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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

I cento giorni

di Monini Francesco

Questo diario è stato scritto tante volte. Passavano i mesi, gli anni, e il contenuto e il titolo cambiavano. Quando il sole del Cavaliere era allo zenit, doveva chiamarsi Il grande illusionista. Dopo il voltafaccia della Lega: Il ruzzolone. Dopo la rinascita: A volte ritornano. Dopo la seconda sconfitta: La stella cadente. Ma poi, siamo nel 2008, ecco la sua clamorosa rimonta: Ubi maior, minor cessat. Nel 1994, al tempo della discesa in campo, nasceva mia figlia Amelia. Nel 2012 ha compiuto 18 anni (una vita all’ombra del Cavaliere), e io avevo pronto il quinto titolo della serie, l’ultimo speravo: L’autunno del patriarca.

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Dopo un’estate convulsa in cui lo spread (neologismo entrato a spallate nel lessico quotidiano) saliva come un missile, dopo le cene di Caligola condite di puttane travestite da amichette, dopo il nostro sbalordimento («ma dico, ma quand’è che tocchiamo il fondo?») dopo il marasma del si salvi chi può («io non mi sento italiano», come diceva Gaber), nessuno, dico nessuno, avrebbe scommesso un cent sulla vita di Berlusconi. Bastava guardarlo in faccia: era morto. O se non era morto, cominciava decisamente a puzzare.

Per descrivere lo sfacelo politico, etico, comportamentale del Berlusconi dell’ultimo fragoroso crollo, per raccontare quel vecchio uomo in stato confusionale, quel volto devastato dalle cicatrici delle operazioni di lifting, mi sembrava che le parole di Gabriel Garcia Marquez facessero al caso mio.

Ascoltate l’ultima agonia del Patriarca: «Durante il fine settimana gli avvoltoi s’introdussero nella casa presidenziale, fiaccarono a beccate le maglie di filo di ferro delle finestre e smossero con le ali il tempo stagnato nell’interno, e all’alba del lunedì la città si svegliò dal suo letargo di secoli con una tiepida e tenera brezza di morto grande e di putrefatta grandezza».

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Peccato, anche Garcia Marquez – Gabo per gli amici – è da buttare.

Negli ultimi due, tre mesi è successo l’impossibile. Impossibile a tutti. Tranne a un patriarca resuscitato.

Non so cosa succederà fra 15 giorni esatti (da oggi), quando gli italiani, quelli che ancora ci credono, compieranno il loro diritto/dovere elettorale. Dal mio miserrimo punto di vista, ho un’unica certezza: devo trovare un altro titolo a questo diario! Eccolo, sperando vi convinca: I cento giorni.

Il quale titolo contiene due cose: una speranza e un ingombrante paragone. I Cento giorni di Napoleone Bonaparte finirono male, anche se tutta Europa (l’Europa della Merkel; pardon, di Metternich), insomma l’Europa dei re spodestati, si prese una paura blu. Fuggito dall’Elba, Bonaparte in soli cento giorni riorganizzò da zero il suo esercito e mosse guerra al resto del mondo. Alla fine prese una batosta micidiale e definitiva a Waterloo, la disfatta per antonomasia.

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18 giugno 1815: fin qui Napoleone. Quanto ai Cento giorni di Silvio (tanto vale chiamarli entrambi per nome) sono cominciati a metà novembre e dovrebbero finire il giorno delle prossime elezioni. Non conosco ovviamente l’esito della battaglia. Ma non ho tirato in ballo Napoleone, solamente per sperare in una Waterloo di Silvio. I punti di contatto tra i due grandi uomini sono molti di più. E uno, soprattutto: Silvio, come Napoleone, «ha fatto la storia».

È inutile che storciate il naso. Seguite questo ragionamento futuribile. Immaginate il libro di storia di un bambino italiano del 2113. Va bene, non sarà un libro, diciamo un tablet o l’aggeggio che volete. Va bene, non ci sarà più l’Italia, magari aderiremo alla Federazione Islamica Mediterranea. Ma non perdetevi nei particolari, seguite il ragionamento futuribile.

Il bambino a cui sto pensando sta studiando la storia d’Italia del XX secolo. Roba vecchia: una barba. Questo bambino (diamogli un nome, chiamiamolo Toto) ha una fretta dannata, deve andare a giocare a pallone. Va bene, magari nel 2113 sarà morta tutta l’erba del pianeta, ma i bambini continueranno a giocare a calcio! Insomma, Toto deve stringere, fare sintesi. Dunque: quali furono i quattro grandi personaggi politici italiani? Li mette in ordine alfabetico per ricordarli meglio: Berlusconi, De Gasperi, Giolitti, Mussolini. A posto!, Toto può allacciarsi le scarpette e correre alla partita.

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Facciamo sintesi. Da quattro nomi possiamo arrivare a due. Senza nulla togliere al genio tattico e politico di Giolitti e De Gasperi, solo Mussolini e Berlusconi hanno dominato la scena politica per un ventennio. Ognuno di loro (dal balcone o dal televisore) ha diretto l’orchestra: con il consenso degli orchestrali e gli applausi del pubblico pagante.

Il Duce non è il Cavaliere. E il Cavaliere non è il Duce. Lo so, ma non mi interessano qui le venti somiglianze e le mille differenze tra fascismo e berlusconismo.

Voglio dire una cosa più semplice. Mio padre è nato nel 1924, due anni dopo la Marcia su Roma: nel 1942 aveva 18 anni e il Duce l’ha chiamato alle armi.

Se ci pensate, mio padre e sua nipote Amelia (nata esattamente settant’anni dopo di lui) hanno avuto lo stesso trattamento dal destino: hanno passato i primi diciotto anni della propria vita sotto un unico regime. Dal biberon alla patente di guida, guardando lo stesso programma, sentendo lo stesso discorso, respirando la stessa aria. Un po’ come l’aria del cortile di un carcere o di una caserma.

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Sono stanco degli sberleffi a Berlusconi. Sono stanco di sentire che Lui ha dominato solo per i suoi miliardi o le sue televisioni. Per le panzane che sparava in campagna elettorale, i voti comprati, le connivenze mafiose.

Nessuno, veramente nessuno (politico, analista, intellettuale, giornalista) ha provato a spiegarci seriamente il perché un brianzolo, ignorante e pieno di soldi, sia riuscito a dominare il paese, non per una legislatura, ma per un’intera era.

Forse allora torna buono Ubi major minor cessat. Non ci mettevano tanto i latini a centrare il problema. Traduco all’impronta: quando entra in scena (leggi anche: scende in capo) il maggiore (il migliore), tutti i piccoli, tutti i mediocri, scompaiono.

La grandezza non è sempre cosa buona, anzi, quasi sempre è il risultato di un ego ipertrofico, di una volontà di potenza volta alla tirannide. Così giudichiamo oggi la grandezza di Benito Mussolini, da tutti sottovalutata (eccetto Gramsci) all’indomani della Marcia su Roma. Cosi, in futuro, gli storici, ci racconteranno la grandezza di Berlusconi.

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E se alla fine del film, il 25 febbraio, invece dei titoli di coda, ci toccasse di leggere il classico: continua alla prossima puntata?

In questo malaugurato caso, cari lettori, temo di non potervi essere di gran conforto. Una cosa la posso fare, nel mio piccolo: trovare un ennesimo titolo per le nuove e mirabolanti avventure del nostro eroe.

Prometto. Come Alessandro (Manzoni, intendo, non il Macedone), seguirò l’epopea di Silvio fino al suo 5 maggio.