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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Rwanda in fiamme

di Pegoraro Tiziano

Il Rwanda, una nazione sconosciuta alla maggioranza degli Italiani, è conosciuta oggi per la barbarie dei massacri che, nell’arco di solo sei mesi, ha messo fine alla vita di un milione di Rwandesi (ed il computo non è ancora finito). Il terribile confronto tra l’etnia Hutu e l’etnia Tutsi ha avuto il suo inizio il 7 aprile 1994, quando l’aereo presidenziale del Generale Maggiore Habyarimana è stato abbattuto mentre era in fase di atterraggio. L’autore di tale delitto, dalle conseguenze gravissime per il Rwanda ed anche per la regione dei Grandi Laghi, non è ancora conosciuto. Ci sono tuttavia degli indizi che conducono alla quasi certezza che la responsabilità dell’attentato cada sul gruppo estremista degli Hutu.

Tali indizi sono:

* la decisione del Presidente Habyarimana di cedere ad alcune richieste del F.P.R. (Fronte Patriottico Rwandese) in ordine al suo ingresso nel Governo a base allargata;
* il fatto che i resti dell’aereo presidenziale siano caduti nella zona della cittadina di Masaka, a qualche chilometro dall’aeroporto, e sotto il controllo militare del F.A.R. (Forze Armate Rwandesi);
* il fatto che fino ad oggi non si sappia nulla della registrazione presente nella scatola nera dell’aereo e che le forze dell’O.N.U. siano state impedite di impossessarsene come anche che siano arrivate sul luogo dell’incidente con un grande ritardo;
* la popolazione di Masaka è stata massacrata nella notte tra il 7 e l’8 di aprile, e a partire da questa data si sono sviluppati massacri premeditati e organizzati in tutta la regione sud del Rwanda, con la partecipazione di Interahamwe (= associati, compagni) provenienti da Kigali e trasportati in aereo militare.

Cause prossime
I massacri dell’aprile di sangue non sono che una fase del duro scontro tra le due etnie. La guerra è iniziata il 1° ottobre del 1990. Era stata pensata dagli esuli Tutsi, che volevano ritornare alla loro terra d’origine, rivendicandone il pieno diritto, dopo esserne cacciati negli anni sessanta, a causa del passaggio dalla monarchia Tutsi alla repubblica basata sulla maggioranza Hutu. Non è stato l’unico tentativo di aggressione, ma il meglio riuscito.

La gravità di tali gesti si evidenzia nel nome dato dagli Hutu a quanti volevano entrare con la forza in Rwanda per soggiogarla ancora una volta alla dominazione Tutsi: erano chiamati Inyenzi (scarafaggi), e come tali la popolazione doveva schiacciarli ed impedire ogni azione che sgretolasse il potere della maggioranza.
Alla base di questa guerra ci sono dunque due motivi interdipendenti: il ritorno alla terra d’origine (motivo sociale), e la rivincita politica dell’etnia Tutsi, che vuole riportare l’ordinamento sociale allo stato precedente la costituzione della Repubblica per esercitarvi una funzione egemone.

Che le cose stiano in questo modo lo ricaviamo dall’atteggiamento degli esuli Tutsi. Verso il 1991 era stato concesso loro la possibilità di entrare in Rwanda, alla condizione che deponessero le armi. Nessuno si è presentato ai posti di vigilanza. Si dice che il clima politico non era loro favorevole e che non avevano nessuna certezza di essere protetti nei loro diritti. Il loro rifiuto era una evidente dichiarazione di volersi presentare come “partito armato” nell’ambito della formazione dei nuovi partiti. E questa caratteristica è stata sempre mantenuta. Non accettavano di essere considerati alla stregua degli altri partiti democratici, che venivano formandosi a partire proprio dall’anno 1990. Ciò a cui tendevano non era un confronto libero o una richiesta democratica di un loro diritto, bensì la determinazione a scalzare l’autorità del Presidente Habyarimana e dei suoi collaboratori, perché il potere ritornasse alla loro etnia. E questa rigida determinazione si è manifestata in tutti i tentativi di colloqui per trovare un modo democratico alla vertenza socio-politica che presentavano.

La storia
Gli eventi storici che hanno portato ai massacri di aprile/maggio 1994 si delineano nel modo seguente:
* Prima degli anni sessanta il regime politico era basato sulla monarchia Tutsi, vigente in Rwanda fin dal XIV secolo. Tuttavia l’etnia Tutsi non era che la minoranza della popolazione. Il suo sistema politico aveva trasformato gli Hutu quasi in “servi della gleba”, su cui pesavano grosse ingiustizie perpetrate dal re e dai suoi vassalli: come il diritto di vita e di morte, il diritto di prelevare una parte del raccolto per cui ogni servo Hutu doveva lavorare tre giorni per la corte, il diritto del foraggio, per cui gli armenti dei Tutsi potevano pascolare ovunque ci fosse dell’erba… Da parte sua il re aveva modo di legare a sé i suoi dignitari, che erano costretti a presentargli dei doni quotidiani e a cui dovevano tutto l’onore di cui erano investiti. Si viveva in un sistema politico piramidale al cui vertice c’era il re. La vita di uno era legata ai benefici del suo immediato superiore. Lo scardinamento del più piccolo privilegio sarebbe stato la rovina di tutto il sistema.
* Verso la fine degli anni cinquanta hanno origine i primi moti democratici, cioè di contestazione al sistema politico tradizionale. I fautori erano uomini vicini alla Chiesa, che nella persona di mons. Perraudin dei Padri Bianchi si era espressa nel 1956 per una presa di coscienza della situazione sociale e presentava alcune linee di giustizia sociale, per la quale la maggioranza aveva il dovere e il diritto di esprimersi nella conduzione della vita nazionale. Era la riscossa della maggioranza. Per la classe dei Tutsi il tradimento o il voltafaccia della Chiesa. La fine degli anni cinquanta venne segnata dal sangue, da omicidi selvaggi, da scontri tra le due fazioni ed anche tra i vari partiti. Una situazione violenta durante la quale si svegliava la coscienza della maggioranza Hutu. La situazione degenerò quando nel 1958 la maggioranza degli amministratori, riuniti a Gitamara, dichiarò decaduta la monarchia. Il re fu obbligato a partire. In questa situazione l’autorità belga sembra non aver esercitato il suo potere, lasciando alla maggioranza politica il diritto all’autodeterminazione. In sostanza anch’essa era pervenuta alla decisione di considerare la monarchia come istituzione non rappresentativa della popolazione rwandese.
* La Repubblica vide la luce il 1 luglio del 1961. Gregoire Kayibanda ne fu il primo Presidente. Sotto la spinta della vittoria della maggioranza e dei partiti Hutu, molti Tutsi abbandonarono il paese. L’orientamento degli uomini politici non fu a carattere etnico, ma purtroppo fu ritenuto tale da molti, che si vedevano sconfitti ed insicuri della nuova autorità. Dal punto di vista sociale si notò uno sviluppo delle masse e una volontà politica di portare la popolazione ad un livello culturale degno dell’uomo. Tutto questo finì per scontentare i vecchi padroni, che tentarono di riappropriarsi del potere mediante degli attacchi armati, preparati nella terra del loro esilio.
* Gli errori della classe dirigente e la lotta tra le diverse correnti regionaliste portarono ad un colpo di stato non cruento, che diede l’opportunità al Generale Maggiore Habyarimana di fondare la seconda repubblica il 5 luglio 1973. Egli costituì la sua forza di aggregazione nel Partito Unico come movimento popolare che avrebbe portato la popolazione ad un progresso nella espressione della sua libertà politica, e ad un miglioramento della vita quotidiana. Nella pratica divenne una piovra del potere, che ha generato nepotismi, regionalismi. E scarsa attenzione fu data al problema degli esuli, senza contare diversi delitti politici.
* Il vento del pluripartitismo e la situazione ambigua di alcuni militari rwando-ugandesi, che avevano aiutato Museveni a prendere il potere in Uganda, hanno creato le condizioni favorevoli dell’invasione del Rwanda il 1° ottobre 1990. Il Fronte Patriottico Rwandese ha operato in piena libertà sul suolo dell’Uganda per sferrare i suoi attacchi, ed ha creato nel primo anno di guerra una folla di 700 mila profughi, che dal nord si è rifugiato verso il centro del paese e che non ha mai fatto ritorno alle proprie case. Le conquiste non furono eclatanti, ma efficaci per la psicologia della gente, che considerava la presenza del F.P.R. sul suolo rwandese una grave minaccia alla sua unità nazionale. Le vicende alterne della guerra e la pressione internazionale hanno condotto il governo Rwandese e il F.P.R. a formare i patti di pace ad Arusha in Tanzania il 4 agosto 1993.

Essi prevedevano un governo a base allargata a tutti i partiti maggiori. L’inadempienza di alcune clausole ed il ritardo nell’applicazione dei vari decreti per la costituzione del nuovo parlamento e del nuovo governo, come la violenza contestatrice di qualche partito, hanno portato all’irrigidimento fatale delle due parti (Governo e F.P.R.).
Quando poi il Presidente Habyarimana nell’ultimo tentativo di Dar-es-salam (fine marzo 1994) ha accettato alcune clausole, è stato giudicato un debole e un traditore della causa. Si è decisa allora la sua morte ed i massacri che hanno insanguinato orribilmente le mille colline del Rwanda.

p. Tiziano Pegoraro, missionario in Rwanda