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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Vuotare il mare con un cucchiaio

di Monini Francesco

Secondo gli ultimi dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), nel mondo le persone che fuggono da guerre, fame e persecuzioni hanno raggiunto e superato la cifra record di 70 milioni. Ormai tutti lo ammettono: siamo di fronte a un fenomeno epocale, destinato ad aggravarsi e ad accompagnarci nei prossimi decenni.

Una realtà di proporzioni talmente enormi che nessuno può sinceramente pensare di risolvere, o almeno arginare, con la costruzione di nuovi muri, fatti di mattoni o di leggi anti-migranti. Altro che chiudere i porti! Si può vuotare il mare (migranti compresi) con un cucchiaio? 

Eppure…  Eppure sembra che all’ordine del giorno ” in Italia, in Europa, nel mondo ” l’unica soluzione politica attuata dai governi dei paesi ricchi sia esattamente questa «non soluzione». Non solo uno, ma due spettri si aggirano per il pianeta Terra, due drammatiche emergenze che minacciano il nostro futuro prossimo, la convivenza civile, la pace, la democrazia, la stessa sopravvivenza dei sistemi umani. L’emergenza ambientale e l’emergenza migrazione sono il prodotto di un sistema economico globale vorace che ha messo il profitto al primo posto e all’ultimo il valore della persona e dell’ambiente. Voltare pagina, cambiare paradigma, ribaltare il sistema di valori? La finanza, l’economia e la politica dominanti preferiscono mettere la testa sotto la sabbia.

In compenso, chi denuncia con realismo questa deriva irresponsabile e suicida è bollato come utopista o si guadagna la solita vecchia accusa di disfattismo.

Spezzeremo le reni alla Grecia

L’Italia, rincorrendo l’alleato nazista, era entrata in guerra il 10 giugno del 1940. Il Duce l’aveva annunciato alla nazione dal balcone di piazza Venezia. Ecco un famoso spicchio di quel discorso: «La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo!».

Proprio quel balcone (ricordiamo tutti le foto in bianco e nero) era il luogo simbolo che il Duce aveva scelto per comunicare il suo verbo. Chi non aveva la fortuna di essere presente in piazza, veniva raggiunto dalla radio, quella meravigliosa invenzione che faceva arrivare le parole di Mussolini nelle case di tutti gli italiani.

Qualche mese dopo, il 18 novembre, in un altro discorso dal balcone, Benito Mussolini si scaglia contro le sanzioni economiche imposte all’Italia, cinque anni prima, dalla Società delle Nazioni e fa una solenne promessa: «Spezzeremo le reni alla Grecia», il primo atto di quella che sarebbe stata una vittoriosa guerra lampo. La frase è diventata proverbiale: per dire di una truce minaccia che si risolverà in una rovinosa tragedia, una vuota esibizione di attributi di chi gli attributi non li ha e che finirà fatalmente schiena a terra.

Ascoltare Matteo Salvini mentre alza la voce e proclama i suoi «me ne frego» contro l’Europa e le sue sanzioni, mi fa tornare in mente il tragicomico (con il senno di poi) vocabolario mussoliniano. Certo, è cambiato il mondo, e si è centuplicato il potere ubiquo dei mezzi di comunicazione di massa. Al posto del balcone di piazza Venezia ci sono gli accoglienti studi televisivi; invece della radio si utilizzano i social media, governandoli con sapienti algoritmi, ma lo stile, il vocabolario, i contenuti e quindi l’obiettivo ultimo della comunicazione è molto simile.

Non si espone un’idea, un ragionamento, non si indica una strada realistica da percorrere. La comunicazione è invece totalmente riassunta in frasi a effetto, in parole d’ordine, nell’esibizione muscolare, nella rivendicazione dell’orgoglio nazionale. Così la comunicazione diventa pura e semplice propaganda.

Un trono che traballa

Arriva da Istanbul ” la vecchia e gloriosa Costantinopoli, antica porta tra Oriente e Occidente ” una delle poche belle notizie di questi mesi. Una folla immensa ha invaso le strade del centro per festeggiare la netta vittoria di Ekrem ĬmamoÄŸlu, venuto su dalle seconde file del partito repubblicano di ispirazione socialdemocratica, che è riuscito in quello che da quasi vent’anni è il sogno di tutta l’opposizione in Turchia, battere il «sultano» ErdoÄŸan, il padrone assoluto del Paese, l’uomo forte che ha ridotto le libertà individuali e le espressioni democratiche e incarcerato decine di migliaia di oppositori, giornalisti compresi.

Recep Tayyip Erdoğan, come succede da che mondo è mondo a tutti i dittatori, era convinto di essere invincibile. Invulnerabile. Si era sbarazzato di chiunque si opponesse al suo potere assoluto. Aveva cambiato la Costituzione. E aveva invalidato le elezioni della metropoli turca che qualche mese prima avevano già visto vincitore Ekrem Ĭmamoğlu. Le nuove elezioni hanno segnato una sconfitta ancora più netta del candidato del sultano.

Erdoğan non si farà da parte; ci vorrà del tempo, mesi, forse anni, ma la voglia di democrazia di un popolo, una volta risvegliata, è un’onda che non è possibile arrestare. Il trono del Sultano traballa e finirà nella polvere.

Il sole dell’Avvenire

Il primo e il più scomodo è naturalmente lui, papa Francesco. Sognatore, utopista, ma anche sovversivo e amico dei comunisti. Soprattutto un Papa che non sa stare al suo posto, che pretende di interessarsi ai corpi e non solo alle anime. Un Papa che «fa politica», che invece di occuparsi di preghiere e novene, interviene a gamba tesa nel campo riservato al potere temporale. Un Papa che non sta zitto, che continua a lanciare appelli e a invitare al rispetto che dobbiamo a ogni uomo e al creato, e insieme continua a criticare, ammonire, accusare i poteri forti.

Non tutta, ma almeno una parte della sua Chiesa, cammina dietro a Francesco. Un esempio tutto italiano è sicuramente il quotidiano Avvenire. Che si autodefinisce «quotidiano di ispirazione cattolica», ma senza legami di sudditanza o soggezione verso il suo proprietario, la Conferenza Episcopale Italiana.

L’Avvenire non è esattamente «un giornalino di parrocchia», ma un quotidiano moderno e informato, un organo di stampa importante e influente. Ha un solo difetto, lo stesso di Francesco: è tremendamente scomodo. Proprio come il Papa, ha scelto l’opzione radicale a favore degli ultimi.

L’Avvenire ” i suoi titoli, le sue cronache, le sue foto shock, i suoi commenti ” raccontano un’Italia e un mondo dove l’uomo e i suoi diritti vengono quotidianamente calpestati. I suoi reportage sulle carceri libiche (sono oggi più di 600.000 le persone detenute in condizioni subumane) o il suo appoggio incondizionato verso i migranti e le ONG che cercano di salvare vite nel Mediterraneo, disturbano parecchio, tanto che l’Avvenire è diventato un bersaglio e viene sempre di più attaccato: da molte parti, non solo da Salvini.

L’Avvenire sarebbe insomma un giornale estremista, fazioso, sovversivo, fondamentalista. Forse addirittura più comunista del «quotidiano comunista» il manifesto, che vende meno di un decimo delle sue copie. Quindi siete avvertiti: leggere l’Avvenire può essere pericoloso. Ma, oggi più che mai, necessario.

Dialogare con la paura

Su cosa sia, di cosa sia fatto il razzismo (di ieri e di oggi), su come nasca, si sviluppi e riesca alla fine a contagiare un intero tessuto sociale, continuano a uscire studi e indagini approfondite. Una letteratura sterminata in cui è difficile orientarsi. Emerge però un dato certo, anzi due. Numero uno: il razzismo è una cosa brutta sporca e cattiva. Numero due (diretta conseguenza del numero uno): nessuno è disposto a dichiararsi razzista. Da cui il famoso incipit: «io non sono razzista però…».

Possiamo marciare contro il razzismo che si sta riaffacciando sul nostro presente. Giusto, ma non sufficiente. Serve un approccio forse meno militante e più coinvolgente. È la scelta coraggiosa che ha fatto Özlem Cekic, una ex deputata danese, la prima musulmana a essere eletta al parlamento di un Paese, un tempo additato come un esempio virtuoso di integrazione e che oggi ha imboccato la strada della chiusura e le leggi anti-immigrati.

Özlem riceveva da anni messaggi e-mail di insulti e minacce contro la sua persona e la sua attività pubblica. Che fare? Per molto tempo si è limitata a cancellarli. Poi un giorno ha deciso di rispondere. Da allora ha scritto, parlato e incontrato più di 100 razzisti o presunti tali. Per capire cosa agitasse le loro menti, per mettere a confronto la sua paura con la loro paura. Da qui è partito un dialogo a due, una strada difficile ma fruttuosa, una chiave efficace per smontare i pregiudizi e gli stereotipi su cui si alimenta da sempre la propaganda violenta e razzista.

Özlem Cekic non ha cambiato la Danimarca. Non ancora, comunque. Ma la sua scelta indica una via: per capire e per capirsi, per sconfiggere la paura, per cambiare, magari solo di un centimetro, le sorti del mondo. In quanti siamo disposti a percorrere la stessa strada?

Perché mettere nel mirino Giulio Regeni?

In giro per l’Italia, in tutte le piazze, trovate (fino a ieri, oggi molto meno) uno striscione giallo con una semplice scritta: «Verità per Giulio Regeni». Una verità che ancora non è venuta alla luce e che, non solo la magistratura, ma lo stesso governo italiano si è impegnato solennemente a ricercare in tutti i modi, facendo pressioni sul governo egiziano perché venga infranto il muro delle connivenze e delle omertà.

In queste settimane, insieme a tanti altri episodi di ordinaria violenza, i cartelli che chiedono la verità per Giulio Regeni vengono imbrattati, o rimossi, o coperti dalle bandiere della Lega. Anche se Giulio Regeni è un italiano al cento per cento e non il solito clandestino delinquente, per lui il motto «prima gli italiani» non vale.

Niente di personale. Chi ha scelto di mettere nel mirino Giulio Regeni e di attuare questi odiosi blitz dimostrativi lo ha fatto perché quegli striscioni sono stati messi dai nemici: dai pacifisti, dai cattocomunisti, dagli amici degli immigrati, dai «sinistroidi», dalle giunte rosse. La Nuova Destra non si accontenta di comandare a Roma, vuole battere un colpo, dimostrare la sua forza, intimidire, occupare la scena in tutte le piazze d’Italia.

M. Il figlio del secolo

M. Il figlio del secolo (Bompiani) di Antonio Scurati, recente vincitore del Premo Strega contro la corazzata Mondadori, ci racconta giorno per giorno l’ascesa al potere ” inaspettata, repentina, fortunata, irresistibile ” di Benito Mussolini. Un romanzo-cronaca unico nel suo genere, dove l’invenzione lascia spesso il posto ai documenti storici: articoli, lettere, diari, citazioni. Al di là del valore di un’opera avvincente e ben scritta ” ma non è questa la sede per una recensione ” voglio dire della mia esperienza di semplice lettore. Mano a mano che procedevo attraverso le oltre 800 pagine del volume, la curiosità e l’interesse «storico» hanno presto ceduto il campo allo stupore, allo sconcerto, anche alla paura.

Il Benito Mussolini che Antonio Scurati ci restituisce è un po’ diverso dal personaggio storico che abbiamo imparato a conoscere nei libri di scuola, sembra invece essere in tutto e per tutto un nostro contemporaneo. Credevamo fosse un uomo e uno statista definitivamente consegnato al nostro passato, ne esce invece il ritratto di un leader politico attuale. Non un genio del male, ma semplicemente un uomo politico scaltro e fortunato, intuitivo e spregiudicato, capace di sfruttare ogni evento a suo vantaggio. Capace di annusare prima e meglio degli altri i cambiamenti del clima sociale e dei sentimenti individuali degli italiani.

1919-1922: stiamo parlando di cento anni fa, ma quello che colpisce è vedere come nel giro di soli quattro anni ” anzi meno, perché è il 1921 l’anno della svolta ” l’Italia cambia completamente di segno. Il partito fascista passa da poche migliaia di iscritti, e da una cocente sconfitta elettorale, a dominare la piazza e comandare il Paese.

Non azzardo paragoni con l’Italia del 2019, ma forse c’è una cosa da tenere a mente. Quando si accumula e si moltiplica il malessere sociale ” oggi come cento anni fa ” è il momento in cui si può imboccare, rapidamente, quasi senza accorgersene, la strada di una brutta avventura.