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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Di cento pentole, una

di Cardini Egidio

Riflessioni in merito ai fatti di Rosarno

Capitolo Rosarno. Brutta, bruttissima vicenda, anche se covata e pronta da tempo e cucinata soltanto ieri e oggi.

È accaduto che alcune centinaia di immigrati, quotidianamente umiliati, angariati e sfiniti dal lavoro schiavo nei campi per 20-25 euro al giorno dopo 14-16 ore di lavoro, si sono ribellati, subendo poco dopo una caccia all’uomo simile alle spedizioni punitive del Ku Klux Klan e ai rastrellamenti delle SS. Risultato: alcuni feriti gravi all’ospedale e 1.100 disperati inseguiti come cani e cacciati come animali randagi dalla gente perbene della città. Un massacro indegno del genere umano, simile ai pogrom russi contro le comunità ebraiche.

L’appartenenza alla terra

Che in Calabria, e nel Sud in genere, da anni il caporalato, legato a filo doppio alle mafie locali, la facesse da padrone lo sapevano tutti. Le prime inchieste televisive e giornalistiche della fine degli Anni Sessanta lo documentavano già ampiamente. Solo che allora la povera gente si chiamava Concetta, Carmela, Nicolina e Rosalia, aveva spesso un figlio in grembo e altri a casa, un marito all’estero o al Nord e la fame davanti.

Poi i figli di Concetta e di Rosalia sono cresciuti e con loro è cresciuta e si è affinata una mentalità imprenditoriale senza regole e con un senso della forza associato a una tracotanza muscolare, fuori da ogni vincolo e da ogni limite. Una volta arrivate queste legioni di extra-comunitari, ecco che, senza una cultura del rispetto della persona e della legalità, dopo la stagione della miseria, ha fatto irruzione una logica schiavista che non ha pari e non ha freni.

Almeno Concetta e Rosalia venivano avvertite e sentite come proprie figlie e, quando raccoglievano arance, pomodori e olive, anche se pesantemente sfruttate, si aveva per loro una sufficiente capacità di considerarle ancora esseri umani, magari con lo spirito dei banditi più spietati che si consideravano comunque padroni, ma in ogni caso esseri umani con i quali si poteva condividere l’appartenenza alla terra.

Ecco, l’appartenenza alla terra alla fine permette di dirsi sempre una parola che possa anche affermare faticosamente un principio di similitudine e di condivisione, anche se alcuni sono forti e altri deboli, anche se alcuni contano e altri subiscono.

La perdita della memoria

Poi sono arrivati loro, quelli che, il giorno dopo, Il Giornale di Vittorio Feltri definiva con un titolo diabolico, che pochi hanno colto nella sua perversione: «i negri».

«Stavolta hanno ragione i negri». E poi via con una serie di difese aperte e solenni della loro legittima richiesta di dignità e di giustizia, a metà strada tra l’ironia beffarda e il disprezzo sotterraneo.

Come si sa, oggi in Italia la parola «negro» è sinonimo di insulto razzista e in quel titolo si è voluta affermare una sottile e infame distinzione sulla dignità umana. È stato come dire loro: «Pensate un po’. Stavolta vi difendiamo anche se siete inferiori a noi e non avreste titolo né diritto di essere qui, ma ci siete perché altri inetti vi hanno fatti entrare».

Quasi una beffa ancora più umiliante e Feltri sapeva benissimo che quella «g» in più (negri anziché neri) pesava e parlava da sola. Feltri è un impunito perché sa benissimo di parlare con la pancia più profonda della nostra gente e, proprio per questo, la sua voce è ascoltata e tristemente apprezzata.

Dunque, il loro arrivo ha rappresentato la firma definitiva, apposta in calce al documento che dichiarava da tempo la nostra separazione dalla terra e la perdita della memoria di noi stessi, di ciò che siamo e di ciò in cui abbiamo sempre creduto. Quando un popolo perde la memoria di se stesso, allora recide le sue radici più profonde e lontane. Con la perdita della memoria si perdono le ragioni affettive, i legami più puri, perfino i pudori più nascosti. Si perde la misericordia per l’altro.

Razzisti con la vergogna di ammetterlo

Oggi, pertanto, ci scopriamo razzisti con la vergogna di ammetterlo.

«Io non sono razzista, però…». Sapete quante innumerevoli volte me lo sono sentito ripetere dalla povera gente all’assessorato ai servizi sociali? Perché è la povera gente a manifestare per prima questo animo inacidito e ricolmo di odio trasversale. E lo fa perché le hanno tolto le uniche ragioni per le quali poteva sentirsi popolo, comunità, gente, perché è stata frantumata in milioni di individualità che sprofondano nell’illusione di bastare a se stesse, che ormai hanno imparato soltanto a difendersi, difendersi, difendersi, intravedendo nell’altro, specie se diverso, un’inquietudine irrefrenabile e invincibile, una minaccia, una maledizione.

E allora giù botte, giù legnate, giù randellate.

Siccome però i neri servono come lavoratori a basso costo e ad alta resa, esattamente come gli schiavi servivano in buona salute, non è possibile aggredirli fisicamente, ma bisogna annientarli nella dignità, pagandoli poco, non assistendoli, lasciandoli marcire in orrende topaie.

Nessuno si è mai accorto che a Rosarno c’erano centinaia di derelitti accampati in quelle condizioni spaventose? Certo che ci si è accorti. Eccome se ci si è accorti. Però si è preferito ignorarlo scientificamente perché si è sostanzialmente solidarizzato con una precisa scelta, che ha avuto una valenza etica al contrario, un obiettivo antropologico, sociale e politico: farli a pezzi nella loro dignità. Non è per incuria che nessuno è mai intervenuto, ma per determinazione progettuale.

Allora chiediamoci perché, nell’Italia del gennaio 2010, accade tutto questo e perché nessuno reagisca e nessuno parli come sa e come può. Certamente la decadenza etica, civile e religiosa costituisce il volano di un processo storico momentaneamente irreversibile. Paradossalmente battersi contro questa logica senza fare alcun intervento educativo è atto di puro velleitarismo o di falsa profezia. Certamente i tempi non sono culturalmente favorevoli, ma è la crisi della comunità come valore intrinseco a provocare queste degenerazioni.

Non si può continuare a difendere i poveri «per compassione», ma, secondo me, è necessario difenderli «per condivisione», strappandoli da una condizione che, senza paradossi, non appartiene ad alcun sistema di valori civili e, soprattutto, a nessuna volontà di Dio e che si oppone a una elementare nozione di civiltà e, soprattutto, si oppone alla volontà di un Dio buono, giusto e, diciamolo ancora, «cristiano».

Pertanto Rosarno è adesso la nostra porta di casa, una casa dove abitano figli razzisti, mariti razzisti, mogli razziste, madri e padri razzisti, fratelli razzisti, perché derubati della loro appartenenza alla terra comune e del senso di comunione e di condivisione della propria vita e dei beni di cui si deve giustamente godere.

Per la giustizia del regno, conti pesanti da pagare

Pochi sono coloro che mostrano davvero disgusto per ciò che sta accadendo, perché molti ne sono complici e solidali, ma questo non deve scoraggiarci. Mi ha fatto piacere avere constatato che, in questa occasione, la mia Chiesa ha coraggiosamente preso le parti dei poveri e, per una volta davvero, ha fatto la scelta preferenziale per i poveri. Se questa vicenda potesse diventare l’occasione per l’apertura di un itinerario educativo generale e strategico, ne sarei profondamente felice. Però tutti dovranno essere consapevoli che, gratuitamente, non si testimonia nulla, perché alla fine ci sono sempre conti pesanti e a volte amari da pagare, soprattutto se si vuole produrre un’inversione di tendenza nella direzione della solidarietà e della «giustizia del Regno di Dio». Diversamente faremmo solo omelie autoreferenziali, che non disturbano nessuno.

Corresponsabilità, profezia ed educazione politica

Il recupero di un senso della comunità, la difesa del principio della legalità e la scelta preferenziale per i poveri sono il nostro impegno imprescindibile, ma che non possiamo mettere in atto da soli. Corresponsabilità, profezia ed educazione politica erano tre capisaldi che Don Tonino Bello aveva indicato alla sua gente per crescere.

Senz’altro abbiamo davanti molte altre Rosarno, molte altre spedizioni punitive, molte altre ronde padane, molte altre forme subdole di esclusione perbenista, magari proposte da notabilati locali, apparentemente vergini e puliti e quindi vergognosamente ipocriti.

Alla fine cito soltanto un episodio esemplare, che ha riguardato il mio fuggevole e svogliato rapporto con i poveri del Brasile e che mi ha dimostrato chiaramente a quale grado di individualismo possano essere portate le vittime di questo sistema di morte e di esclusione.

Un giorno, nello Stato nordestino della Paraiba, ho visitato, con alcuni sindacalisti della terra, un accampamento di tagliatori di canna da zucchero, che vivevano in condizioni del tutto simili a quelle dei lavoratori stranieri di Rosarno. Davanti a uno sventolio cinematografico di fogli e di foglietti di un centinaio di poveretti che non sapevano leggere e che ci chiedevano di interpretare i documenti che ogni genere di autorità sottoponeva loro, in un capannone fetido ho visto i loro presunti alloggi: cento amache unte per riposare, cento cappelli per ripararsi, cento sacchetti per le loro povere cose. Ma è stato soprattutto un dettaglio che mi ha impressionato in modo acutissimo: cento pentole di riso, senza fagioli, dove tutti cucinavano il pranzo individuale su alcune grandi braci.

Tutti con la loro pentola e con il riso che ciascuno aveva faticosamente strappato, tagliando una canna più degli altri, velocemente, rapidamente, quasi correndo. Ognuno era stato educato a pagare di persona e a guadagnare di persona, senza un briciolo di condivisione e di solidarie

tà. Nemmeno quel riso scadente doveva e poteva essere messo in comune, in una terra dove il tasso di mortalità infantile era direttamente proporzionale al peggioramento delle condizioni di lavoro dei padri. Tutti con la loro povera pentola e con il fumo di cento pentole.

Dopo la guerriglia di Rosarno e dopo le cento pentole della piantagione della Paraiba, io ho maturato una certezza, una di quelle certezze che mi accompagnano raramente, ma che, una volta consolidate, restano.

La giustizia del Regno di Dio, e quindi un cambiamento, si vedrà quando si realizzerà un miracolo possibile: di cento pentole ne faremo una.