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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Cosa c’è dopo il buio?

di Monini Francesco

Naturalmente non lo so. Non lo so io e non lo sa nessuno. Dentro il tunnel nero della pandemia, in queste settimane di sacrificio (e temo che quando leggerete queste righe saremo ancora in mezzo al guado) schiere di analisti e sociologi, economisti ed epidemiologi, filosofi e futurologi si sono esercitati a immaginare scenari futuri. Utopie e distopie assortite. Ma tutte queste (e le tante altre che si aggiungeranno) rimarranno solo ipotesi.
Perché i fatti certi sono solo due.
Uno. Che ci troviamo di fronte a una tragedia di enormi proporzioni, globale, planetaria: non paragonabile a niente di già accaduto nella nostra storia, forse nemmeno alla tragedia della seconda guerra mondiale.
Che coinvolge tutti, nessuno escluso. Il povero e il ricco. Il vecchio e il bambino.
Il nord e il sud del mondo. Anche se, come sempre accade, a pagare sono e saranno prima di tutto i più deboli, i più poveri, i meno protetti.
Due. Che da questo presente, da questo “tempo sospeso”, usciremo (quando usciremo) diversi – in meglio o in peggio – da come ci siamo entrati. Sarà diverso il mondo attorno a noi – la società, la politica, l’economia – e saremo diversi noi: le relazioni umane e il nostro rapporto con la natura, con il lavoro, con il tempo libero, con il consumo.
Tornerà tutto come prima? Come dopo una qualsiasi guerra o terremoto? Pensarlo è pura illusione.

I diritti sospesi

Infatti stiamo cambiando già ora. Abbiamo ceduto un bel pezzo di libertà e di diritti. Li avevamo nello zaino da più di duecento anni – dalla rivoluzione francese – e facevano un figurone nella nostra bella Costituzione, ma ci eravamo tanto abituati (non al diritto al lavoro, quello è rimasto sulla carta) che ci eravamo dimenticati di averli. Ce ne siamo accorti solo quando, per salvarci la pelle, ci hanno sospeso libertà e diritti e ci hanno chiusi in casa.
In casa guardavamo, tutti i giorni, in tivù, il conto di morti, guariti e contagiati del capo della protezione civile, i consigli e le ingiunzioni di qualche alto papavero dell’OMS, le conferenze stampa a reti unificate del presidente del consiglio. E scaricavamo da internet l’ennesimo modulo di autocertificazione. Ci arrangiavamo con lo smart working e con l’apprendimento a distanza.
Intanto arriva la tanto discussa app Immuni – con questo o con altro nome – con cui saremo “temporaneamente sorvegliati”: osservati, ascoltati, registrati h24 a distanza. Non sarà obbligatoria (bontà loro) ma volontaria. Potremo cioè decidere se aderire o no a questo The Truman Show collettivo, e ci assicurano che «tutti i nostri dati verranno cancellati entro il 31 dicembre».

Prove generali di Grande Fratello?

Comunque la si valuti, Immuni appare una iniziativa inquietante.
Anche perché su di noi, sulla nostra libertà di scelta, verrà esercitata una pressione psicologica e mediatica formidabile. A cui sarà difficile sottrarsi. Saremo spinti ad aderire in nome della battaglia contro il terribile morbo, della difesa della nostra salute e di quella del nostro prossimo, dell’obbedienza alle prescrizioni di medici, tecnici e scienziati.
Sullo sfondo, senza dircelo apertamente, ci verrà proposto un drammatico scambio: sicurezza al posto di libertà, salute in cambio della rinuncia ai nostri diritti.
Una corrente di pensiero – chiamiamola “estremista” – da almeno vent’anni sostiene che già oggi, con l’avvento al potere dei colossi come Google e Amazon, cioè molto prima di Covid-19, siamo “sotto regime”. Che non siamo più cittadini, ma siamo stati (silenziosamente, subdolamente) trasformati in sudditi/consumatori.
A dettare le regole, a governare il mondo è un nuovo potere, il “capitalismo della sorveglianza”. Ne consegue che partiti, parlamenti, governi sarebbero ormai solo un paravento, un simulacro (vengono in mente Philip K. Dick e William F. Gibson e i romanzi della miglior science fiction), mentre dietro di loro si starebbe organizzando una nuova classe dirigente, fatta di tecnici e scienziati.
Non sono in fondo già loro, gli alti gradi dell’apparato tecnico scientifico (tutti maschi, ovviamente), a parlare a reti unificate tutti i pomeriggi alle ore 18.00? Sono loro a informare, istruire e comandare.
Non credo che questo stato di emergenza incarni già ora una inedita dittatura tecnico-mediatica; non siamo ancora al “Grande Fratello” profetizzato da George Orwell, ma il pericolo esiste.
Potremo uscire dalla grande crisi molto meno liberi di quanto ci siamo entrati. Basterà che, spinta dalla paura, la maggioranza sia indotta a scambiare libertà e democrazia per la sicurezza e la tranquillità.

Qualcosa di nuovo, qualcosa di buono

Eppure, dentro la grande crisi – e abituiamoci: non durerà settimane, ma mesi, forse anni – accadono anche cose nuove e buone, anticipazioni di un futuro diverso e migliore o, per meglio dire, di più futuri possibili: “futuri alternati” o “futuri paralleli” li chiama Philip K. Dick nei suoi romanzi.
Non mi riferisco ai “medici eroi”, anzi, con tutto il rispetto e l’ammirazione che provo per coloro che hanno affrontato l’emergenza sanitaria “a mani nude” e hanno perso la vita, trovo stucchevole, autoassolutorio – in una parola: insopportabile – il ritornello dei ringraziamenti agli eroi. Così come è insopportabile la nuvola di buonismo che sembra avvolgere tutti e tutti.
Invece sono successe cose importanti: dentro ognuno di noi. Nel nostro cervello: nella nostra coscienza, se la parola non vi sembra eccessiva. Abbiamo imparato delle cose, e le abbiamo imparate in fretta, grazie a un “corso accelerato” imposto dal distanziamento sociale, la clausura, i negozi chiusi. Una inconsapevole lezione di sobrietà. La scoperta che si può vivere con molto meno di quello di cui ci pareva di avere assolutamente bisogno e che eravamo abituati ad avere, a comprare, a consumare, a gettare nella spazzatura.
O che si poteva e di doveva dare più spazio, valore, importanza alle relazioni umani e sociali: al vicinato, all’aiuto reciproco, alla solidarietà. E che farlo non era solo “buono e giusto”, ma che ci dava piacere, ci gratificava, ci rendeva un po’ felici.
Se non ci dimenticheremo di questa lezione (mi viene in mente mia nonna quando criticava coloro ai quali, quando gli insegnavi una cosa, «gli entrava da un orecchio e gli usciva dall’altro»), se appena riaperto “il mondo supermercato” non faremo ressa per procurarci le diecimila merendine rosse-gialle-verdi che ci proporrà il pensiero unico, allora l’esito della grande crisi potrebbe riservarci una bella sorpresa: invece di incamminarci verso un Grande Fratello (modello cinese o sudamericano poco importa) potremo imboccare una strada diversa e un futuro migliore per le nuove generazioni.

Il pane e burro

Le righe che seguono sono di inizio marzo, appena entrati nel tunnel…
Ecco come siamo. Come dentro una grande tempesta. Come Re Lear camminiamo dentro una nuvola di tormenta che ci impedisce di vedere anche un breve orizzonte. Non sappiamo cosa ci troveremo davanti, cosa sarà di noi, come sarà il mondo di domani, cosa rimarrà della vita – amata e odiata – che abbiamo attraversato fino a oggi. Nessun politico, nessuno scienziato, nessun profeta è in grado di dircelo.
Prima di Covid-19, nell’era dell’Anthropocene, camminavamo senza pensare, continuavamo a mettere un giorno sopra all’altro, un anno dietro all’altro. Venivamo al mondo, qualcuno ci insegnava a parlare e a camminare, qualcuno ci dava il latte, poi la pappa, infine piatto, posate e tovagliolo. A scuola imparavamo a leggere, scrivere e a far di conto. Poi il lavoro, la famiglia, gli amici e tutto il resto: tutto il bello e il brutto che accade nella vita di ognuno. Ma tutto questo senza il bisogno di pensare, perché il mondo «andava avanti da solo»; c’era qualcuno che decideva e provvedeva per noi: la politica, il mercato, la finanza. In ogni caso, non c’era bisogno di noi, dei nostri pensieri, delle nostre domande, delle nostre idee o dei nostri sogni. Non era ben chiaro chi comandava, chi «mandava avanti tutta la baracca». Avevamo idee diverse in proposito: a destra e a sinistra. Ma non c’era da preoccuparsi più di tanto: tutti sapevamo che dopo oggi, ci sarebbe stato domani, e un dopodomani, una prossima settimana, un anno venturo.
Quando sei nella tempesta, ti vengono i pensieri. A me, e non credo di essere il solo, viene il pensiero di me bambino. Mi vedo in una lontana domenica mattina, seduto al tavolo di cucina (la mia testa spunta appena dal piano del tavolo), i miei fratelli seduti accanto a me, la mia mamma in piedi a prepararci la prima colazione. Vedo benissimo, sento le voci, l’odore del latte caldo, i bisticci coi miei fratelli per il «diritto di precedenza».
È domenica mattina e c’è il burro (gli altri giorni solo il pane, niente burro), mia madre ha vicino a sé un grosso sacchetto di carta con dentro tutti i vecchi crostini di pane avanzati nella settimana, uno alla volta prende in mano un crostino, con il coltello gli mette in punta una piccola porzione di burro, taglia, il pezzo di pane imburrato cade sul tavolo. Ripete l’operazione, velocissima, perché siamo in quattro a contenderci i pezzi di crostino imburrati. Da lì, dal pane – anzi, dal pane con il burro – nasce la contesa sul diritto di precedenza.

Il pane di tutti

Lunedì 6 marzo 2020. Il diritto di precedenza oggi si chiama ordine di priorità. L’Italia si accorge improvvisamente di avere un’emergenza alimentare. E scopre i suoi poveri, “quelli dell’Istat”, quelli che la politica aveva ben altro a cui pensare, quelli che quel “comunista” di Papa Francesco ci ricorda tutti i santi i giorni (non solo a Pasqua), ma che per la maggioranza di noi sono solo un numero, un’entità astratta. I poveri, gli affamati, erano chissà dove (in Africa probabilmente), comunque fuori dal nostro campo visivo, fuori dai nostri pensieri, fuori dal piccolo recinto della nostra vita.
Allora il governo apre il portafoglio e decide “misure urgenti di solidarietà alimentare (buoni spesa)” per soddisfare le gravi necessità dei nuclei familiari in difficoltà. Da Roma arrivano un po’ di soldi in tutti i comuni d’Italia, per “dar da mangiare agli affamati”.
Non c’entrano necessariamente il vangelo e la carità cristiana, è una misura elementare di umanità e di civiltà. È allora che scoppiano la protesta e la polemica. Su un punto fondamentale: a chi dare e a chi non dare il buono spesa? chi ne ha diritto e chi non ne ha (o non ne avrebbe) diritto? e chi ne ha diritto per primo e chi deve invece mettersi in coda per vedere se, alla fine, è rimasto qualcosa nel fondo della pentola? Spero non vi sfugga l’enormità e la novità di questi interrogativi.
Vi era mai capitato prima di vedere e sentire una cosa del genere, qui, nella nostra Italia “grassa e bottegaia”? Sono la perfetta dimostrazione che siamo già arrivati dentro “un altro mondo”.
Un mondo strano e terribile, dove a un medico può capitare di dover decidere chi intubare per primo, o dove a un sindaco non viene chiesto di inaugurare una mostra con la fascia tricolore, ma di distribuire buoni spesa, è un mondo che si è già lasciato alle spalle, a mille anni luce, il mondo che fino a ieri ci era familiare.

Primo Maggio, su coraggio!

Torno al presente e chiudo questo lungo diario. Oggi è il Primo Maggio, una festa dei lavoratori surreale (ma quasi tutto quello che da qualche mese succede intorno a noi merita questo aggettivo): le piazze sono vuote, i ragazzi senza scuola e i lavoratori a spasso.
A spasso, cioè senza lavoro: in realtà chiusi in casa. A tutti hanno dato un po’ di cassa integrazione, oppure un pugnetto di soldi, ma per molti la possibilità di ritornare al proprio posto di lavoro appare solo una vaga ipotesi. Le cifre sono impressionanti. Nel giro di qualche settimana: 30 milioni di posti di lavoro persi negli Stati Uniti (che a gennaio vantava la piena occupazione), 10 milioni in Germania. Non fatemi scrivere il numero dell’Italia.
Da lunedì, il fatidico 4 maggio (forse passerà alla storia come il 5 maggio, quando se ne andò Napoleone) finisce la quarantena collettiva. Finalmente si può mettere il naso fuori di casa, si incomincia a uscire, si possono fare due passi, incontrare qualche “congiunto” (linguaggio del presidente del consiglio, giurista, che ci è capitato in sorte). Sempre e comunque armati di mascherina e di moltissima cautela.
Poi, forse, a tappe successive, riavremo indietro qualche altro pezzo di libertà. Poi l’estate, ma anche quella sarà un’estate diversa da tutte le estati che l’anno preceduta.
Alla fine – non so io il quando e non lo sa nessuno – potremo «riveder le stelle». Guardo in alto, il cielo, come sarà il firmamento? Neppure questo riesco a immaginarlo, quello che so è che «i nuovi cieli e la Terra nuova» dipenderanno da ognuno di noi.

Francesco Monini direttore di madrugada