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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Ius soli no taxation without representation

di Panebianco Fabrizio

Era la seconda metà del ’700, e le colonie di quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti d’America si ribellavano alla madre patria britannica con lo slogan No taxation without representation. È un principio liberale da tenere a mente, che esemplifica una banale richiesta di giustizia: se pago le tasse a uno Stato devo essere rappresentato, in qualche forma, in quello Stato.

Sarebbe infatti abbastanza iniquo un paese nel quale esiste qualche milione di persone che pagano le tasse, contribuiscono alle pensioni, sono parte integrante della società e, come tali, sono titolari di diritti e doveri, ma che non vengono rappresentati. In Italia è la situazione di molti immigrati regolari senza cittadinanza che però ormai hanno eletto il nostro Paese a loro casa, e dei loro figli nati in Italia. No taxation without representation potrebbe essere la motivazione più ragionevole in favore di una riforma della cittadinanza. Vi sarebbero anche motivazioni di convenienza economica dettate dalla piramide demografica italiana. Vi sono motivazioni di carattere etico, che però sono sempre un terreno scivoloso se adottate da uno Stato poiché domani l’etica del governante potrebbe essere aberrante.

Finalmente però si sta discutendo di proposte sensate circa la riforma della cittadinanza. Alla parola ius soli, le parti che si oppongono a questa scelta hanno demagogicamente parlato di un futuro di donne incinte che sarebbero venute illegalmente in Italia pur di partorire qui. La non conoscenza dell’argomento è totale. Secondo la proposta di legge un bambino nato in italia diventa cittadino se almeno un genitore è in Italia da 5 anni e, se non proveniente dall’Unione Europea, deve avere una famiglia che garantisca un reddito minimo, un alloggio decente e conoscere l’italiano. Un bambino potrebbe chiedere la cittadinanza anche solo se ha superato in Italia un intero ciclo scolastico (il cosiddetto ius culturæ). Nessun viaggio della speranza dunque per far nascere in Italia figli già concepiti. Per chi scrive, questa proposta di legge è abbastanza sensata in molte parti, mentre inaccettabilmente classista nella richiesta di reddito minimo e dignità dell’alloggio.

Nonostante questa proposta sia un buon modo per pensare a chi in Italia già c’è, si rivelerà totalmente inefficace in una prospettiva decennale. Sperimenteremo infatti una pressione di centinaia di milioni di persone disposte ad arrivare in Europa per motivi economici. E di fronte a masse sterminate che premono, non ci sono leggi o muri che possano fermare. A meno di non chiudersi in un fortino in guerra permanente, le alternative devono essere basate sulla massima razionalità.

Per capire in che direzione poter andare, facciamo due esempi. In Italia per primi arrivarono gli albanesi. Si gridò all’invasione. A distanza di tanti anni il problema è inesistente. Poi fu il caso dei romeni. Per un certo periodo la propaganda xenofoba li additò. A distanza di tempo anche questo problema si è rivelato inesistente. Cosa ha reso queste migrazioni di massa così risolte? Oltre alla crescente integrazione nel tessuto socio economico, è stata la possibilità e facilità per queste persone di entrare e uscire dal nostro territorio legalmente. L’esempio più lampante è quello della Romania. Nel momento di ingresso della Romania nella UE, la libertà di movimento dentro e fuori Italia, la possibilità di andare e venire a basso costo dal paese d’origine ha fatto sì che la popolazione residente seguisse l’andamento della domanda di lavoro. Durante la crisi economica molti sono rientrati nei loro paesi e dalle loro famiglie per poi rientrare in presenza di un lavoro. L’attivazione di voli a basso costo da e verso il nord Africa sta avendo lo stesso effetto su alcune comunità presenti in Italia: immigrati legali che, in assenza di lavoro, tornano temporaneamente a casa.

Il ragionamento, estremizzando, può essere allargato. Se un migrante dall’Africa sub sahariana sapesse di poter tornare al suo paese, senza per questo inficiare la possibilità di rientro in Europa, con viaggi aerei normali, sicuri ed economici, nessuno starebbe in Italia in condizioni di miseria totale, se la motivazione della migrazione è economica. Viceversa vivere in stato di clandestinità, sapendo che, in caso di uscita dall’Italia, per rientrare, occorrerà fare un viaggio costoso e a rischio della vita, induce a non voler mai andare via.

Lasciare che sia il mercato del lavoro a regolare i flussi, con possibilità di migrazione/immigrazione sicure ed economiche, sarebbe il passo più sensato per creare una situazione gestibile, senza persone che si sentano intrappolate, e comunità italiane che si sentano invase. Il costo è, per noi europei, un rischio di abbassamento dell’attuale tenore di vita dovuto alla competizione sul mercato del lavoro. Anche se, a oggi, i paesi americani con ingente immigrazione hanno avuto, nel lungo periodo, più benefici che danni.