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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Storia di una sconfitta. Lo sciopero dei lavoratori dipendenti della Petrobras

di Tosi Giuseppe

Il tema che ha polarizzato l’attenzione dei brasiliani nel mese di maggio è stato lo sciopero dei petrolieri che è durato tutto il mese: il più lungo della storia della categoria. Di fatto si è trattato di uno sciopero emblematico, che ha sollevato molte polemiche e molte ostilità contro i petrolieri, la CUT e, di riflesso, contro il PT e tutta l’opposizione di sinistra: i mezzi di comunicazione l’hanno definito uno sciopero selvaggio, disumano, che penalizza i più poveri e miserabili per difendere gli interessi corporativi di una categoria che è fra le più ben pagate del paese.
Le conseguenze sulla popolazione sono state infatti gravi, come si può immaginare: mancanza del gas in cucina, di benzina, oleo diesel e cherosene, soprattutto a San Paolo, Rio de Janeiro e nel Sud, dove lo sciopero è stato più forte. File enormi si sono formate davanti ai depositi di gas e, come sempre, gli speculatori ne hanno tratto profitto per imboscare i prodotti e rivenderli più cari.

Isolare la categoria
È stato facile per il governo isolare la categoria, sfruttare il malcontento popolare, dare una lezione al sindacalismo cutista e giustificare la fine del monopolio della Petrobras. L’8 giugno il parlamento, riunito per fare le riforme alla Costituzione, ha deciso la fine del monopolio statale della Petrobras che durava da 40 anni, con una votazione ampiamente maggioritaria: 360 voti a favore del governo contro 140 dell’opposizione.
Ma veniamo ad un’analisi più dettagliata e per niente spassionata, anzi totalmente di parte: questo articolo è uno sfogo personale su di un avvenimento che ho vissuto con grande partecipazione emotiva: so che anche nella sinistra le opinioni sono discordanti, per cui consideratele come un contributo, di parte, al dibattito.

I fatti: settembre 1994
I fatti sono questi: nel settembre dell’anno scorso i petrolieri, alla data del rinnovo del contratto, avevano accennato ad uno sciopero per un aumento salariale del 12%. Sono stati ricevuti dal Presidente della repubblica e dal Ministro delle miniere e dell’energia che hanno firmato un protocollo, impegnandosi a concedere l’aumento. Passati alcuni mesi, il nuovo governo si è rifiutato di riconoscere questo protocollo ed ha aperto un processo presso la Magistratura del Lavoro, chiedendo l’illegalità dello sciopero e l’annullamento dell’accordo.
Il Supremo Tribunale del lavoro – che in Brasile ha ancora poteri di decisione finale nel caso di conflitti di lavoro e le cui sentenze hanno valore di legge – ha accolto in pieno la richiesta del governo: ha dichiarato lo sciopero illegale (perché realizzato fuori data e perché i petrolieri non hanno mantenuto il 30% della produzione prevista per legge); ha dichiarato l’accordo precedente nullo, anzi inesistente perché non era stato firmato dal presidente della Petrobras, ha intimato ai lavoratori il ritorno immediato al lavoro e ha deciso una multa di 100.000 dollari per ogni giorno di sciopero. Insomma non ha offerto nessun spiraglio alle richieste dei petrolieri. Il governo si è rifiutato di aprire i negoziati, ha rimosso 150 sindacalisti che dirigevano lo sciopero, ha minacciato licenziamenti in massa ed ha dato ordine alla polizia di aprire processi contro i sindacati.
Alla fine dello sciopero le multe ammontavano a circa 40 milioni di dollari, l’equivalente di tutto il patrimonio dei sindacati e la giustizia minaccia di pignorare i beni del sindacato.

I petrolieri (lavoratori dipendenti) beffati dal governo
I petrolieri si sono sentiti beffati perché stavano esigendo semplicemente il rispetto della parola data dal Presidente della repubblica e dal ministro, lo sciopero era, dal loro punto di vista, strettamente salariale ed economico e si sarebbe risolto normalmente in pochi giorni di negoziato se il governo non si fosse mostrato intransigente per tirarne profitti politici.
Il governo, dal canto suo, accompagnato da tutti i mezzi di informazione, dichiarava che l’obiettivo dello sciopero era politico: mostrare la forza del sindacalismo per frenare le riforme neoliberali. Il confronto si è radicalizzato minacciando il collasso energetico del paese, che è stato evitato, in parte, grazie a massicce importazioni di petrolio dall’estero, che sono costate molto di più dell’aumento salariale negato ai petrolieri ma, come si dice qui in Brasile, “preferisco pagare mille all’avvocato che dare dieci al lavoratore”.
È stato un vero braccio di ferro fra governo e sindacato che si è concluso con una schiacciante vittoria del governo che sta definendo sempre più chiaramente la sua strategia di tipo radicalmente neoliberale.
Possiamo trarne alcune lezioni.

La Magistratura del Lavoro superata
§ L’assoluta inadeguatezza della Magistratura del Lavoro per risolvere conflitti economici: la Magistratura del Lavoro dovrebbe limitarsi alle questioni giuridiche. Qual è la competenza di un giudice per decidere se l’aumento 3% o del 30% o se un accordo ha valore oppure no? I conflitti devono essere lasciati alla libera negoziazione delle parti. La sentenza del tribunale, che ha valore di legge, ha dato un ottimo pretesto al governo per non aprire i negoziati e ha giustificato legalmente una repressione assurda sui sindacati che stavano rivendicando un normale aumento salariale.
Questa intromissione della Magistratura del Lavoro è un resto della legislazione corporativa dei tempi della dittatura, che dovrebbe essere eliminata.

§ La mancanza di democrazia nei mezzi di comunicazione: i petrolieri sono stati tutti i giorni in prima pagina sui giornali, nella televisione e nelle radio, ma in nessun momento hanno potuto esprimere il loro punto di vista. È stato un vero bombardamento di informazioni negative, che mostrava solo gli effetti negativi dello sciopero, senza dare la parola all’altra parte in conflitto.

La strategia del governo
§ La strategia del governo di trasformare i funzionari pubblici in nemici numero uno del paese: non si parla più di corruzione, del debito estero e interno, dei latifondisti, dell’arricchimento assurdo delle banche con i tassi di interesse altissimi e dei problemi cronici di concentrazione di terra e di rendita nelle mani dell’élite.
Oggi il grande nemico è il funzionario statale, la fonte di tutti i problemi del paese, il che giustifica la privatizzazione indiscriminata e la svendita del patrimonio pubblico. È prevalsa la logica tradizionale della politica brasiliana: “Per gli amici tutto, per i nemici la legge!”. Nello stesso periodo, infatti, il governo, che si mostrava intransigente con i petrolieri, stava negoziando apertamente con i grandi proprietari di terra, concedendo agevolazioni e riduzioni sui tassi di interesse agricoli, che causano perdite di miliardi di dollari alle banche ufficiali, in cambio di voti per le riforme costituzionali, nel più classico stile clientelare.

Nuove forme di lotta
§ L’incapacità del sindacalismo di trovare nuove forme di lotta, alternative allo sciopero, che, soprattutto nei servizi pubblici, pregiudica più la popolazione che il governo e crea un isolamento profondo del sindacato davanti all’opinione pubblica.

§ L’incapacità dell’opposizione di creare un movimento di massa contrario al neoliberalismo trionfante, che abbia un ampio appoggio della popolazione come c’è stato in Brasile all’epoca della dittatura o, più recentemente, nel caso dell’impeachment del presidente Collor (che è stato assolto dal supremo tribunale federale per insufficienza di prove). Se vogliamo fare comparazioni con l’Italia basti pensare alla reazione sindacale che ha contribuito alla caduta del governo Berlusconi.
È possibile che dopo questa bruciante sconfitta il movimento si riorganizzi, ma ci vorrà molto tempo e molta creatività per incontrare nuove forme di opposizione all’onda neoliberale che si mostra attualmente irresistibile.

Le simpatie di F.H.Cardoso
Il governo del socialdemocratico FHC si sposta sempre più rapidamente a destra e si mostra sempre più neoliberale, imitando lo stile di Margaret Thatcher in Inghilterra: non è per caso che il presidente ha offerto un ricevimento speciale all’ex primo ministro britannico nell’ambasciata brasiliana a Londra, così come, in visita ufficiale negli Stati Uniti, è andato personalmente a visitare Henry Kissinger nella sua residenza privata. Sinceramente non si capisce che cosa abbiano a che fare queste due figure con la socialdemocrazia, la quale, in Europa, è sorta come espressione del movimento sindacale e non come suo antagonista.
Di fatto chi comanda nel governo sono le élites dominanti di sempre, che stavano con la dittatura e l’interventismo statale finché ne avevano interesse e oggi si proclamano democratiche e liberali; le stesse che, dopo aver usato le imprese statali nel periodo della dittatura per i propri interessi privati, adesso ne chiedono lo smantellamento per comprare a prezzi vili il patrimonio pubblico e creare monopoli privati.

Un futuro precario
Difficile prevedere cosa succederà nei prossimi mesi. Alcuni segnali sono negativi: il deficit nella bilancia commerciale continua a crescere ogni mese, il debito pubblico aumenta per causa degli altissimi tassi di interesse (circa 15% al mese contro un’inflazione del 2-3%, il che significa che in 6 mesi il governo perde in interessi metà dei soldi ricavati con le privatizzazioni), c’è un clima di recessione a vista con aumento della disoccupazione, il cambio resta artificialmente rigido, il dollaro si mantiene fisso da mesi sui 90 centesimi di real. Sembra che, con le dovute proporzioni, si stia seguendo la strada del Messico e dell’Argentina.

L’economico schiaccia il sociale
Dopo i monopoli economici, il governo ha intenzione di ridurre i diritti sociali, soprattutto quelli del lavoro, poi la scuola e la salute pubblica e, finalmente, la riforma più difficile, che è quella delle pensioni. È difficile capire che senso abbia una politica neoliberale in un paese che non ha mai avuto una politica socialdemocratica di servizi sociali e di distribuzione del reddito e che ha una enorme popolazione esclusa dal consumo.
L’impressione che si ha, è che questa politica – imposta dall’estero e ispirata dal “consenso di Washington” – provocherà, come in altri paesi del terzo mondo, un aumento della miseria e dell’esclusione sociale, una concentrazione ancora maggiore dei redditi e una diminuzione del potere d’acquisto della fragile classe media che ancora resiste.
Ma è difficile intravedere, per ora, un’opposizione capace di presentarsi non solo come contraria alle misure del governo, ma anche con proposte alternative di governo.
Ancora una volta il Brasile cambia tutto per non cambiare niente!

Giuseppe Tosi
Professore di Filosofia
Università Federale – João Pessoa