Viaggio nel mondo della follia brasiliana: il carnevale e il delirio da fame.

È impossibile, e per certi versi rischioso, tentare di tracciare in poche righe il resoconto di un’esperienza di scambio e di lavoro un po’ particolare, che potrebbe essere sintetizzata come un viaggio nel mondo della follia brasiliana.

Il materiale raccolto, le impressioni ricevute,le esperienze vissute vanno riordinate perché sono spesso caotiche e contraddittorie, come senza dubbio è la realtà della assistenza sanitaria pubblica e privata in questo paese. Occupandosi poi di un ambito così particolare e specifico, com’è quello della malattia mentale, non c’è da meravigliarsi se tutta l’esperienza vissuta risente di una accentuazione e, a volte, di una esasperazione dello “stare con…” e del “sentire” questa particolare forma di sofferenza dell’uomo.

Difficilmente infatti è possibile incontrare, all’interno delle possibili espressioni della malattia, uno stato di abbandono e di degrado simile: ci si trova di fronte ad una sofferenza “a porte chiuse” sepolta e confinata negli ospedali psichiatrici e nei manicomi criminali di Rio de Janeiro che non interessa, né tanto meno preoccupa nessuno, ma solo gli addetti ai lavori.

Per quanto affascinante è quasi impossibile classificare ed ordinare (non rientra nemmeno nello spirito brasiliano) i possibili profili ed espressioni della pazzia: il ventaglio infatti è vastissimo e con valenze complesse e completamente diverse che, in terra carioca, possono andare dalla “follia” del Carnevale al vero e proprio “delirio da fame”.

IL CARNEVALE DI RIO

Anche se non è di stretta pertinenza psichiatrica, e rientra più in un ambito di osservazioni e interesse antropologico, non si può non soffermarsi almeno un attimo sulla incredibile esperienza del Carnevale di Rio, durante il quale esplode perentorio per milioni di brasiliani il fondamentale bisogno di “uscire da sé”, di affrancarsi per qualche tempo dal riduttivo e categorico “dover essere” per accedere ad un più eccitante e consono “poter essere”, una sorta di ek-stasi di antica memoria, dove ci si abbandona corpo e anima, all’ebbrezza dell’eccesso, della consumazione, dell’orgia e della danza perenne. (Niente a che vedere dunque con il nostro grigio, “storico” e contenuto Carnevale di Venezia, al massimo di berlusconiana risorsa!).

Questo “darsi” tutto al Carnevale è la naturale risposta e propensione di una struttura di personalità, quella carioca, fortemente affettiva, che predilige l’escalation emotiva spesso a scapito di quella razionale. È così possibile trovare forti sentimenti contrastanti nel rapporto con questa gente: lo strutturato europeo, ricettacolo del logos occidentale, teme di perdere il suo primato mentale e di essere assorbito da questo polo di attrazione contrario, più irrazionale, fortemente corporeo, certamente effettivamente più coinvolgente.

FOLLIA DA FAME

Di ambito specificamente psichiatrico è sicuramente tutto quanto riguarda la malattia che esprime disagio e sofferenza psico-fisica.

Quello che senza dubbio può colpire o sconvolgere un medico psichiatra europeo è lo scoprire che la prima malattia psichiatrica che colpisce la popolazione brasiliana è un disturbo che certamente nella nostra società non esiste, impropriamente chiamato: follia da fame.

Si tratta di un vero e proprio disturbo mentale, caratterizzato da allucinazioni e deliri simili a quelli dell’alcolismo, unicamente dovuto alla denutrizione. I soggetti più colpiti sono naturalmente appartenenti alle classi sociali più povere. La fame più nera colpisce indistintamente giovani, donne e bambini. In questi casi non si ricorre ad un trattamento farmacologico, è sufficiente una alimentazione regolare durante il periodo di degenza. Di fronte ad una “malattia” mentale di questo tipo appare evidente che il problema psichiatrico è solo la punta di un iceberg che ha alla base gravi carenze di ordine sociale.

Il curare e il dimettere questi pazienti diventa un’impresa impossibile: il terrore di ritornare a patire la fame non motiva affatto il malato alla guarigione, preferisce infatti rimanere del tutto soggetto alla vita di reparto che, per quanto malsana e violenta, è comunque in grado di assicurargli la sopravvivenza, ovvero il cibo.

Altro grave fenomeno è quello dell’alcolismo, secondo solo alla follia carenziale, che colpisce sempre e soprattutto i ceti più emarginati ed “inutili”.

I grandi ospedali psichiatrici pubblici della periferia di Rio (quelli privati del centro possono tranquillamente competere con le migliori cliniche europee) sono ridotti così ad enormi depositi di malati cronici, “senza speranza”, ricoverati ad vitam, mantenuti da una assistenza pubblica indecorosa: scarseggiano i farmaci, l’unica iniziativa “terapeutica” perseguita è quella di tenere in qualche modo i pazienti in vita.

Questi “affidano la propria identità” ad una medaglietta di latta numerata, vestono un’unica divisa, originariamente forse bianca, e vagano per queste strutture fatiscenti che ricordano più le istituzioni penitenziarie che non sanitarie. Fare terapia in senso psichiatrico in tale contesto diventa davvero drammatico e lo stato di esasperazione e frustrazione del personale sanitario e medico è ai limiti.

IL CONFRONTO

Per un medico europeo è insolito incontrare nel corso della sua esperienza professionale deliri causati da mancanza di cibo; è comunque raro anche per un medico brasiliano incontrare malattie come l’anoressia, disturbo mentale quasi sconosciuto nello stato di Rio.

L’anoressia (ovvero il rifiuto sistematico del cibo), è la malattia psichiatrica che colpisce il più alto numero di giovani donne italiana.

A questo punto sorge spontanea una constatazione: scegliere di rifiutare il cibo fino a rischiare la morte è solo una “libertà” (se esiste una vera libertà nella sofferenza mentale) concessa al malato di una società del benessere che può manipolare l’assunzione o meno del cibo al fine di esercitare un ricatto-punizione nei confronti di sé stesso o delle relazioni significative tenute con il mondo esterno.

Il delirio da fame brasiliano e il lasciarsi morire da fame europeo sono i punti estremi di un paradosso psicosociale che lascia un certo sconcerto e segna i limiti massimi delle possibili distanze tra questi due mondi che si misurano dalla possibilità o meno di poter accedere alla soddisfazione di un bisogno primario elementare qual’è appunto l’assunzione del cibo.