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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Le ragioni sociali ed economiche del sovranismo

di Cecchinato Piero

Una definizione del sovranismo
Per affrontare una riflessione sulle ragioni sociali ed economiche del sovranismo, ci si deve anzitutto intendere sul significato del termine.

Un sicuro tratto distintivo di manifestazioni politiche definibili come «sovraniste» è la lotta per la riconquista della sovranità da parte di un popolo o di una nazione, in contrapposizione alle dinamiche della globalizzazione e alle politiche sovrannazionali di cooperazione internazionale.

Una sovranità da intendersi, quindi, come pretesa di autosufficienza, come diritto esclusivo di decidere da sé e per sé, senza curarsi delle implicazioni negative che il rifiuto del dialogo e del sistema cooperativo possano comportare.

Che la globalizzazione sia un grande strumento di redistribuzione del reddito a livello mondiale è un dato di fatto. Ma, al contempo, è assodato che le opportunità derivanti dalla diffusione dell’industria e dall’apertura dei mercati nei paesi in via di sviluppo sottraggano risorse e opportunità ai paesi occidentali, la cui classe media si trova particolarmente esposta alle minacce della concorrenza e dell’automazione.

Contro le implicazioni negative della globalizzazione, le ricette non possono che essere due, l’una opposta all’altra: la chiusura nazionalistica e protezionistica, accompagnata dal rifiuto esplicito di forme di governo condiviso, e la cooperazione sovranazionale e internazionale, che della condivisione governativa ne fa un emblema.

Che cosa rende accettabile il sovranismo
Ebbene, che cosa rende il sovranismo una ricetta per molti maggiormente accettabile nonostante gli evidenti limiti intrinseci in un’epoca di interconnessione a diversi livelli?

La risposta va ricercata nella profondità della natura umana, fra i fondamenti che vanno a costituire l’identità di un individuo.

La costruzione della propria personalità si basa su un nucleo stabile di continuità e coerenza con l’immagine che abbiamo di noi rispetto al mondo che ci circonda. Il senso di continuità e coerenza ci consente di legare fra loro i tanti eventi che ci accadono e di dare un significato anche al cambiamento. Si tratta di un meccanismo essenziale per mantenere un’identità che altrimenti rischierebbe di disgregarsi.

Ebbene, la globalizzazione incide sul bisogno identitario di continuità e coerenza nella misura in cui comporta un cambiamento in peggio della nostra condizione. E quanto più il peggioramento sarà repentino e intenso, tanto più il senso di disorientamento sarà violento.

Vale per la crisi economica, ma anche per la convivenza forzata con immigrati di culture e tradizioni molto diverse, con cui certe aree del nostro Paese devono misurarsi.

Per stare all’Italia (unico Paese europeo, a oggi, ad avere un governo definibile come sovranista), per il 2018 l’Istat ha stimato oltre 1,8 milioni di famiglie in povertà assoluta (ossia famiglie la cui spesa mensile per consumi si attesta al di sotto di una certa soglia calcolata per aree geografiche). Si tratta di un totale di oltre 5 milioni di individui coinvolti.

Solo dieci anni fa, agli albori della crisi, le famiglie in condizioni povertà assoluta di in Italia erano 1,1 milioni (il 4,6% delle famiglie residenti), per un totale di 2 milioni e 893 mila individui coinvolti. In soli dieci anni il numero di individui caduti in povertà assoluta è quasi raddoppiato.

Nel 2016, con il coefficiente di Gini (l’indice che misura il livello di redistribuzione del reddito) pari a 33,5 (superiore di quasi due punti alla media UE attestatasi a 31,3, fonte Banca d’Italia), il nostro Paese occupava la ventesima posizione tra i 28 Paesi membri dell’Ue per livello di disuguaglianza. Solo dieci anni prima, all’esordio della crisi, l’indice si trovava a un livello inferiore di ben di 1,5 punti percentuali.

Una crisi tanto repentina e di tale portata, unita all’intensità che le crisi migratorie hanno raggiunto in alcuni periodi e alle risposte tardive e inefficienti delle classi dirigenti, hanno finito per diffondere un generale senso di precarietà e disorientamento, che ha minato quella continuità e quel bisogno di coerenza su cui si basa la manifestazione della nostra stessa personalità.

Demagogia e risentimenti
È qui che il demagogo sovranista trova terreno fertile. Come il populismo, anche il sovranismo non è infatti definibile se non in relazione all’appello di colui che si intesti la battaglia a difesa della dignità: di un popolo nel caso del populismo, di una nazione nel caso del sovranismo. Interrogarsi sulle ragioni sociali ed economiche del sovranismo diventa pertanto una domanda sul perché dell’adesione alla chiamata. Cosa porta a rispondere a un appello il cui potere taumaturgico sa molto più d’inganno che di redenzione?

Per l’ultimo Rapporto CENSIS sulla situazione sociale del nostro Paese (il 52°, edito alla fine dell’anno scorso), la risposta a una simile domanda va trovata in una sorta di «sovranismo psichico», che «talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ” dopo e oltre il rancore ” diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare».

Il risentimento per la propria condizione, per la perdita di conferme identitarie, accompagnato dallo smarrimento della speranza per il futuro (smarrimento, questo, derivante anche da una redistribuzione che premia i più anziani e che investe sempre troppo poco nell’istruzione), complice sempre la patologica amplificazione dei fenomeni indotta dai nuovi media, crea le condizioni ottimali per rispondere alla chiamata sovranista e rifiutare la logica cooperativa.

La logica cooperativa, infatti, nonostante risulti a ragion veduta la più efficiente (l’Ue ne è un esempio lampante, checché se ne dica), impone di assumersi un rischio: quello del fallimento.

L’apertura (a un altro individuo o a un altro governo) implica infatti un atto di affidamento che potrebbe anche venire tradito: l’investimento in un atto di apertura mette in conto il fallimento della relazione.

Per questo l’appello autarchico alla chiusura può risultare più invitante: perché è fatto per escludere a priori la delusione del fallimento, che non è contemplabile in ciò che già si conosce.

Il limite di tale rappresentazione è dato dal fattore tempo. La rappresentazione sovranista deve far finta che i tempi non cambino e che le condizioni siano le medesime del passato, il cui ritorno si invoca. Pertanto, chi intenda battersi contro simili appelli, dovrà anzitutto smascherare l’inganno dell’immutabilità del tempo.

Piero Cecchinato
avvocato d’impresa, cultore di diritto costituzionale
presso l’università di Padova,
membro del comitato scientifico della Scuola per la Democrazia
del Centro Studi sulle Istituzioni Livio Paladin, blogger