad una piena riforma della polizia, di indagare su tutti gli abusi commessi da parte di agenti di polizia e di licenziare coloro che si rendono responsabili degli abusi. Sollecita, inoltre, un’azione di monitoraggio per punire chi, nel corso di un arresto, percuota o torturi un detenuto.
Anche la Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sui diritti umani, tenutasi a Vienna nel giugno del ’93, ha messo in luce quanto ancora sia lungo il cammino da fare per un pieno riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene. Pur non sottovalutando l’importanza della richiesta della proclamazione di un decennio indigeno per la pace, avanzata dalla Conferenza all’Assemblea Generale dell’ONU (richiesta che quest’ultima ha soddisfatto proclamando il decennio internazionale dei popoli indigeni a partire dal 10 dicembre 1994), vale la pena porre in rilievo un dato apparentemente poco significativo. Il documento conclusivo della Conferenza – sebbene enunci e ribadisca solennemente l’universalità, l’interdipendenza e l’indivisibilità dei diritti umani; la fondazione dei diritti umani sulla dignità della persona; l’interdipendenza tra diritti umani, sviluppo e democrazia; l’importanza dell’autodeterminazione dei popoli – non ha invece recepito la richiesta contenuta nel documento delle ONG di considerare le popolazioni indigene come popoli, nel malcelato timore di dovere conseguentemente riconoscerne anche il diritto all’autodeterminazione.

Le autorità brasiliane
Resta da chiedersi cosa ci si possa aspettare dal neo-governo Cardoso, insediatosi il primo gennaio di quest’anno. Le prime mosse sembra non vadano per la giusta direzione. Il Ministro della Giustizia, Nelson Jobim (che dovrebbe dare l’OK per la demarcazione del territorio Raposa Serra do Sol), dopo aver ricevuto una delegazione composta da alcuni leader Macuxi e rappresentanti di associazioni preposte alla tutela degli indios, ha lasciato intendere che sarebbe tendenzialmente favorevole alla demarcazione dei loro territori. Ciò detto, l’Avvocatura Generale dell’Unione ha deciso di inoltrare la pratica al Consiglio di Difesa nazionale composto dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Senato, dal Presidente della Camera dei Deputati, da militari.
Questo iter atipico non lascia prevedere niente di buono. È il tentativo di un ulteriore mescolamento delle carte e rafforza il sospetto che anche sul neo-governo Cardoso, per quanto concerne il problema della demarcazione dei territori, pesi molto di più l’opinione dei militari, dei governi locali, delle multinazionali, che l’applicazione della Carta costituzionale.

Breve scheda sui Macuxi
I Macuxi sono un popolo di cacciatori e agricoltori che abitano nella regione del Monte Roraima, nello stato di Roraima in Brasile, in prossimità della frontiera con la Guyana. La popolazione è stimata intorno ai 22.000 individui, dei quali circa 15.000 vivono in territorio brasiliano, i restanti nello stato confinante.
Nell’area Raposa/Serra do Sol vivono circa 10.000 Macuxi e 1.000 Ingaricò, distribuiti in 90 villaggi lungo i fiumi Tacutu, Surumu, Cotingo e Maù.
Di religione animista, discendono, secondo la loro tradizione orale, direttamente da Mucanaìma e Anìque, figli del Sole.
Il clima nella regione presenta drastici mutamenti stagionali che condizionano il ritmo della vita sociale. Di conseguenza, la popolazione è soggetta ad una mobilità ciclica per il conseguimento delle pratiche agricole, per le tecniche del “taglio e brucia” di piccole aree di foresta (che consentono il riposo del terreno rendendolo nuovamente fertile), per la pesca nei corsi d’acqua.
I villaggi dei Macuxi e Ingaricò nell’area Raposa/Serra do Sol sono costituiti da un numero di abitazioni che varia da due (i villaggi più piccoli) a varie decine che si sviluppano intorno a un patio centrale fino a disperdersi in prossimità dei corsi d’acqua più vicini. Le case sono raggruppate in piccoli complessi composti da nuclei familiari legati tra loro da stretti vincoli di parentela.
È viva ancora la tradizione che vuole le giovani coppie trasferite nel villaggio della famiglia della sposa. Il marito, per inserirsi a pieno titolo nella nuova comunità, deve aiutare il suocero nelle attività di caccia e pesca, nella confezione di piccoli manufatti di uso domestico come cesti, stuoie, setacci.
Con la nascita del primo figlio, la nuova famiglia si trasferisce in un’altra casa e ha diritto ad un’area di coltivazione propria. Si consolida così un nuovo gruppo domestico relativamente autonomo.
Mara Gattoni
Lega per i diritti e la liberazione dei popoli