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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La politica sulle nuvole e i partiti sottoterra

di Monini Francesco

Ricordate il celebre monologo di Giorgio Gaber. Beh, anch’io, lo confesso, ero comunista. Da giovincello (al liceo, all’università, nel sindacato) ho fatto politica. L’ho fatta con passione: riunioni fumose, ciclostile, assemblee, volantinaggi all’alba davanti alle fabbriche: gli operai in tuta mi guardavano strano: «Ma chi è ’sto ragazzino!». Non mi pento di quegli anni, neppure un poco. E neppure di aver «militato» (ebbene sì, una volta «si militava») nelle file delle minoranze eretiche, né di un’idea alta della politica e del comunismo, in cui credo oggi come allora.

Mi guardo intorno – a Sinistra, i continui tradimenti, i suoi deprimenti leader in lotta fra loro in mezzo ai frantumi di un sogno – e non riesco a riconoscere un senso. Non riesco più a riconoscermi in niente e nessuno. Sposto lo sguardo al Centro: è vuoto, come non mai. Poi mi arriva un becero urlo razzista: a Destra ormai comanda l’industria della paura.

A Sinistra, al Centro, a Destra la politica sembra scomparsa, volata sulle nuvole. La società – per intenderci, saremmo noi la società – è stata lasciata sola. Indifesa. Senza rappresentanza.

Eppure mi pare di scorgere ogni giorno di più «il bisogno di politica». Non dei vecchi arnesi o degli antichi miti (Che Guevara è morto? Pazienza), ma il bisogno, l’assoluta necessità di trasformare la fatica di ognuno di noi, il dolore individuale, i soprusi subiti, l’incazzatura davanti all’ingiustizia o al malaffare, in un’idea comune, in un progetto collettivo per una città nuova, un’Italia più giusta, un mondo migliore.

Ci hanno scippato la politica, ci hanno detto che non serve a nulla, che «la politica è solo un magna magna». A me pare un grande inganno, un lungo sonno che non so quanto possa durare. Questa rivista, non per caso, si chiama Madrugada: il buio fitto che precede la prima luce del giorno. Nessuno però ci regalerà il risveglio o l’alba: dovremo tessere noi la nuova tela.

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La politica, quella che ha improntato nel bene e nel male il Novecento, non c’è più, i partiti restano.

Assisto – un po’ annoiato e un po’ arrabbiato – alle grandi manovre e alle strane alleanze sulla legge elettorale dopo che la Consulta ha cassato il vergognoso secondo turno dell’Italicum. Ogni partito ha una sua personalissima idea (a volte più di una) di sistema elettorale – un’idea che però varia al variare dei sondaggi – ma tutti o quasi giurano e spergiurano di volere andare subito al voto. «Diamo la parola al popolo sovrano», eccetera eccetera.

Stando così le cose il prossimo giugno si dovrebbe votare. Certissimamente. Con qualche postilla.

La prima: probabilmente il presidente Mattarella – democristiano di razza – non ha nessuna intenzione di sciogliere le Camere. Del resto, l’ultranovantenne Napolitano gli ha già dato l’imbeccata.

Secondo: magari i partiti (tutti) dicono una cosa ma ne pensano un’altra. Guardano i sondaggi, studiano future alleanze, tramano, temporeggiano.

Terzo: l’intramontabile lider maximo minaccia la scissione e propone un «Nuovo Ulivo»; i sondaggi gli attribuiscono un 10%, la barca del Pd è nella tempesta. Forse il prode Renzi (ha fatto lo scout) presto si convincerà a lasciare in sella Gentiloni, Re Travicello dall’aria mesta.

Quarto: alcune centinaia di peones, i deputati e senatori sconosciuti alle cronache, ma assidui frequentatori della bouvette e delle riunioni di corrente, faranno di tutto per arrivare almeno a ottobre e raggiungere l’agognato quanto vituperato vitalizio.

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Si voti a giugno o si arrivi anche alla fine della legislatura, le cose non sono destinate a cambiare. Se non in peggio. Al di là delle alchimie politiche e degli scontri nel Centro Destra e nel Pd, con questa o quella legge elettorale, con o senza il premio di maggioranza, possiamo stare sicuri di una sola cosa. E cioè che il prossimo dopo-elezioni ci riconsegnerà un’Italia ancora più rissosa e ingovernabile, partiti e leader, vecchi o nuovi o riciclati, pronti a riprendere un’infinita campagna elettorale.

Triste dirlo, mai come oggi le elezioni non risolveranno un bel niente. Gli elettori lo sanno e diserteranno le urne in massa. Intanto, mentre si discute di elezioni, l’economia resta al palo, un’Europa morente e rigorista pretende una manovra correttiva (altri sacrifici per intenderci), la disoccupazione giovanile torna a superare la soglia del 40%, i senzatetto degli ultimi due o tre terremoti aspettano casette prefabbricate.

Mai come oggi la nostra classe politica, il famigerato Palazzo (pentastellati inclusi), sembra viaggiare a una siderale distanza dalla realtà.

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La deriva, o meglio, la corsa verso il cupio dissolvi del Pd merita un pensiero a parte. Stiamo parlando del pronipote di quello che era (al tempo di Togliatti ma anche a quello di Berlinguer) «il più grande partito comunista dell’Occidente». Di quel Partito Democratico che, forte del 40% preso alle elezioni europee del 2014, un ascendente, (ora discendente) Renzi vantava come «il più grande partito del Continente».

Riusciranno i rottamati (D’Alema e Bersani in testa) a rottamare i rottamatori (Matteo Renzi e la banda della Leopolda)? Forse sì… ma probabilmente no. Non certo per merito dei Giovani Turchi, quelli hanno perso denti e faccia da un pezzo. Ma che c’è chi lavora seriamente a una mediazione, al ribasso si capisce: il galleggiante Franceschini, figlio di democristiani e democristiano dall’età della prima comunione, nonché intestatario e manovratore della corrente più forte nel partito.

In tutti i casi lo scontro è destinato a continuare. E a incarognirsi. Prima, durante e dopo il congresso. Altri colpi sotto la cintura, idee e programmi poco o niente.

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Cesare Lombroso, l’antropologia criminale e la fisiognomica in genere sono assai in ribasso: nessuno oserebbe più riconoscere un assassino o un genio dalla forma del suo cranio, però più guardo la mimica facciale di Donald Trump più mi spavento.

«In America è sbarcato il fascismo», dice il quasi centenario Lawrence Ferlinghetti, decano della Beat Generation, e propone un perfetto parallelismo fra Donald Trump e Benito Mussolini. Fateci caso: la stessa irruenza campagnola, il petto in fuori, la bocca corrucciata, la mascella volitiva, le frasi tronche e patriotiche. E il medesimo avventurismo: «Noi tireremo dritto» (si vide poi dove saremmo finiti). A Trump manca solo il torso nudo esibito dal Duce nella «battaglia del grano», ma ha ornato la palla di biliardo con un battagliero ciuffo biondo.

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Niente da ridere ovviamente, al contrario.

Appena eletto, Trump si sta dimostrando molto più Trump di quanto ci si potesse aspettare. Tutti a dire che il Trump, candidato outsider, si sarebbe presto rivestito dei panni presidenziali, che l’estremista avrebbe lasciato il passo al mediatore, che avrebbe dovuto «necessariamente» ricucire con l’altra metà dell’America che lo avversa. Non è andata così; Trump non è una «scheggia impazzita», un fuoco di paglia destinato a spegnersi. Già nelle prime settimane, il 45° presidente ha incominciato a smontare uno a uno i provvedimenti messi in campo dal 44°, quell’Obama che solo 8 anni prima aveva acceso la speranza in una nuova America e in un nuovo ordine mondiale. Certo, senza riuscirci, ma almeno ci aveva provato.

Per cui, qual è il programma? America first! Da rimanere a bocca aperta.

Qualche commentatore spera ancora che un sano realismo – o l’opposizione del Congresso – possa mettere un freno alle esibizioni muscolari e alle decisioni razziste e liberticide del presidente. Me lo auguro anch’io, ma sarà difficile fermare il vento impetuoso di una Nuova Destra che, di qua e di là dell’Atlantico, brandisce la forza e ridicolizza la misericordia.

Trump non è però un fulmine a ciel sereno, e sarà bene farsi qualche domanda: da dove arriva e cosa c’è dietro Trump e la Nuova Destra? Da dove nasce il successo di una proposta populista e orgogliosamente antidemocratica? A me pare che l’Europa e gli europei possano vantare la primogenitura, abbiano cioè grandi responsabilità: quel vento si è levato proprio da qui, dalla vecchia Europa, per poi attraversare l’oceano. Oggi assomiglia a un uragano.

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Tutti i leader europei in carica, forse per un residuo di decenza ma soprattutto allarmati per l’inedito asse politico ed economico Trump-Putin, hanno in vario modo criticato le decisioni del neopresidente americano. Troppo tardi? Non solo.

Negli anni venti e trenta del secolo scorso fu proprio l’Europa a generare il mostro. La ragione intanto dormiva profondamente. Dopo la guerra mondiale, l’Europa si è svegliò sotto un cumulo di macerie, era ormai un «piccola Europa», via via più periferica da un punto di vista geopolitico ed economico. Aveva però imparato una grande lezione. Il processo di integrazione europea – timido, lento, pieno di errori e diffidenze – rappresentò un seme di speranza per tutto il mondo.

Oggi un’Europa allo sfascio, che perde pezzi a nord come a est, attaccata al carro della «Grande Germania» (anche qui la storia ritorna) ha prima partorito e poi sdoganato un nuovo soggetto politico, la Nuova Destra egoista, «sovranista» e xenofoba che mira apertamente a limitare o neutralizzare la voce e il diritto delle minoranze e le garanzie dello Stato sociale. Il propellente di questa Destra, sempre più forte e sempre più urlante, è una miscela fatta di tre ingredienti principali: una massa crescente di cittadini di serie B, impoveriti dalla crisi, delusi e arrabbiati. í‰lite politiche sempre più avulse e imbelli, in grado di rappresentare solo sé stesse. Infine i poteri forti e che la crisi ha reso ancora più forti e rapaci: i finanzieri di Davos, i grandi industriali, presto forse l’esercito.

Lo sfilacciamento e poi la rottura del vincolo di cooperazione e solidarietà, il dietro-front nel processo di unificazione europea, la timidezza dei governi verso le insorgenti forze nazionaliste e xenofobe, la paralisi e le risse sulle quote dei rifugiati, ci restituiscono un’Europa vicina all’implosione, divisa e litigiosa, bloccata dai veti incrociati, incapace di pensare a un nuovo modello economico e sociale basato sull’inclusione, il dialogo, la dignità del lavoro, l’attenzione alle vecchie e nuove povertà.

Per trovare un preciso riscontro della «discesa in politica» dei poteri forti e dell’alleanza che la Nuova Destra ha stretto con questi, le prime mosse del nuovo presidente americano appaiono esemplari. Basta dare una scorsa alla biografia del nuovo giudice designato alla Corte Suprema, o ai curricula del Segretario di Stato, dei ministri e collaboratori nominati da Donald Trump.

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Appena fuori dai nostri confini, il mondo continua a bruciare. Decine di milioni di profughi bussano alle porte. Intanto Europa e America – la quintessenza di quello che con malcelato orgoglio chiamiamo da duecento anni Occidente – sembrano non riuscire a far altro che innalzare muri, costruire ghetti per i diversi, espellere i dannati della Terra.

Intanto la bussola ha girato di 180 gradi. La crescita impetuosa della Nuova Destra non sarà un vento passeggero, ma un pericolo grande, incombente. Non basterà mettersi alla finestra e sperare che passi. Dovremo reagire, aprire la bocca, alzare le braccia, muovere un passo.

Se esiste un futuro diverso – o appena civile – per l’Occidente, non potrà nascere dalle vecchie élite o dalle riunioni del G8 o del G20, ma da un vento opposto, un vento che chieda accoglienza, solidarietà, democrazia, giustizia sociale, diritti di cittadinanza.

Le manifestazioni spontanee che in tutte le città del mondo si battono contro il modello egoistico di Trump sono un piccolo segno in questa direzione.