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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Il processo di urbanizzazione nel subcontinente indiano

di Colagrossi Roberto

La situazione indiana
L’India è un paese di quasi novecento milioni di abitanti, caratterizzato da un enorme numero di villaggi e da una dozzina di grandi città. Rispetto ad altre grandi aree di povertà, come l’Africa e l’America Latina, l’India presenta la maggior parte della popolazione nelle aree rurali, circa il 70%. Le grandi città indiane sembrano non avere nulla di diverso da quelle degli altri paesi altamente urbanizzati ed “in via di sviluppo”. Sono infatti caratterizzate da una moltitudine di persone che, spinte sin lì dalla tremenda povertà rurale, sono andate ad inserirsi nel settore informale, anch’esso a basso reddito, in attesa di un futuro migliore. Come tutti i paesi “in via di sviluppo”, l’India deve affrontare il problema della crescita demografica: la popolazione cresce ad un tasso annuo del 2,2% sin dal 1960 e crescerà dell’1,8% nel periodo 1991-2000. All’inizio del nuovo secolo l’India sarà un paese di 1 miliardo e 18 milioni di abitanti. Coloro che nasceranno nelle aree rurali faranno probabilmente parte di quell’ampia parte di popolazione che ha frammentato una piccola area del paese, ed andranno a premere sempre di più su quella poca terra. I grandi proprietari, indotti dai positivi effetti della “rivoluzione verde”, opteranno sempre più per l’introduzione di innovazioni tecnologiche nella produzione, assorbendo solo in parte la nuova forza lavoro. Le nuove generazioni andranno ad alimentare il flusso di emigrazione nei centri urbani. Il livello di urbanizzazione del paese era il 18% nel 1960, è stato il 27% nel 1991 e sarà il 32% nel 2000. Il destino degli emigrati non sarà roseo. Difficilmente sarà elevato il tasso di occupazione nell’industria, ancora non pienamente decollata nel paese, nonostante l’enfasi all’industrializzazione presente sin dai primi piani quinquennali. Ciò è evidenziato dall’analisi della forza lavoro. Nel 1965 il 73% della stessa era concentrato nell’agricoltura mentre il 12% operava nell’industria; negli anni ’90 troviamo il 62% nell’agricoltura e l’11% nell’industria. A salvare la situazione occupazionale è stato, e sarà, il settore dei servizi. Questo in America Latina raccoglieva il 25% della forza lavoro negli anni ’80 passando al 31% nel 1990; in Africa negli anni ’80 è cresciuto ad un tasso del 6,7%; nel periodo 1980-85 il settore formale ha creato 500.000 posti di lavoro nei PVS mentre quello informale 6 milioni; in India si è passati dal 15% del 1965 al 27% della forza lavoro nel 1990. Tale settore produce il 40% del GDP, contro il 31% dell’agricoltura e il 29% dell’industria. Le tre maggiori città indiane Delhi, Bombay e Calcutta presentano caratteristiche diverse. Delhi è la capitale, nel 1992 aveva 8.800.000 abitanti e ha sempre ricevuto, dato il suo ruolo, attenzione da parte del governo centrale. Nel 1985, 158.000 famiglie erano in attesa di un alloggio mentre 200.000 vivevano in 600 sobborghi non autorizzati. In Delhi il 63% della forza lavoro opera nel settore informale e sempre tale settore assorbirà il 50% della nuova forza lavoro sino al 2000. Il reddito pro-capite è stato di 3.314 rupie nel 1983 contro le 1868 dell’India intera. Bombay è il centro industriale e finanziario più importante dell’India. Il 50% della popolazione, nel 1992 stimata di 13.322.000 unità, risiede in slums, slums che stanno crescendo più rapidamente della città intera; sempre il 50% della popolazione aveva nel 1983 un reddito al di sotto della linea di povertà; il 77% della popolazione vive in monolocali condivisi tra 5 o 6 persone. La crescita dell’industria ha indotto un alto tasso di crescita della popolazione urbana. La forza occupata cresce del 2,6% l’anno, mostrandosi adeguata al flusso dei richiedenti lavoro. Sebbene privata da Delhi del titolo di capitale del paese e da Bombay del primato industriale-finanziario, Calcutta rimane una città vitale e la seconda città del paese, con 11.106.000 abitanti. I 2/3 della popolazione hanno un reddito non superiore ai 35 dollari al mese, mentre 1,5 milioni di persone sono disoccupati, 1/3 della popolazione vive in slums non registrati. Circa 3 milioni di persone vivono nelle bidonville e insediamenti di profughi senza acqua potabile, che subiscono ogni anno straripamenti e mancano di qualsiasi mezzo per lo smaltimento dei rifiuti. Altri 2,5 milioni di persone vivono in quartieri più antichi e mal serviti. Le condutture dell’acqua esistono solo nella zona centrale della città e in alcune parti delle municipalità vicine. Le reti fognarie sono limitate ad 1/3 dell’ex nucleo coloniale e la scarsa manutenzione degli scavi provoca periodiche ostruzioni e accentuati straripamenti.

Da stime ufficiali risulta che il 27% della popolazione indiana è al di sotto della linea di povertà, in particolare nelle città: si tratta di 57 milioni di persone. Gli anni ’80 hanno evidenziato una crescita media del prodotto reale del settore industriale pari all’8% e, parallelamente una crescita del 2,5% del prodotto agricolo. La distanza tra i redditi dei 2 settori continua dunque ad avanzare. Inoltre il tasso di crescita dell’occupazione, nel settore industriale, ha mostrato rallentamenti, evidenziando ulteriore gap tra il reddito urbano, almeno per chi lo detiene, e il reddito rurale. Questo porterà ad una accelerazione del processo di urbanizzazione, rendendo vitale un incremento dell’offerta di lavoro e di servizi.
Le politiche economiche e l’urbanizzazione
L’attività dei pianificatori dell’India indipendente è stata orientata all’industrializzazione, strumento ritenuto idoneo a favorire una rapida crescita economica, l’equa distribuzione del reddito, e più in generale l’autosufficienza. Per raggiungere questi fini si è operato sia in ambito agricolo che industriale.
La politica agricola indiana è sempre stata orientata all’incremento della produzione, nel rispetto degli interessi dei grandi proprietari terrieri. Il basso livello di produzione agricola e la parallela esigenza di alimenti per gli operatori impegnati nel settore moderno hanno orientato all’incremento produttivo la politica indiana, obiettivo che fu dapprima perseguito con l’estensione della fornitura dei fattori necessari alla produzione, quali il credito, i fertilizzanti, gli impianti di irrigazione e altre infrastrutture, e poi con l’introduzione delle sementi ad alta resa, fenomeno che ha costituito una rivoluzione produttiva a livello mondiale (la cosiddetta “rivoluzione verde”). La riforma della proprietà agraria con l’introduzione dei minimi e massimi appezzamenti dimensionali, la riforma del sistema dell’affitto, la eliminazione degli intermediari, hanno costituito un palliativo, di fatto raramente efficacie ed agevolmente eluso. Non hanno avuto maggior fortuna l’esperienza comunitaria e cooperativa, istituite al fine di ottenere gli aumenti produttivi da un contesto nel quale l’aiuto reciproco, la condivisione degli oneri e dei profitti, avrebbero dovuto indurre il superamento dei problemi insormontabili per il singolo.
L’esperienza comunitaria, nella quale il villaggio era l’unità base di sviluppo, evidenziò il venire meno dell’impegno della comunità nel momento in cui erano soddisfatti, con il lavoro svolto, interessi lontani alla comunità stessa; il modello cooperativo, libera aggregazione di produttori, non produsse alcuna rilevante modifica rispetto alla situazione preesistente. Difetto principale di questa organizzazione fu l’ineguale condizione sociale-economica che caratterizzava gli aderenti, che ebbe riflessi nelle decisioni quotidiane di fatto orientate a favore dei grossi proprietari. Inoltre le due esperienze presentavano un alto grado di difficoltà e resero necessario l’intervento di pubblici funzionari le cui carenze professionali influirono non poco sull’esito dei progetti.
Nell’ambito di una più equa distribuzione del reddito ottenuta con l’intervento pubblico rientrano i numerosi programmi orientati alla creazione di occupazione per le classi rurali disoccupate-sottoccupate. L’utilizzo di tale forza lavoro venne orientato alla produzione di infrastrutture funzionali allo sviluppo economico. Però i benefici a livello occupazionale sono stati temporanei, così come i programmi che li hanno indotti. Essi presentano costi elevati, che influiscono sul già precario bilancio pubblico, sono il più delle volte imposti dall’alto, senza considerare le reali esigenze dell’area in cui si opera né le capacità della forza lavoro esistente, forza lavoro alla quale non è concesso partecipare alla formazione delle linee del programma.
Quello che si è ottenuto dalle diverse misure poste in essere per influire sulle zone rurali è l’autosufficienza a livello produttivo ma non dal punto di vista dei consumi. È errato ritenere risolto il problema dell’alimentazione nel paese. Nel 1987-88 il consumo pro-capite di cereali è stato inferiore a quello del 1965, quando ha avuto inizio la “rivoluzione verde”. Il consumo pro-capite del 1991-92 fu di 40 grammi al giorno rispetto ai 45 minimi e ai 75 del 1969-70. Secondo le stime del National Nutrition Monitoring Bureau meno del 15% della popolazione è adeguatamente nutrito.
Le riforme frammentarie che sono state realizzate hanno rinforzato la posizione economica delle classi più elevate, perpetuando di fatto lo status-quo. Gli interessi delle benestanti classi rurali e quelli dei ceti medi e superiori della popolazione urbana, i cui membri spesso possiedono terra, combinati insieme esercitano una potente pressione in favore del conservatorismo nei confronti della struttura agraria, per quanto radicale possa essere il tono di certe leggi. All’insufficiente riflesso sui consumi pro-capite occorre aggiungere, quale effetto delle riforme adottate, la negativa evoluzione della struttura della proprietà terriera: si evidenzia una concentrazione della stessa per quanto riguarda gli appezzamenti di grandi dimensioni e un deflusso dei piccoli proprietari nei microfondi, che ormai raccolgono i 3/4 delle famiglie rurali.
Questo ha importanti conseguenze anche in campo ambientale. Infatti le grandi proprietà sono coltivate intensamente con un sempre più imponente utilizzo dei pesticidi e fertilizzanti, i quali influiscono negativamente sul contenuto organico dello strato fertile del terreno; inoltre le masse che sopravvivono nelle terre marginali pongono in essere un eccessivo sfruttamento delle stesse e si rendono artefici del processo di deforestazione. Il risultato dell’attività produttiva dei coltivatori, grandi e piccoli, e che il 53% delle terre è soggetto a degradazione ambientale mentre il 60% delle terre coltivabili richiede misure di conservazione del suolo. La conseguente minore produttività rende incerta la capacità di creare reddito in futuro nelle aree rurali nonché l’offerta di food-crops per le nuove generazioni.
La politica industriale è stata orientata dalla necessità di convogliare risorse nel settore moderno, al fine di istituire una struttura industriale di base idonea a garantire la sostenibilità del futuro sviluppo. Se il settore dell’industria pesante aveva il fine di formare i mezzi necessari allo sviluppo economico, il settore delle piccole imprese doveva nel contempo rispondere alle esigenze di consumo degli indiani nonché promuovere, attraverso il decentramento produttivo, una omogenea distribuzione sul territorio della ricchezza. Questo disegno del sistema industriale, nonché le misure introdotte per la sua realizzazione, hanno di fatto impedito l’evoluzione del settore moderno.
Il processo di industrializzazione mosse sul principio di sostituzione delle importazioni con il duplice motivo di poter disporre di un mercato ben definito, quello dei prodotti importati, e di tutelare al contempo gli interessi delle imprese nazionali esistenti. Il Governo indiano ha posto in essere una serie di misure di politica industriale attraverso le quali ha controllato i principali aspetti delle decisioni private industriali al fine di renderle coerenti con gli obiettivi della pianificazione. Ci sono stati così controlli governativi su: scelta dei prodotti (tramite licenze di produzione), capacità produttiva, investimenti stranieri e trasferimenti di tecnologia, importazione di beni capitali.
Relativamente alle licenze di produzione il fine dichiarato era la costituzione di un apparato industriale in linea con le esigenze nazionali. Lo studio degli effetti di tale misura è stato l’oggetto di numerose commissioni. I risultati ottenuti sono pressoché unanimi: l’obiettivo di canalizzare gli investimenti nella direzione desiderata è stato solo in parte raggiunto; modesti sono stati i risultati di un riequilibrio economico tra le diverse aree del paese; ritardi nell’approvazione dei progetti hanno influito sulla loro redditività; ridotti sono stati i risultati sul controllo della concentrazione economica.
Al fine di riequilibrare la bilancia dei pagamenti sono state introdotte misure di restrizione delle importazioni che hanno avuto riflessi sulla competitività internazionale delle imprese e sulla loro sopravvivenza interna. È il caso delle limitazioni all’import di tecnologia e materie prime. Per equilibrare la bilancia dei pagamenti non si è scelto di espandere le esportazioni ma di ridurre e controllare le importazioni. L’elevata competitività dell’ambiente internazionale ha indotto una evoluzione tecnologica orientata alla riduzione dei costi di produzione. In India però la limitazione dell’import di tecnologia ha fatto venire meno l’accesso al rapido progresso tecnologico con effetti sull’intera economia. L’industria indiana, al riparo dalla concorrenza estera a causa delle tariffe sui prodotti importati e limitata nell’import tecnologico, non ha orientato la sua ricerca e sviluppo alle innovazioni per acquisire una maggiore capacità di penetrazione nei mercati internazionali. Il tutto ha avuto riflessi sulle possibilità di competizione delle imprese indiane, restando così il paese privato dello strumento delle esportazioni per riequilibrare la bilancia dei pagamenti e accelerare il lento processo di industrializzazione. Sullo sviluppo industriale hanno avuto riflessi anche le misure atte ad evitare la collocazione delle imprese nelle aree urbane. È così venuta meno la sinergia, propria delle economie occidentali, tra imprese e città, alla quale è legata la correlazione positiva tra industrializzazione, sviluppo economico e urbanizzazione.
In definitiva le misure poste in essere dallo Stato indiano a tutela dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti hanno avuto quali effetti problemi crescenti nella disponibilità di moneta internazionale. Tali misure di regolamentazione si sono tradotte in disincentivi all’attività industriale e non hanno indotto un processo di urbanizzazione legato alla disponibilità di posti di lavoro nelle aree urbane.
La necessità di sviluppare un settore manifatturiero su piccola scala a livello locale si è manifestata sin dagli anni precedenti all’indipendenza del paese ed è stata accolta con molta enfasi quale panacea dei problemi indiani. È emerso subito il problema della convivenza con le grandi imprese, le quali posero in difficoltà le antagoniste sia sul mercato dei fattori produttivi che su quello di sbocco, potendo avvalersi di una serie di tecnologie che gli consentivano di ottenere un prodotto di più elevata qualità. A questo si è tentato di porre rimedio tramite una controllata distribuzione dei fattori, con lo strumento delle licenze di produzione, con l’esclusiva di produzione per una serie di manufatti, con parte della spesa pubblica orientata ai prodotti delle piccole imprese. Tale approccio, complesso e difficile da gestire, non ha prodotto appieno i risultati sperati.
Le condizioni di povertà che caratterizzano le aree rurali sono un forte incentivo alla emigrazione verso le aree più ricche, specialmente per i sempre più numerosi giovani, che hanno a disposizione sempre meno terra per vivere.
Il declino della terra disponibile pro-capite (0,9 ettari nel 1947, 0,7 ettari nel 1987 e una stima di 0,33 ettari nell’anno 2000), il declino del prodotto agricolo rispetto al GDP (59% nel 1951, 54,2% nel 1961, 45,24% nel 1973, 33% nel 1986 e una stima del 25% nel 2000) e la quasi costante quota di lavoratori nell’agricoltura, nonostante il minor apporto al GDP (79,4% nel 1961, 83,5% nel 1971, 80,98% nel 1981), mostrano una crescente marginalizzazione della popolazione rurale. In questo contesto gli stimoli all’emigrazione sono stati parzialmente annullati dall’opzione per le piccole imprese le quali hanno, assieme agli speciali e temporanei programmi orientati all’occupazione, trattenuto la popolazione nelle aree rurali. La parzialità del risultato è da imputare alla incapacità del mondo rurale di stimolare la formazione di un tessuto produttivo moderno, fisiologica evoluzione dell’artigianato di villaggio, attraverso lo stimolo della richiesta di beni manufatti.
Il buon andamento della domanda di beni nelle zone rurali è funzione principalmente del reddito agricolo. Ora la massa della popolazione rurale, il 32% nel 1992, ha un reddito al disotto della linea di povertà; i grandi proprietari hanno un reddito elevato che induce consumi non ottenibili dalle piccole imprese, il che esclude questa categoria dai potenziali loro clienti. Resta una fascia centrale di persone con un livello intermedio di reddito, in grado con le sue esigenze di consentire lo sviluppo del settore. In tale contesto la piccola impresa rurale è andata sviluppandosi soprattutto grazie agli ostacoli posti alla grande impresa e alla spesa pubblica orientata ai suoi prodotti, ma non si è realizzato l’auspicato decentramento produttivo: la bassa crescita del reddito, soprattutto quello rurale, l’assenza di sbocchi sul mercato esterno, a causa della scarsa competitività, hanno chiuso gli orizzonti delle piccole imprese.
Il Governo avrebbe dovuto promuovere un più omogeneo sviluppo del reddito rurale, evitando la formazione di un gruppo di oltre 300 milioni di persone al disotto della fascia di povertà, incapaci di creare e distribuire ricchezza. Una riforma agraria di redistribuzione della proprietà terriera, rafforzata da un equo sostegno all’introduzione di sementi ad alta resa e alla costruzione di infrastrutture orientate ai bisogni, avrebbe indotto la formazione di un’ampia fascia sociale a medio reddito alla quale le piccole imprese avrebbero potuto rivolgersi. Si sarebbe dovuto optare per una più diffusa introduzione delle nuove tecnologie in grado di consentire l’incremento della produttività e quello della qualità del prodotto. Il maggior grado di efficienza ottenuto e il livello della domanda più elevato, avrebbero indotto più eque condizioni di competitività nei confronti della grande impresa, evitando l’eccessiva regolamentazione economica che ha sostanzialmente mantenuto il gap esistente.
I numerosi vincoli imposti alle modalità di sviluppo, un sistema industriale rurale artificiosamente mantenuto in vita con l’uso inefficiente di risorse pubbliche, hanno impedito alle città di esercitare il ruolo di catalizzatore dello sviluppo e di attrazione delle masse.
Questa fattispecie di sviluppo ha indotto il “modello” di urbanizzazione tipico indiano. Il prodotto finale è stato quello di un paese scarsamente urbanizzato, il 30% della popolazione vive in città, caratterizzato da aree di povertà immense, principalmente nelle zone rurali in cui la “rivoluzione verde” stenta a decollare e da alcune città immensamente popolate con una capacità attrattiva leggermente superiore alla altre, dovuta: vuoi al fatto di essere capitale, e quindi caratterizzata da flussi di risorse peculiari, come Delhi, nella quale ci sono ben 4 milioni di impiegati pubblici; vuoi per l’essere la “porta dell’India” e quindi centro di traffici commerciali in grado di creare e distribuire ricchezza, come Bombay; vuoi perché dotata di un immenso hinterland esteso a tutta l’India occidentale, come Calcutta.
Il “risveglio del gigante”
La necessità di un nuovo e univoco indirizzo economico è stata indotta da un lato dalla lenta e contraddittoria crescita economica raggiunta (autosufficienza alimentare dal lato della produzione, prevalenza del settore informale su quello industriale moderno) e dall’altro lato dal lento quanto costante declino del reddito agricolo rispetto a quello urbano (il 49,5% nel 1950-51, il 41,2% nel 1960-61, il 25,6% nel 1974-75). Da ciò l’ineludibile approccio alle esportazioni, con relativa de-regolamentazione dell’economia, avviata nel 1991 con l’eliminazione delle licenze di produzione ed importazione, la riduzione delle tariffe e la possibilità di acquisire imprese da parte del capitale straniero.
La liberalizzazione del sistema economico consentirà alle imprese di operare in funzione di un più ampio mercato interno, con l’incentivo alla crescita, provocherà un stimolo verso l’economicità dovuto all’apertura dell’economia ai produttori e consumatori esteri.
Il tutto avrà naturalmente riflessi sul processo di urbanizzazione. Il venire meno dei vincoli posti all’accesso alle risorse e la forte concorrenza dei produttori stranieri avranno riflessi negativi in particolare sulle piccole imprese, le quali si troveranno a competere in un ambiente fortemente concorrenziale rispetto allo statico contesto che ha caratterizzato la loro esistenza. Se ciò costituirà uno stimolo all’efficienza tuttavia avrà riflessi sull’esistenza di molte di esse, venendo a smantellare la rete protettiva stesa a salvaguardia del reddito delle aree rurali. Il clima di maggiore competizione indirizza la localizzazione nelle aree nelle quali sono consentite economie di scala e vantaggi dal punto di vista dei costi. È facile prevedere una industrializzazione delle aree urbane, le quali presentano una dotazione di infrastrutture nonché un capitale umano in grado di rispondere alle esigenze delle imprese stesse.
Anche per l’agricoltura ci si è orientati a favore delle esportazioni. Negli ultimi 20 anni sia la quota delle importazioni che quella delle esportazioni di beni alimentari sono andate progressivamente diminuendo passando dal 27% del 1970 al 2,6% del 1990 per le importazioni e dal 31,72% del 1970 al 19,40% per le esportazioni. Il decremento delle importazioni evidenzia la buona riuscita delle politiche di sostituzione delle importazioni, ma la riduzione delle esportazioni è il riflesso della stazionarietà della produzione e della non competitività dei beni alimentari. Per rimuovere tali impedimenti si è optato per la liberalizzazione dei prezzi, che rifletteranno i costi piuttosto che lo scopo politico dell’autosufficienza alimentare delle classi meno abbienti, e nell’offrire il massimo supporto alle industrie di trasformazione agro industriale così da aumentare il reddito e l’occupazione nelle zone rurali.
L’orientamento verso l’agro-industria è il percorso della speranza per molti PVS, che tentano in tal modo di conseguire un passo verso un ulteriore industrializzazione, con positivi effetti sull’occupazione e la distribuzione del reddito, e di conferire maggior valore aggiunto al prodotto, con effetti positivi sulla bilancia dei pagamenti.
Ulteriori novità sono state apportate dalle misure richieste dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, nell’ottica di un piano di aggiustamento strutturale volto a stabilizzare l’economia indiana ponendo sotto controllo il suo debito interno ed estero. A fronte di un prestito di 3,5 miliardi di dollari l’India dovrà, tra l’altro, ridurre i sussidi all’acquisto di fertilizzanti, ridurre i sussidi all’approvvigionamento di cibo attraverso il sistema di distribuzione pubblica e ancora tagliare i finanziamenti ai suoi programmi orientati all’occupazione.
Un nuovo orientamento
Negli ultimi anni ’60 l’interdipendenza tra la crescita industriale e quella agricola cominciò ad evidenziarsi. L’idea che il settore manifatturiero fosse in grado, con le esportazioni, di produrre quella moneta straniera per equilibrare le importazioni necessarie, mostrò palesi pecche, anche perché promuovere l’industria locale spesso richiedeva misure protettive che di fatto la isolavano dal mercato internazionale. Emerse la necessità di un forte mercato interno, quindi la crescita dei redditi agricoli, per sostenere la crescita del settore moderno. Questa esigenza è ancora lungi dall’essere realizzata nella maggior parte dei PVS. Per rivitalizzare il settore rurale occorre operare sui suoi operatori principali, i piccoli proprietari e i senza-terra, al contempo produttori e consumatori. Piccoli proprietari e senza-terra sono il nucleo della povertà rurale; sono impegnati in una economia di sussistenza. Essi operano in un contesto difficile con ostacoli e barriere superiori a quelli che devono affrontare i grandi proprietari. L’agricoltura è per loro un modo di vita piuttosto che una semplice attività economica. Essi sono accusati di essere irrazionali, fatalistici e conservatori nei loro comportamenti. Questo ha indotto numerose incomprensioni su questi gruppi e li ha condotti al di fuori o ai margini dello sviluppo rurale. In realtà essi sono attivi operatori che rispondono razionalmente agli incentivi economici e alle opportunità che li raggiungono. Gli ostacoli che si frappongono alla loro emancipazione, benché rilevanti, non sono insuperabili. La maggior parte delle forze che creano la povertà sono sociali, riflettono un sistema di allocazione delle risorse fatto dalla società, che può quindi essere modificato. Politiche dei prezzi, sistemi di credito, servizi alla produzione e sociali che trascurano i poveri non sono un fatto naturale e inevitabile.
Nessuno è semplicemente povero ma piuttosto abbiamo il contadino povero, il pescatore povero, l’allevatore povero. Essi sono quindi produttori poveri e la risposta alla loro povertà sta nel consentirgli di operare in un contesto che permetta una maggiore remunerazione al loro lavoro.
Da ciò deriva che, combattere la povertà non significa escludere la crescita ma contribuire alla crescita. La povertà deve essere vista come un problema di produzione e l’alleviazione della povertà come un investimento. Mobilitare l’attività dei poveri rurali per espandere il loro reddito e il loro contributo alla crescita comporta cambiamenti strutturali nella società e nelle economie. Significa dapprima incrementare l’accesso alle risorse, all’acqua, alla terra e alle infrastrutture, significa poi incrementare la produttività del lavoro rurale, enfatizzando le tecnologie labour-intensive e un miglioramento delle qualifiche professionali, significa rendere più capitale disponibile ai poveri, mobilitando risparmi con servizi finanziari a misura dei loro bisogni e stimolare la formazione di nuove istituzioni tra i poveri. Per sfruttare appieno le nuove tecnologie è necessaria una corretta integrazione degli incentivi, come i prezzi, degli inputs quali acqua, fertilizzanti, ecc., dell’informazione, ad esempio la diffusione delle tecnologie attraverso appositi servizi, delle infrastrutture, come strade e mercati, delle istituzioni, quali il credito, scuole e sanità.
Tuttavia la realizzazione di queste modifiche istituzionali ed economiche non è solo funzione di politiche ed investimenti, ma richiede lo sviluppo di modelli sociali nei quali gli interessi dei poveri possono essere articolati e manifestati. Significa l’instaurazione di valori di partecipazione e democrazia ad ogni livello della società, rivenienti dalle esperienze storiche di organizzazione di ogni popolo, atti a tutelarne l’identità culturale e la sopravvivenza. Per partecipare il povero ha bisogno di alzare il suo livello di consapevolezza e di formare autonomamente le proprie istituzioni; deve divenire conscio delle forze che lo mantengono in povertà e delle possibilità di indurre cambiamenti attraverso azioni collettive. In definitiva lo sviluppo economico richiede un processo di auto trasformazione e maturazione.

(Il brano è estratto dalla tesi di laurea in economia e commercio – Industrializzazione ed urbanizzazione in India – discussa presso l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata” ).