Onore ai soldatini vigliacchi

Quando Amelia – quattro anni e mezzo e alcuni recenti successi al suo primo corso di nuoto – deve affrontare la vasca da bagno oppone una fiera resistenza. Si apre quindi un lungo contenzioso con mamma e papà. Amelia si dimostra un “osso duro” e risponde colpo sul colpo ai tentativi di accerchiamento. La sua risposta preferita è un chiaro e secco: “Non è vero!”.
Ad esempio. Non è vero, come i genitori vorrebbero farle ammettere, che esista una perfetta identità, o almeno una qualche somiglianza tra la piscina e la vasca da bagno. Anzi, a parte l’acqua (e Amelia ci fa anche notare che in piscina l’acqua è tanta, mentre nella vasca è poca), la piscina è decisamente “un’altra cosa”. Su questo punto Amelia esprime un convincimento, per così dire, inaffondabile.
Battuti alla scuola di dialettica, i genitori ripiegano su un argomento più classico ma che almeno ha il pregio – ai loro occhi – di essere incontestabile. “Non vedi come sei sporca?”. Cosa potrà obiettare Amelia davanti all’esibizione delle prove: mani nerissime, avanzi di colore sulla faccia, strane carte geografiche sulle braccia, capelli color topo, piedi formaggiosi?
Ebbene, contro ogni evidenza, Amelia contrattacca. Sì, ammette di essere sporca, ma non “abbastanza sporca”. Non abbastanza per meritare un bagno. Un bagno che si può benissimo posticipare: dopo, domani, un altro giorno. Anche perché Amelia ha in mente altre e più importanti priorità: guardare un cartone, giocare con le bambole, telefonare alla nonna, andare a trovare i cugini.

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Quando, alla fine, Amelia si ritrova nuda e insaponata – è chiaro che con i grandi bisogna perdere qualche battaglia – sembra dimenticarsi delle sue mille obiezioni. Subito dopo troverà il modo di divertirsi anche nella vasca da bagno, e vorrà rimanerci per sempre, e ne verrà estratta solo a viva forza.
Adesso, avvolta nell’asciugamano, è di nuovo arrabbiata. Forse avrebbe qualcosa da dire sulla coerenza dei suoi genitori. Meglio non indagare.
Bisogna rivestirsi. Ad Amelia torna il sorriso. Si mette un dito sulla pancia nuda e, canticchiando la ballata rap di Lorenzo Cherubini, sentenzia: “L’ombelico del mondo…”.
Primo commento: non è facile fare il bagno ad Amelia.
Secondo commento: non è facile intendersi tra grandi e piccoli.
Piccola morale: non è facile il dialogo tra due ombelichi. L’ombelico di Amelia e l’ombelico dei genitori di Amelia. Perché ogni ombelico è al centro esatto di un mondo. Esprime una soggettività, una identità, un desiderio che non può essere ridotto al “tuo” desiderio, alla “tua” identità, alla “tua” soggettività.

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Non è chiaro, anzi è fortemente dubbio, se il mondo abbia – oggi, mentre finisce il millennio – un unico, vero e riconoscibile ombelico.
Per le pagine economiche, sembrerebbe Wall Street l’ombelico dell’economia mondiale. Se la borsa di New York sale, salgono anche le altre borse. E viceversa.
Peccato che Wall Street sia stata di recente fortemente influenzata dalla storiella a puntate tra Clinton e una giovane stagista. Forse l’ombelico del mondo corrisponde esattamente all’ombelico di un presidente degli Stati Uniti “incontinente” e bugiardo?
Può essere. Ma tutto sta se l’opinione pubblica americana, cioè se l’ombelico di 250 milioni di americani si appassiona alla storiella, ovvero si dimostra stanca di riascoltarla per l’ennesima volta.
Visto che nelle ultime elezioni americane (poco più del 30% di votanti) i Democratici non sono crollati, hanno anzi guadagnato 5 seggi alla Camera a spese dei Repubblicani (un’inezia), forse Clinton è salvo e riuscirà a finire il suo mandato. Quindi, il dollaro respira. Quindi, Wall Street riprende a salire. Quindi, lo spettro del crollo dei mercati si allontana.

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Quindi, non esistono sostanziali differenze tra il funzionamento dei mercati mondiali e il fenomeno collettivo che ha “costretto” milioni di italiani a far la coda davanti alle ricevitorie del Superenalotto.
Aggiudicati salomonicamente i 62 miliardi ad un intero paese, la corsa non accenna ad esaurirsi. Già sono allo studio nuovi giochi e succulenti super-super-premi.
Che ci sia sotto qualcosa di sporco? È naturale che qualcuno nutra qualche dubbio sulla correttezza del gioco.
Io non mi preoccupo e, quando mi ricordo, gioco le mie 1.600 lire. Non vedo cosa ci sia di male a fantasticare su come diavolo farò a spendere tutti quei soldi che prima o poi mi pioveranno addosso.
Mi preoccupa invece che le prime pagine dei giornali, e le aperture dei telegiornali, siano interamente devolute a questo nuovo sport nazionale. Ma come, non è successo nient’altro nel mondo?
Mi preoccupa, anzi mi fa rabbrividire, che nessuno si preoccupi che l’economia ed i mercati mondiali funzionino come il nostro Enalotto. Il fatto cioè di essere governati dall'”Effetto domino” che significa, in sintesi, essere in balia dell’assoluta casualità.
È già successo con alcuni paesi, con le cosiddette e ormai ex “tigri asiatiche”. Interi stati, milioni di uomini e di donne di buona volontà (e i loro risparmi, progetti, sogni) possono essere distrutti nel giro di due giorni. In barba, anzi spesso con la complicità dei cosiddetti organi di controllo dell’economia mondiale.
Ma, dico io, non ci sarà sotto qualcosa di sporco?

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Pinochet, 83 anni suonati, pensava di averla scampata per sempre. Peggio, era tanto convinto, e tanto sinceramente, di essere stato un Grande Statista e un Salvatore della Patria, che usava paragonarsi a Napoleone e aspettava con ansia di essere meritatamente inserito tra i manichini del museo delle cere.
Probabilmente – nonostante un coraggioso e spregiudicato giudice spagnolo, e nonostante il coro delle voci dei torturati e dei parenti delle vittime che si sta levando da ogni angolo del mondo – il generale torturatore tornerà a casa e scamperà il processo e la galera.
Ma non potrà dimenticare le urla di chi chiede giustizia. Se riuscirà ad addormentarsi, il sonno non gli porterà corone d’alloro ma incubi di sangue.
Dopo Pinochet, comunque finisca, speriamo che qualcuno sollevi la foglia di fico di una giustizia che si ferma sui confini degli Stati Nazionali, che lascia impuniti i crimini contro l’umanità per basse ragioni di politica interna o di amicizia commerciale tra “Nazioni sorelle”.

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In un paese di montagna, austriaco prima del 1918 e oggi italiano, ci sono due piccoli cimiteri militari. In uno dormono i “fanticini” italiani, nell’altro i coetanei che combatterono per l’Impero Austroungarico. È passato tanto tempo: i visitatori, dell’una e dell’altra parte, si contano ogni anno sulle dita di una mano.
In quel paese di montagna c’è però un unico monumento ai caduti della Grande Guerra. Sul basamento ci sono due semplici liste di nomi. Non è però facile capire a prima vista quali siano i “nostri” e quali invece gli antichi “nemici”, perché nomi e cognomi, tedeschi ed italiani, ricorrono e si rincorrono in entrambe le liste.
Il premier francese Lionel Jospin – è notizia di questi giorni – ha riabilitato le migliaia di disertori francesi del ’15-’18. Si erano rifiutati di gettarsi allo scoperto e di andare a mani nude contro il fuoco delle mitragliatrici. Furono fucilati dai loro comandanti come codardi e disertori. Carne da macello, in ogni caso. E per una guerra che nessuno di loro – né gli eroi né i disertori – avevano scelto.
Anche in Italia c’è qualcuno che pensa di ridare l’onore a non meno di 10.000 fanti fucilati come disertori da ufficiali che preferivano stare nelle retrovie.
Sarebbe giusto. E sarebbe giusto riscrivere tutti i nostri monumenti ai caduti. Mettendoci i nomi di tutti i morti: dell’una e dell’altra parte, quelli caduti sotto il piombo nemico e quelli uccisi dai plotoni d’esecuzione. E cambiare la scritta:
“La patria si è sbagliata.
Chiede scusa a tutti per l’orrore della guerra”.

Francesco Monini
direttore responsabile
di Madrugada.
Vive a Ferrara.
Lavora in una cooperativa libraria.