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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Alfredinho e il samba del migrante

di Cardini Egidio

È morto anche Alfredinho. L’ho saputo con mesi di ritardo, come ormai spesso accade per un mondo, quello dell’amato Brasile, che si sta sempre più allontanando da me.
A moltissimi questo nome non dice nulla, ma a me ricorda un’altra piccola e grande pagina dei miei interminabili e bellissimi mesi brasiliani.
Alfredinho era il fondatore e il proprietario del Bip-Bip, una specie di buco che a Rio de Janeiro sono soliti chiamare «botequim» o «boteco» e che rappresenta una sorta di piccolo bar con quattro-tavoli-quattro, dieci-sedie-dieci, un bancone, i liquori in esposizione e le cassette della birra ammucchiate accanto all’ingresso. Discretamente sporco, costantemente popolato di un’umanità alticcia o comunque moderatamente rissosa, il «botequim» è un’istituzione favolosamente carioca, con avventori in bermuda e ciabatte infradito, adagiati in un rozzo maschilismo trasudante ovunque e con la televisione perennemente accesa su tutti i campionati di calcio del Sudamerica.
Quando però il «boteco» fa musica dal vivo, è tutta un’altra vita.
Il Bip-Bip è stato fondato negli anni più cupi della dittatura militare. Alfredinho si dichiarava da sempre «cristão e comunista de coração» e tradurlo non è nemmeno necessario. Il suo «boteco» era da sempre luogo di resistenza, dove la musica si associava a un cattocomunismo alcoolico di sicura fede. Infatti, quando sono entrato la prima volta, io, rigido astemio, chiedendogli nell’ordine una Coca-Cola oppure una Fanta o anche una «soda limonada» o magari soltanto un’acqua minerale, Alfredinho stava per buttarmi fuori. Al Bip-Bip si vendevano solo alcoolici, dalla birra alla «cachaça», e si facevano «samba e choro», in quelle «rodas» interminabili che cominciavano con il calare del sole e terminavano quando terminavano, perché «a noite é uma criança e sempre tem que crescer», la notte è un bambino e deve sempre crescere.
Mi ricordo ancora l’indirizzo: Rua Almirante Gonçalves, 50.
Il sabato e la domenica la gente straripava per la strada, mentre dentro, in un caldo infernale, i sambisti facevano la loro «roda» davanti a un’infinità di bottiglie di birra. Tutti in piedi sulla soglia dell’ingresso ad ascoltare e a battere il piede e c’erano proprio tutti, dai giovani ai vecchi, uomini e donne, dai professori universitari ai netturbini della Comlurb, dagli ingegneri di Ipanema ai venditori ambulanti. Tutti ad ascoltare e a fare samba, ad ascoltare e a fare resistenza, ad ascoltare e a fare, o meglio a sognare, «um Brasil mais justo».
Poi, a metà della serata, si faceva silenzio come in una chiesa per la benedizione eucaristica e toccava ad Alfredinho. La sua orazione era sempre la stessa. Cominciava urlando come un matto e finiva sbraitando come un ossesso. Parlava di rivoluzione, di comunismo, di cristianesimo, della merenda che regalava ai ragazzi di strada, del sangue da donare negli ospedali, di Lula e del PT, della terra e dei poveri e alla fine sempre di quel maledetto bagno sporco, perché il bagno che gli avventori lasciavano sporco era la sua fissazione.
In un luogo sistematicamente sudicio, il bagno sporco poteva sembrare un dettaglio ridicolo, ma per Alfredinho era un’offesa al suo tempio sacro, il tempio della musica, della birra e della rivoluzione cattocomunista. E allora le sue orazioni finivano sempre con l’invito accorato a non pisciare fuori dal vaso perché il bagno del Bip-Bip era di tutti e non di Alfredinho e quindi era della rivoluzione cristiana e comunista.
Una sera, mentre si dilungava, un tizio dal fondo della strada gli ha gridato: «O Alfredinho, falta o banheiro sujo!» – «O Alfredinho, manca il bagno sporco!».
Alfredinho si è infuriato come pochi. Lui, che come i preti non si è mai sposato né ha mai avuto figli in una terra dove le mogli e i figli sono «nada de mais fácil», niente di più facile, come mi è stato detto una volta a titolo d’incoraggiamento, ecco, lui si sentiva sacerdote di una rivoluzione religiosa, politica e alcoolica, che nasceva a casa sua e continuava nel suo «boteco», cesso compreso.
Dai piani superiori, non riuscendo a dormire per il fracasso, ogni tanto tiravano secchiate d’acqua, come quella volta che hanno centrato in pieno il povero Valter Alfaiate, defunto anch’egli. Lo chiamavano Alfaiate, che in portoghese significa sarto, perché da giovane aveva lavorato come garzone di un sarto.
Valter era un ometto che cantava vecchi samba per tutta la città di Rio. Non era un grande compositore come il celeberrimo Cartola né un interprete carnevalesco come Nelson Sargento, ma a Rio tutti lo conoscevano e quest’uomo, che viveva con pochi reali in tasca, andava dove si sentiva il profumo di un samba fatto di «pandeiro, violão e tamborim». Ascoltava e, quando lo facevano cantare, cantava.
Quella volta Alfaiate era un po’ brillo e aveva cominciato ad alzare la voce, sovrapponendola alla melodia del samba. Spostatosi di alcuni metri, dopo qualche minuto è stato centrato perfettamente da un’altra secchiata e allora, mentre tutta la strada si contorceva per terra dalle risate, il povero Valter ha cominciato a sbraitare minaccioso verso l’alto: «Filho da puta, ou vou te matar eu ou vou mandar te matar!». Tralasciando il dolce complimento iniziale, «o ti ammazzo o ti faccio ammazzare».
A Carnevale tentavano sempre di avviare un «bloco» del Bip-Bip, così che sfilasse in musica per la città, ma «o bloco sempre saía e nunca chegava» – «partiva sempre e non arrivava mai».
Chi sfilava trovava sempre qualche «boteco» in cui fare una dolce sosta alcoolica e allora addio «bloco» e addio a tutto, perché era comunque bello perdersi nella Grande Festa. Ho letto qualche tempo fa che una sera hanno portato Alfredinho alla 19ma Delegazione della Polizia Militare perché la discussione politica, con la tragedia della presidenza di Bolsonaro alle porte, lo aveva visto trascendere. Sembra che i poliziotti che lo avevano portato via, fossero più imbarazzati della gente che lo difendeva, mentre anche il samba si era fermato per difendere lui.
Alfredinho non meritava quella umiliazione, proprio lui che aveva cominciato la resistenza negli anni della dittatura del terribile Presidente Médici.
Alfredinho è morto nei giorni di Carnevale durante un sonno pomeridiano. Non si è più svegliato, forse sognando il bagno finalmente pulito e quella rivoluzione cristiana e comunista senza questi trogloditi di militari, di proprietari terrieri, di industriali e di padroni di ogni cosa in questo Brasile bello e quotidianamente violentato.
Lo hanno vegliato nel suo «boteco», tra le casse di birra e gli strumenti dei suoi vecchi sambisti, accanto all’immagine del «Che», proprio davanti al suo bagno, quello che nessuno rispettava e in cui tutti pisciavano fuori dal vaso, e poi lo hanno sepolto nel cimitero di São João Batista a Botafogo.
Il mio Brasile, quello che ho attraversato all’infinito, sta morendo poco alla volta. Sono già morti amici e conoscenti, hanno chiuso progetti, case e scuole, sono rimpatriati in molti che si sono spesi generosamente laggiù, hanno chiuso bellissimi luoghi di musica e di cultura e adesso è morto anche Alfredinho.
È rimasto quel flagello di Bolsonaro con la consueta cricca dei potenti di laggiù e con l’orrore di quella pletora di chiese evangeliche e di sètte religiose.
Provo una tristezza profonda, fin quasi alle lacrime.
Però, andando a vedere che fine ha fatto il Bip-Bip, ho scoperto incredibilmente che gli amici di Alfredinho lo hanno tenuto aperto e che la stessa sera, dalle 19 alle 22 locali, c’era un programma meraviglioso che diceva tutta la bellezza e la forza di un mondo che, anche se sta per morire, si ostina a sopravvivere, e che diceva tutta la poesia del cristianesimo comunista di quelli come Alfredinho. Garantisco che è tutto vero.
La stessa sera al Bip-Bip, in Rua Almirante Gonçalves, 50, a Rio de Janeiro, a cinquanta metri dal lungomare di Copacabana, c’era «O samba do migrante».
Alla faccia di Salvini.

Egidio Cardini insegnante di religione, componente la redazione di madrugada