Il mito del progresso e l’ideologia della modernità

Brasile “moderno”
Brasile “arcaico”

I fatti di Eldorado dos Carajás, di cui s’è parlato in un precedente articolo (cfr. Madrugada n. 28 – dicembre 1997) richiamano quelle notizie e immagini che non di rado arrivano dal Brasile, in singolare contrasto con gli stereotipi che di quel paese ci siamo formati, frivoli o seri che siano: “paese del carnevale” (come recita il titolo – ironico, naturalmente – del primo romanzo di Jorge Amado); paese della musica e della samba (pensiamo all'”Orfeo negro” di Vinicius de Moraes e all’entusiasmo che suscitano tra gli “aficionados” in Italia un Gilberto Gil, un Caetano Veloso, un Chico Buarque de Holanda…); paese del gioco del pallone (gli sono stati dedicati perfino saggi di natura filosofica!); il Brasile “terra del futuro” (titolo di un fortunato libro di Stephan Zweig), terra dalle risorse immense ancora inesplorate o non sfruttate (o meglio, sfruttate a vantaggio di pochi privilegiati); il Brasile terra del prodigioso incrocio razziale e del “meticciato” culturale… Di fronte a tali immagini ‘consacrate’, ecco giungere le notizie che urtano, le immagini che sconvolgono: uccisione di meninos de rua, come avvenne davanti all’antica cattedrale, la chiesa della Candelaria, a Rio de Janeiro, la notte del 23-24 luglio 1993… (senza dimenticare che ogni giorno vengono assassinati in Brasile 7,5 ragazzini dediti alla microcriminalità); prostituzione infantile; massacri di contadini che ‘dimostrano’ per avere un pezzo di terra su cui vivere del proprio lavoro; 7 milioni e mezzo di ragazzi tra i 10 e i 17 anni che lavorano senza alcun riconoscimento giuridico-economico…
Quando il presidente della Repubblica, Henrique Cardoso, parla di Brasile arcaico e di Brasile moderno presenta una lettura dei fatti di Eldorado secondo il ben noto paradigma che oppone primitività a modernità (quella sorta e affermatasi in Occidente), barbarie a civiltà. È un paradigma che s’è espresso letterariamente varie volte, ed è qui interessante richiamarne un’espressione che è rimasta esemplare, facendo per così dire scuola in Brasile (forse lo stesso Cardoso si richiama ancora, se non a tale mentalità, alla sua reminiscenza). Mi rifarò dunque a un testo letterario per noi molto istruttivo.

“Os sertões”
Nel secolo XIX il Brasile, ottenuta senza colpo ferire l’indipendenza (1822), progredisce vistosamente all’europea con la monarchia di Pedro II. Nel 1888 viene abolita la schiavitù; nel 1889, dopo l’abdicazione del re, viene proclamata la Repubblica federalista.
Nel campo politico-culturale il Brasile ha adottato le idee positiviste dell’Europa, mentre in campo letterario il romanticismo riprende il mito indianista, sempre su imitazione europea (i grandi modelli sono V. Hugo e Bayron), al punto che un critico, Afranio Coutinho, potrà definire l’indio brasiliano un europeo vestito con un perizoma di foglie e armato di clava. È in questo clima, dominato dal mito scientista-progressista, che il Brasile, nel 1902, viene sconvolto dalla pubblicazione di un libro che è un rapporto su una campagna militare. Il suo titolo: Os sertões plurale di sertão”), tradotto in italiano con Brasile ignoto (Sperling & Kupfer Editori, Milano 1953: libro oggi purtroppo introvabile al di fuori di poche biblioteche). Autore del libro è un ingegnere militare, Euclides da Cunha, divenuto corrispondente del giornale “O Estado de São Paulo” al seguito delle operazioni militari svoltesi in una povera località del “sertão” nel nord della Bahia: Canudos.

Canudos
Cos’era successo? Nelle sperdute zone interne (i ‘sertões’) del nordest del paese era sorto uno strano movimento messianico, che faceva capo a un santone, Antonio il Consigliere. Riassumerò i fatti con le parole di Giorgio Marotti, nel suo agile volumetto Profilo sociologico della letteratura brasiliana – I.O. sertão (Bulzoni Ed., Roma 1971): “Un episodio insignificante sarà l’inizio della tragedia: Antonio il Consigliere e i suoi seguaci bruciano pubblicamente l’editto delle imposte nella piazza di un villaggio. È un atto di ribellione puerile contro un’autorità che non sentono e non conoscono. Qui comincia l’assurdo, la tragedia farsa. Nessuno nella capitale dello Stato vuole considerare il fenomeno alla luce delle condizioni del Nordest: è l’eterno complesso del brasiliano medio, di voler considerare tutto secondo schemi europei. La Repubblica è stata proclamata da poco, siamo nel 1893, è ancora insicura, Antonio il Consigliere e i suoi seguaci hanno bruciato un editto della Repubblica, quindi si tratta di una revanche monarchica, una nuova Vandea […]. Dopo un primo scontro con le truppe da cui escono vittoriosi, i ribelli si dirigono verso l’interno del sertão, una località abbandonata di nome Canudos. Ben presto in tutto il sertão comincia a diffondersi una specie d crisi mistica: famiglie agiate vendono le loro ricchezze per dirigersi a Canudos, avventurieri, vagabondi, banditi, mistici, tutti si dirigono verso la nuova città che sorge ricca di cinquemila duecento casupole… Tutti sono là per lo stesso scopo, spinti da un’unica ragione: la fine del mondo si avvicina, occorre fare penitenza, bisogna digiunare e pregare per prepararsi degnamente al gran giorno” (o.c., p. 23-24). “Ma – per continuare con le parole di Roger Bastide – non si vive soltanto di cantici e preghiere. Bisogna pur mangiare, e siccome quella folla estatica non aveva tempo di lavorare, bande fameliche saccheggiavano le fattorie circostanti, portavano via provviste e viveri, bruciando, quando se ne andavano, le case di coloro che non seguivano la legge del Consigliere. La strada del Cielo diveniva la strada del delitto” (da Brésil – Terre des contrates, tr.it. Il Brasile, Garzanti 1964, p. 74).

La repressione
Così il governo repubblicano decide la repressione militare, che si svolgerà in quattro tempi.
1) Un primo distaccamento di 100 uomini muove contro un paese di 5.000 case, su un terreno facilissimo alle imboscate; difatti, caduto in una di esse, è obbligato ad abbandonare l’impresa.
2) Si ritenta con una spedizione di 800 uomini, la quale si conclude con un nulla di fatto: dopo due scontri violenti, i jagunços (misto di bravo, vaccaro, vagabondo) fuggono verso Canudos, i soldati ritornano alla civiltà.
3) Anziché la tragica realtà del sertão, il Governo vede macchinazioni monarchiche, intromissioni straniere, colpi militari: allucinazioni tipiche degli infatuati dalle ideologi; si pensa così a una terza spedizione, con 1.300 uomini bene armati, agli ordini di un colonnello che ha la fama di un duro e di un vincitore, Moreira Cesar: un piccolo esercito armato delle armi più armato delle armi più moderne, con alcuni cannoni, contro una città di barbari armati di vecchi archibugi! Ma è ancora una clamorosa sconfitta.
4) Nel divampare delle passioni politiche – violenta allestita la quarta e ultima spedizione, a cui prenderà parte come ingegnere militar Euclides da Cunha. È l’ultimo atto dell’assurdo. Prima di essere completamente accerchiati, vista la superiorità dell’esercito, gli abitanti di Canudos potrebbero mettersi in salvo nell’immensità del sertão, ma nessuno fugge; sono là per aspettare la fine del mondo, e la fine del mondo arriva: Canudos viene rasa al suolo a colpi di cannone, tutti i suoi abitanti uccisi, quelli sopravvissuti all’assedio saranno squartati, comprese donne e bambini, in un assalto alla baionetta; “quando i vincitori entreranno nell’ultima delle cinquemiladuecento casupole di Canudos, vi troveranno due uomini, un vecchio e un bambino, che moriranno combattendo” (G. Marotti, o.c., p. 26-27).

Ignoranza e barbarie: dove?
Anziché capire il dramma causato da calamità naturali, da una situazione di tipo feudale, da un’emotività straripante da ogni rigido ordine razionale (“ordine e progresso” è il motto della bandiera brasiliana), il Brasile colto e progredito pensò di dichiarare guerra all’ignoranza, alla superstizione e alle barbarie, senza accorgersi che si trattava di una guerra che il Brasile combatteva contro se stesso: il Brasile europeizzato della costa, delle grandi città, delle prospere piantagioni di caffè, contro il Brasile indigeno dell’interno, il Brasile ignorante e ritardatario. In realtà gli uomini del progresso erano accecati da un’ignoranza non meno fatale di quella dei sertanejos: l’ignoranza umana derivante dall’ideologia del tempo.
Quella di Euclides da Cunha sarà “un’opera di scienza scritta come un’opera d’arte” (cfr. L. Stegagno Picchio, Storia della letteratura brasiliana, Sansoni -Accademia, Firenze 1972, p. 400-401). Si tratta – come fa notare un acuto critico-sociologo, Antônio Cândido, in un suo saggio del 1956: Literatura e sociedade – di una scienza mal digerita, solcata tuttavia da intuizioni folgoranti espresse con l’enfasi oratoria tipica dello stile brasiliano.

Scienza mal digerita
L’ideologia (la “scienza mal digerita”) a cui si ispira Euclides è quella della modernità, naturalmente di matrice europea: il positivismo ottocentesco incentrato nel mito del progresso. Sennonché si tratta di un progresso che non risparmia chi non si adegua al suo passo. Non sorprenderà quindi leggere frasi come queste: “Il tempo è rimasto immobile sulla rozza società degli abitanti della selva, isolata dal movimento generale dell’evoluzione dell’umanità”. All’inizio del libro, gli abitanti del sertão, pur discendenti da una “razza superiore” (l’europea) sono visti come individui fatalmente incapaci di accedere ai fasti della storia, interpretata in modo semplicistico ed eurocentrico; individui non solo “ritardatari” oggi di fronte alla “marcia dei popoli” ma destinati domani a soccombere: “la civiltà avanzerà nelle regioni interne, spinta da quella implacabile “forza motrice della storia”, secondo l’espressione di Glumpowicz che, con geniale intuizione, previde l’inevitabile schiacciamento delle razze deboli da parte delle razze forti.
Questa è “scienza mal digerita”. Ma è proprio qui, di fronte a una ideologia che schiaccia i più deboli, a un progresso che funziona da rullo compressore, che scattano le ‘intuizioni folgoranti’ del cuore; qui che l’uomo protesta contro le pseudoragioni dello scienziato. Ascoltiamo con quale coraggiosa lucidità l’autore sia capace di fare autocritica, di denunciare il proprio passato, di propagandare il riscatto dei compatrioti sfortunati e ritardatari: “Dopo aver vissuto 400 anni nel vastissimo litorale, su cui non vi erano che pallidi riflessi di vita civilizzata, ricevemmo improvvisamente, come eredità inaspettata, la repubblica. Ascendemmo di colpo, trascinati nella corrente degli ideali moderni, lasciando sepolto nella penombra secolare, nel fondo del paese, un terzo della nostra gente. Ci lasciammo illudere da una civiltà presa in prestito; respingemmo, in un cieco lavoro di imitatori, tutto ciò che esiste di meglio nell’organizzazione di altre nazioni, evitando di transigere minimamente in favore delle esigenze della nostra nazionalità. Rendemmo così, con una rivoluzione, più profondo il contrasto fra il nostro modo di vivere e quello dei nostri rudi compatrioti, più stranieri in queste terre che gli immigrati europei…

Canudos era per noi Vandea
Quando, per la nostra innegabile imprevidenza, lasciammo che tra essi si formasse un nucleo di maniaci, non vedemmo il lato più profondo dell’avvenimento. Restringemmo il nostro spirito al concetto limitato di una preoccupazione partigiana (il futuro delle magnifiche sorti progessive della repubblica contro il barbaro passato della colonia, ancor viva sotto la veste della monarchia. Provammo un orrore impegnativo davanti a quelle mostruose aberrazioni e, con uno slancio degno delle migliori cause, li sopraffacemmo a colpi di baionetta, risuscitando il nostro passato, con una entrada ingloriosa, riaprendo in quelle regioni infelici i solchi cancellati delle bandeiras (spedizioni armate per la conquista del territorio e l’asservimento di indios, ai tempi della colonia)… Vedemmo nell’abitante del sertão, la cui rivolta era un aspetto della semplice ribellione contro l’ordine naturale, un serio avversario, un valoroso paladino di un regime estinto, capace di distruggere le istituzioni nascenti. E Canudos era per noi una “Vandea”. E ancora: “Noi figli dello stesso suolo, etnologicamente indefiniti, senza tradizioni nazionali uniformi, viventi parassitariamente sulle sponde dell’Atlantico dei principi civilizzatori elaborati in Europa e armati dall’industria tedesca, abbiamo avuto nello svolgimento dei fatti una funzione singolare di mercenari incoscienti”. L’accusa si ritorce così non più contro la “barbarie” degli uomini del sertão, riconosciuti come ‘straordinari compatrioti’, ma contro l’ignoranza della gente della costa, del paese “civile”: “Quell’assedio (di Canudos) sembra un ritorno al passato. Esso fu, nel vero significato della parola, un crimine. Denunciamolo!”… Tanto più che gli abitanti del sertão, contro cui ci si scagliò in nome del Brasile moderno e indipendente, in realtà, come “primi effetti di diversi incroci, erano forse destinati a diventare i capostipiti di una grande razza”.

Enfasi oratoria
Ed ecco un’enfatica perorazione in cui permane la contraddizione tra ragioni ideologiche di modernità-progresso e intuizioni del cuore, tra semplice trattazione di “compatrioti”: “Era decisamente indispensabile che la campagna di Canudos avesse un obiettivo superiore alla funzione stupida e ben poco gloriosa di distruggere un villaggio del sertão. Vi era un nemico più serio da combattere, una guerra più lenta, ma più degna. Tutta quella campagna sarebbe stata un crimine inutile e barbaro, se non ci si fosse serviti della vie aperte dell’artiglieria per una propaganda tenace, continua e persistente, che cercasse di portare al nostro tempo e incorporare alla nostra esistenza quei compatrioti ritardatari”. È inammissibile giustificare un massacro sbandierando la speranza di una futura integrazione nazionale. E tuttavia occorre anche riconoscere che, benché imbevuto delle “idee moderne”… del suo tempo, l’autore sa chiaramente insinuarvi il fermento della protesta in nome delle persone da guadagnare alla causa nazionale, e non da schiacciare ai margini del trionfale avanzare della storia.

La odierna miopia
Questa scorribanda (sia pure contenutissima) nel Brasile letterario non è una divagazione per soddisfare certe curiosità. È un richiamo al pensiero di certi paradigmi interpretativi (quello, al es., di modernità in opposizione al primitivismo) contrabbandati in nome d’una presunta scienza (evoluzione storica, modernità… oggi il mercato!) di fronte a situazioni e fatti drammatici in cui è in gioco il destino e la vita dell’uomo. Euclides insegna, se non altro, che un progresso fine a se stesso entra in contraddizione con l’uomo e che i pensieri del cuore (umanità delle sue intuizioni) vedono non solo più profondo, ma più lontano e più ampio dei pensieri della testa (miopia delle ideologie adottate).
Mi resta solo da aggiungere, per finire che con tutto questo non abbiamo forse ancor nemmeno sfiorato il vero problema posto da libro di Euclides: quello dell’incontro-scontro tra civiltà e religione, che è quello del significato della storia.
Ci sarà un’altra occasione per parlarne? Se Deus quiser…

Nota dell’autore – le citazioni sono prese da testi da me trascritti da Brasile ignoto e da quanto riportato dal libro già citato di G. Marotti, oltre che dall’interessante postfazione di Angelo Morino, traduttore e curatore del romanzo del peruviano Vargas Losa, La guerra della fine del mondo, Einaudi, Torino 1983, che è la vicenda di Canudos in chiave romanzesca. Quanto nelle precedenti citazioni compare tra parentesi è naturalmente una mia annotazione in margine al testo.
I corsivi sono miei.