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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Le molte e i pochissimi

di Mapelli Barbara

Al vertice della piramide siedono i maschi

Un patto iniquo

Le insegnanti donne sono sempre più numerose: in taluni ordini – la scuola elementare – una maggioranza che rasenta la totalità. Al contempo, leggendo le statistiche del Ministero si scopre che continuano a diminuire le presenze femminili nella dirigenza scolastica. Apparenti contraddizioni, paradossi, che contribuiscono – come altri cui cercherò di accennare – a comporre immagini di complessità, come un grande Doppio che presenti ora un volto di positività ora di negatività. Un esserci, insomma, delle donne a scuola, che si propone come grande risorsa e, al tempo stesso, è generativo di momenti di crucialità, di limiti, di contraddizioni appunto. Negli anni ottanta ho iniziato i miei lavori di ricerca sulle e con le donne insegnanti. Denunciavo allora quello che definivo il patto iniquo tra le donne e l’istituzione. Un lavoro apparentemente a metà tempo, che giustificava bassi stipendi e scarso valore sociale, l’accentuazione su quello che allora si chiamava il maternage e che offuscava le competenze e le complessità della professione. Il convivere nelle donne insegnanti di una forte passione per il proprio lavoro e le frustrazioni, le crisi di impotenza di fronte a un’istituzione opaca che continuava a muoversi, o a restare immobile, secondo regole e forme organizzative al maschile, insensibili o poco curanti rispetto ai cambiamenti avvenuti, a una presenza sessuata totalmente diversa rispetto al passato. Un’istituzione capace solo di accreditare, nel silenzio, il patto iniquo.

Le culture di genere restano in ombra

Trovo ora, nei miei incontri e ricerche nelle scuole, temi molto simili a quelli di più di vent’anni fa.

Le donne insegnanti sono ancora coloro che reggono la scuola, che le offrono generosamente intelligenze, passioni, tempo e fatiche. Ancora tutto questo non viene riconosciuto, ancora le donne non si riconoscono, non sufficientemente, nel valore che hanno per la scuola.

Alcune insegnanti parlano anche di forti rivalità tra donne, che si isteriliscono e si alimentano in situazioni di effettivo non potere femminile, perché la gerarchia scolastica, come già scrivevo, premia i pochi uomini che sono nella scuola.

E ancora un altro snodo, complesso, di riflessione. I temi della pedagogia sessuata, le prospettive delle culture di genere stentano a imporsi nelle scuole, sembrano eterne debuttanti, diciottenni invecchiate. Un’altra contraddizione che vive in una scuola fatta (quasi) tutta di donne? Un paradosso ancora, i cui motivi sono molti e necessariamente mi devo limitare ad alcuni. Queste tematiche o approcci pedagogici e culturali di genere possiedono un tratto di radicalità che costringe le insegnanti, per praticarle o solo accettarle, a riflettere e a ripercorrere la loro stessa storia personale, di donne e di insegnanti, una conoscenza di sé sessuata che sola può avviare a relazioni pedagogiche, a una critica dei saperi anch’essa sessuata.

Non molte hanno voglia di fare questo percorso, la maggior parte lo considera perdente, ancora una storia di miserie femminili. In un lavoro che non riconosce le competenze e le professionalità complesse delle donne, poiché le interpreta ancora come naturali predisposizioni femminili al lavoro di cura, queste donne preferiscono scegliere una concezione ancora emancipativa della professione, difendersi e accreditarsi in presunte tecnicità, scientificità, tassonomie valutative, in saperi «oggettivi», in rapporti pedagogici falsamente democratici, perché basati su un’uguaglianza che non riconosce le differenze. Si rifugiano in una pedagogia dell’inganno e dell’autoinganno. Eppure le stesse preponderanti presenze femminili nelle scuole potrebbero divenire materia educativa, discorso colto e di ricerca, da cui avviare nelle relazioni e nei saperi una riflessione critica, che solo uno sguardo e uno scambio sessuato possono riempire di contenuti e di significati.

La cura femminile, un valore che dà valore

Tutto questo non avviene e induce a un interrogativo di fondo che a sua volta comprende tutto l’arco di tempo in cui mi sono finora mossa nella mia attività di riflessione e ricerca: è la domanda, infatti, che ci facevamo, come Comitato pari opportunità del Ministero Pubblica Istruzione, nel documento preparato per la Conferenza Nazionale sulla scuola del 1990. «Il permanere di una fortissima femminilizzazione della professione insegnante nel quadro attuale esige un’analisi culturale nuova, in parte già aperta dalla riflessione femminista, che si misuri sulla contraddizione fra tale femminilizzazione, le categorie concettuali con cui è stata accolta dalla società, e quella che è stata chiamata la debole funzione di guida del sistema scolastico rispetto alla trasformazione dei ruoli».

Da questa affermazione, ancora vera e di vent’anni fa, può iniziare un lavoro di trasformazione, liberando le donne insegnanti da alcuni conformismi che offuscano il valore di quel che fanno, il significato delle scelte, perché porre a critica quella naturale predisposizione al lavoro di cura non significa togliere valore alle sapienze e competenze che le donne hanno elaborato, che possiedono come patrimonio della loro storia. Significa piuttosto raccontare e raccontarsi che la cura è una cultura, che si intesse di saperi e di emozioni, un valore che dà valore a quello che si fa, si pensa e si trasmette. Al lavoro a scuola, in casa, altrove, luoghi che però non devono essere di donne perché spazio di minorità, luoghi d’ombra. Darsi valore significa dar valore alla professione e lavorare perché altri vi entrino, consentire agli uomini la scoperta che possono esistere anche una cura e competenze di attenzione educativa maschili, affinché si legittimino – e legittimino i più giovani – a nuovi percorsi di ricerca per il proprio genere.

Norme e stereotipi sessuati restano

Le molte donne nella realtà attuale della scuola e i pochissimi uomini creano uno squilibrio e un danno educativo sulle crescite in particolare dei giovani maschi. Questo molte e questo pochissimi, inoltre, delineano un’immagine della scuola e della professione docente che si perpetua al femminile e, per questo stesso motivo, continua a tenere lontani gli uomini. E anche i dati di frequenza dei due sessi alle Università ci assicurano che le tendenze rimarranno per il futuro le medesime e che anche i figli e le figlie dei più giovani si troveranno davanti a scuola soprattutto insegnanti donne.

È chiaro che in queste scelte femminili e non scelte maschili vivono culture e norme sessuate, stereotipi che assegnano all’uno e all’altro genere ruoli e compiti irrigiditi, che si muovono e fanno muovere i soggetti secondo conformismi che negano effettive libertà di scelta. I bambini e le bambine, così, continuano a imparare che chi si prende cura di loro sono sempre le donne, che gli uomini sono altrove, fanno altro, qualcosa che per loro è invisibile. E la storia dunque si ripete e gli stereotipi sessuali si confermano, mentre bambini e ragazzi (maschi) non hanno a scuola modelli del loro genere cui potersi riferire.

C’è un vuoto e un silenzio di genere intorno alle crescite maschili, o meglio, segnali visibili e denunce solo del loro disagio.

Eppure è chiaro che anche gli uomini sono in grado di apprendere alcune qualità e virtù della cura che si possono trasferire anche in campo professionale, con alcune buone conseguenze, ad esempio la rottura dei rigidi steccati tra lavori femminili e maschili, la concezione della doppia presenza come problematica esclusiva delle donne, e, quindi, la possibilità di condivisione, non solo di compiti e doveri, ma di esperienze, saperi, emozioni, in forme sconosciute al passato. Un cambiamento che, evidentemente, muterebbe, e nel profondo, le relazioni tra uomini e donne.

E gli uomini che si occupano di cura, gli uomini che educano, gli uomini che stanno attenti, sanno ascoltare e sanno accompagnare, comprendere con un pensiero che è legato alla vita, è bene che si assumano questo compito anche e soprattutto come insegnamento verso il loro stesso genere.

Barbara Mapelli, docente facoltà di scienze della formazione,
università degli studi di Milano-Bicocca