diario minimo-Madrugada 114

La buona novella

Monini Francesco

Una politica sempre più vecchia

Scrivo questo diario nei giorni di Pasqua, così mi sforzo di trovare una “buona novella”, una scintilla, almeno una, di bellezza nella selva oscura dell’informazione.

Non è un’impresa facile. I dati parlano da soli: l’economia europea e italiana sono ferme al palo, la corruzione prospera al sole primaverile, i disoccupati rimangono disoccupati, gli “incidenti” sul lavoro continuano ad aumentare, i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Il governo giallo-verde, nato con le stimmate del “cambiamento”, sembra incapace di gestire anche solo l’ordinaria amministrazione. I due leader, dal marzo dell’anno scorso sono rimasti sempre in campagna elettorale e ora corrono verso le prossime Europee (quando leggerete, saprete già com’è andata) con l’unico obbiettivo di impallinarsi a vicenda. Le opposizioni, tutte, non hanno un’idea di Italia diversa da proporre: aspettano. Aspettano e sperano che gli italiani si stanchino di questa “nuova politica” che assomiglia in tutto e per tutto alla “vecchia politica”. I sindacati? Continuano a dormire.

Il nuovo che avanza e fa paura

Qualcosa di nuovo, a guardar bene, c’è, eccome.

Il decreto sicurezza, fortissimamente voluto dal Ministro dell’Interno, sta finalmente dispiegando i suoi effetti. Per gli stranieri il certificato di residenza è diventato un percorso a ostacoli, la cittadinanza una chimera. Il taglio del sussidio da 35 a 18 euro sta facendo saltare pezzo per pezzo il sistema diffuso di accoglienza e integrazione affidato ai Comuni. Nelle prossime settimane, decine di migliaia di giovani dei centri SPRAR si ritroveranno per strada: niente soldi per i corsi di lingua italiana, per l’assistenza legale, per la copertura sanitaria. Non avremo più sicurezza, ma più precarietà, più illegalità diffusa, più disperazione (per i nuovi arrivati) e più insicurezza (per tutti).

Come difendersi? Anche su questo Salvini, il vero uomo forte di un’Italia sempre più smarrita e confusa, ha pronta la sua ricetta. Di successo, almeno a guardare alla sua irresistibile ascesa nei sondaggi. Dopo il decreto in-sicurezza, è andata in porto anche la legge sulla legittima difesa: più armi in circolazione, più paura dentro e fuori casa, più insicurezza.

È Pasqua e sto ancora cercando una “buona notizia”. Ma se metto il naso fuori dall’Italia non trovo di molto meglio. In Ucraina un popolo stremato dalla guerra e dalla fame si affida a un presidente di professione comico televisivo. Il glorioso Parlamento della Gran Bretagna è bloccato da un anno e mezzo in preda a vergognose lotte intestine. Il nuovo Fronte Sovranista si riunisce attorno a Marine Le Pen, Viktor Orbán e Matteo Salvini.

Uno scatolone pieno di sabbia

Nel 1911 Giovanni Giolitti dava inizio alla guerra contro il traballante Impero Ottomano per guadagnarsi il suo impero e mangiarsi la Libia. Riuscì a prendersene solo un pezzetto: un pezzo di un enorme “scatolone di sabbia”, come lo definì Gaetano Salvemini. Ci vollero altri trent’anni per conquistare e unificare tutta la Libia e metterla sotto il comando di Italo Balbo. Intanto, sotto la sabbia si scoprì il petrolio. L’Italia aveva perso la sua colonia ma con l’Eni di Enrico Mattei metteva le mani sui giacimenti più ricchi di tutta l’Africa.

Durante gli oltre quarant’anni del lungo e sanguinoso regno del colonnello Mu ˛ ammar Gheddafi, l’Italia repubblicana (da Andreotti a Berlusconi) continuò a fare affari con la Libia: è quello che, in termini più gentili, si traduce «essere il primo partner commerciale». Con la benedizione degli Stati Uniti. La storia poteva durare ancora a lungo, ma nel 2011 un intraprendente presidente francese – con il dilettantismo e la tipica mania di grandezza dei presidenti d’Oltralpe – decise motu proprio di mandare la sua aviazione per far fuori il colonnello amico degli italiani e prendersi l’oro nero libico.

Oro nero e sangue rosso

Con qualche doloroso taglio – ma almeno la surreale tenda da beduino piantata dal colonnello Gheddafi nella Roma berlusconiana va ricordata – ho tentato di riassumere cento anni di rapporti tra l’Italietta (prima, durante e dopo il fascismo) e la nostra Quarta Sponda.

Oggi la Libia, con due governi e svariate fazioni in campo, è di nuovo in fiamme. Il generale Haftar ha sferrato la sua offensiva su Tripoli, controllata dal presidente al-Sarraj. Il secondo è il leader riconosciuto dalla comunità internazionale (quindi in teoria anche dagli USA e dalla Nato e dagli Stati europei), ma il maresciallo Khalifa Haftar è appoggiato dalla Russia, dall’Egitto e dall’Arabia Saudita. Così (cosa non si farebbe per il petrolio?) la Francia ha mollato al-Sarraj e ha preso accordi segreti con Haftar. Donald Trump le è andato dietro.

Intanto il bilancio è arrivato a oggi a più di 300 morti e quarantamila sfollati. La calamità umanitaria è un esito ormai più che probabile, visti gli strombazzati quanto vani tentativi di arrivare a una soluzione politica, o almeno a una tregua.

Se vuoi la pace, prepara la pace

Ma c’è veramente qualcuno che lavora per la pace in Libia? A me non pare. Ci sono due grandi poste in gioco – il petrolio e il controllo strategico del territorio libico –, due ragioni sufficienti per pensare che la guerra andrà avanti. E c’è un terzo fattore da considerare: la guerra è un affare economico in sé. Le armi dell’esercito di Haftar, come quelle dell’esercito di al-Sarraj, hanno lo stesso identico marchio di provenienza: vengono dalle fabbriche russe, francesi, italiane, americane, hanno dietro le grandi lobbies dei fabbricanti e dei mercanti d’armi amici di ministri e governanti. Oppure gli armamenti (cacciabombardieri, missili, cannoni, fucili, mine antiuomo e altra minutaglia) sono venduti direttamente da quegli stessi governi che proclamano in pubblico di lavorare per la pace.

Se poi la Libia salterà in aria del tutto, se Tripoli cadrà nelle mani delle milizie del generale Haftar, nessuno potrà evitare un colossale tsunami umanitario. Come farà allora Matteo Salvini a chiudere i porti davanti a decine o centinaia di migliaia di rifugiati – di nome e di fatto – che scappano da un paese in guerra?

Se vuoi la pace, prepara la pace.

Se invece semini vento, raccogli tempesta.

Il mondo salvato dai ragazzini

Nel 1968 – sì, proprio in quell’anno fatidico – usciva Il mondo salvato dai ragazzini, l’opera-mondo in forma poetica di Elsa Morante, la più grande scrittrice italiana del Novecento.

Elsa non poteva sapere che quel titolo, oggi, a distanza di mezzo secolo, potesse suonare come una profezia. O, almeno, come una speranza. Il 15 marzo scorso milioni di giovanissimi hanno occupato le strade e le piazze di tutte le città del mondo. Il Fridays for future – e il movimento di anime che da lì si è sviluppato e che non accenna a fermarsi – è l’unica scintilla di luce che illumina un pianeta tenuto al buio da governanti e potentati economici senza etica e senza futuro.

Non colpisce solo l’età di questi ragazzi, poco più che bambini, ma la chiarezza di visione che hanno dimostrato. Un atto di accusa verso un mondo adulto che sta rubando loro il futuro e distruggendo il pianeta, e insieme un impegno personale, concreto, a orientare la loro vita contro il consumismo, lo spreco, la rincorsa al superfluo.

Greta Thunberg e milioni di ragazzine e ragazzini, senza saperlo, hanno rimesso insieme un antico e potentissimo binomio, teoria e prassi, e inaugurano una nuova forma di lotta politica. Rivendicano un obbiettivo preciso: salvare il pianeta Terra e il loro futuro, e contemporaneamente si impegnano in prima persona (una borraccia al posto di una bottiglietta di plastica) ad aderire a uno stile di vita diverso da quello imposto dal mercato globale, rispettoso dell’ambiente e dei diritti di tutti i popoli del mondo.

Qualcuno li ha stupidamente presi in giro: «Volevano solo marinare la scuola!». In realtà, il loro programma politico è ben più impegnativo di qualsiasi curriculum scolastico.

Francesco Monini
direttore di madrugada