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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Canotti e ombrelloni

di Monini Francesco

In questi mesi ho incontrato molte volte Giuseppe Stoppiglia. Ho parlato, domandato, scherzato tanto. Non andavo a trovare un maestro spirituale, Giuseppe non lo è mai stato. Volevo semplicemente sapere «tutto» di Giuseppe (e questo tutto, il tutto che sono riuscito a sentire e capire io, finirà in un piccolo libro). Così, accogliendo il mio invito, l’amico Giuseppe, così «straordinario» ma così uguale e vicino agli uomini e alle donne che percorrono la Terra – sarà anche questo il suo segreto? – si è sottoposto pazientemente a un’interminabile sfilza di domande.

Solo a due non ha risposto. Cosa c’è dentro e dopo la morte? Che cos’è e da dove viene il male? No, in effetti, mi ha risposto: non come «il vecchio saggio della montagna», ma come un semplice uomo tra gli uomini. Mi ha detto: «Francesco, queste cose io non le so».

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«Con l’attacco in chiesa a Charleston volevo scatenare la guerra razziale negli Stati Uniti». Sono le parole di Dylann Storm Roof, razza bianca, capelli biondi a caschetto, faccia del bravo ragazzo. Nelle foto Dylann dimostra meno dei suoi 21 anni. In un giorno di prima estate, Dylann è entrato nella chiesa battista di Charleston, South Carolina. Si è seduto a fianco di alcuni fedeli che lo hanno invitato a pregare con loro. Ha rifiutato cortesemente. Poi si è alzato, ha estratto la sua pistola Glock 45 (regolarmente acquistata e registrata) e ha cominciato a sparare. «Per punirli di essere neri», ha dichiarato in tribunale alla prima audizione. Di neri, Dylann ne ha uccisi 8, un altro morirà dopo poco in ospedale.

Cause e concause di una ennesima strage? Certo, si capisce, il razzismo, il fantasma dei giustizieri bianchi incappucciati che in America non muore mai. L’ha denunciato uno sconvolto, più che commosso, Barack Obama. Ma non c’è solo il razzismo. Pesano tantissimo 300 milioni di armi in mano ai privati cittadini americani (stima per difetto) e che si possono acquistare in negoziocome il pane e il latte. Anche contro di questo si è scagliato il primo presidente nero degli Stati Uniti, sapendo di andare contro a una delle più potenti lobby, quella delle industrie delle armi, ma anche alle convinzioni di tanti americani tradizionalisti.

Ma torniamo al punto che sembra davvero «impossibile» comprendere: cosa può spingere un ragazzo, apparentemente normalissimo, a immaginare, progettare e realizzare una strage così assurda? Se razzismo e America da far west non bastano, ecco che vengono riesumate le solite risposte di sempre. Dylann era un drogato. Dylann era un pazzo.

Leggo le analisi, le spiegazioni, i confronti, la ricostruzione minuziosa dei fatti, ma mi rimane un grande buco nero. Guardo ancora un volta la faccia da bravo ragazzo dell’assassino, così insospettabile, così uguale a tutte le facce che ci capita di incrociare in una normale giornata. E mi pare di intuire una strana relazione, un inconsueto parallelismo tra l’orrore gratuito, il male assoluto e la nostra cara normalità.

Il male, l’orrore non hanno cittadinanza. E siamo proprio noi a spingerli fuori, lontano da noi, in un territorio oscuro e straniero: nell’inferno di zolfo o nel labirinto della follia. Perché il male non deve avere accesso alle nostre case ordinate, alle nostre coppie serene, alle nostre città che fanno financo la raccolta differenziata.

Invece il male ci attraversa la strada e la vita, ci visita ogni giorno. Il male, almeno un pezzetto di male, ci appartiene. E finché non lo prenderemo in carico, non lo guarderemo in faccia, l’orrore scorrazzerà libero e impunito. Guarderemo stupiti la faccia di Dylann, mentre sentiremo dentro di noi uno strano malessere, un piccolo, fastidioso imbarazzo.

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Il 25 giugno, il primo venerdì di Ramadam, l’ISIS, o comunque cellule o isolati fondamentalisti islamici, hanno sparso il sangue di tanti innocenti. Dalla Tunisia (poche settimane dopo la strage del Museo del Pardo) alla Francia, al Kuwait, le bandiere nere del Califfato hanno sventolato simultaneamente in tre continenti.

Intanto sul web e sulle televisioni di tutto il mondo continuano ad arrivare i video sempre più raffinati, terrificanti e sanguinolenti girati da valenti filmmakers convertiti alla Sharia. La «sezione stampa e propaganda» del Califfato ha ormai un archivio fornitissimo: la decapitazione degli infedeli e delle donne indegne, magari a opera di ragazzini imberbi. Le tuniche arancioni dei condannati, quelle nere dei carnefici, le lucenti scimitarre dal sapore antico, le teste mozzate in primo piano. E naturalmente, sangue, tantissimo sangue. Sono filmati di qualità, con scenografie accurate, preparate e servite allo scopo di colpire allo stomaco i nemici infedeli e caricare a mille i miliziani fanatici. Ma è questo il vero, autentico orrore? È proprio qui il «cuore nero» del male?

C’è una foto (l’avrete vista, ha fatto il giro di tutte le agenzie) che a me ha spaventato di più di tutte le decapitazioni e dei fiumi di sangue. Si vede una spiaggia con i pedalò e i gommoni e gli ombrelloni sullo sfondo. In primissimo piano c’è un bel ragazzo moro, alto e dinoccolato, capelli lunghi e un po’ ondulati, pantaloncini da mare e maglietta nera da surfista. Cammina sulla sabbia, in riva al mare, tranquillamente, con un KalaÅ¡nikov a tracolla. Siamo sulla spiaggia tunisina di Sousse (ma potrebbe essere Rimini o Forte dei Marmi, ché spiagge e turisti si assomigliano tutti) e lui è Seifeddine Rezgui, il giovane attentatore che ha appena svuotato il caricatore uccidendo a caso 39 bagnanti. Ora si allontana, senza nessuna fretta.

Ancora pochi minuti e Seifeddine Rezgui giace sull’asfalto in un lago di sangue, abbattuto dalle forze di polizia: questa volta la foto di agenzia ci restituisce l’immagine canonica del pazzo omicida. Io però sono ancora fermo a quel ragazzo che cammina a piedi nudi sul bagnasciuga. Non riesco a distinguere il killer da ognuno di noi. Non riesco a separare con una riga rossa il male dal perfettamente normale…

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L’avrete sentito e l’avrete detto mille volte: «Gli italiani hanno i governanti che si meritano». Sembra una frase perfetta, carica di saggezza, e che funziona a meraviglia: ci mette un gradino sopra il popolo bue, vellica la nostra pigrizia, ci assolve da ogni peccato. Invece è una frase orrenda, la causa diretta della nostra rovina.

Per favore, smettiamo di dirla. Smettiamo di ascoltarla, in silenzio, senza reagire. Non è vero che ci meritiamo queste facce. Non è vero che, dopo il Cavalier Banana, Renzino il Tacchino ci doveva capitare per forza. Che dopo Gianni Alemanno, losco basista di mafia capitale, doveva necessariamente arrivare Marino, chirurgo di serie C e dilettante allo sbaraglio. Magari aspettando il pentastellato Di Battista, tribuno della plebe, narcisista e ignorante a tutto tondo…

Continuo a esserne convinto: «Noi meritiamo di meglio».

A patto che incominciamo a meritarcelo.

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Mentre scrivo non so come finirà con la Grecia. Non so che ne sarà dell’Europa. Sei mesi di trattative sulla pelle di 11 milioni di greci. Arrabbiati, disperati, molti ormai alla fame. Non tanto per dire: alla fame sul serio. So che ha sbagliato la Germania, con un enorme potere e un’enorme ricchezza, ma senza alcuna visione politica e strategica.

So che hanno sbagliato i governi greci, l’attuale e i precedenti, che hanno prima accettato supinamente la cura omicida dell’austerità dettata da Frau Merkel e poi si sono gingillati in uno sciocco e suicida tiro alla fune con il gigante tedesco. So che Renzi e Hollande, le altre due grandi nazioni fondatrici, i capi di stato socialisti (ma socialisti in cosa?) hanno lasciato il «lavoro sporco» alla Germania e si troveranno travolti dal crollo della pur imperfetta istituzione Europa.

Ora, proprio ora, guardando in tivù le immagini dell’ennesimo inutile summit, vedendo le facce degli inetti e inamidati ministri e funzionari europei, sentendo la pochezza e il cinismo degli uomini che avrebbero dovuto guidare con scienza e coscienza il nostro piccolo ma antico e glorioso continente, guardando, vedendo, ascoltando tutto questo, mi sono chiesto come potevo spiegare a voi (o ai miei figli cui stavo preparando la cena) il senso di questa catastrofe. Questa eclissi della nostra civiltà. Questa eclissi che sempre più assomiglia a una notte definitiva. No, non potevo riuscirci. Sono rimasto davanti alla televisione per un altro minuto, ma non vedevo e non sentivo più niente. Poi ho preso il telecomando e ho spinto il tasto off.