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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Praga e la cicatrice leggera

di Cardini Egidio

La libertà dei cechi è stata
spesso fotografata
dal loro spirito indipendente
e sottilmente contestatore
di ogni autorità oscurantista
e di ogni dominazione
illegittima. I cechi non hanno
mai accettato gli ottusi
e i dogmatici.

Praga ha una cicatrice leggera, appena marcata, come se fosse un’ombra su un viso bellissimo. Io l’ho percepita immediatamente, perché a me questi piccoli e impercettibili segni non sfuggono mai. Possono sfuggirmi enormi manifestazioni di bellezza o straordinarie forme di dolore, ma le cicatrici leggere no, quelle le vedo e le inquadro all’istante.

Forse perché mi appartengono e riemergono inattese e quasi clandestine. In questo modo Praga ha dichiarato sommessamente la sua similitudine con me.

Un angolo vivo e illuminato dell’Europa slava

Praga è bellissima. È appena uscita da una lunga e dolorosa malattia e sta imparando di nuovo a camminare con vigore. Avendo dignità, non lo dice, o perlomeno cerca di nasconderlo con discrezione e misura.

I nazisti l’hanno occupata per sei anni, scaraventando sopra di essa una ferocia selvaggia e incontrollata, come se la bellezza di questa città e l’originalità della sua cultura rappresentassero la loro cattiva coscienza e, al tempo stesso, una sfida impari e gloriosa per chi la subiva. La rabbia del nazionalsocialismo contro questo angolo vivo e illuminato dell’Europa slava ha rivelato un mostruoso complesso di inferiorità davanti a un popolo pacifico, laborioso, avanzato e, soprattutto, libero.

Arrivando a Praga, ho subito cercato, quasi con affanno, la statua di Jan Hus nella Staromestska Námesty, la Piazza della Città Vecchia.

Volevo vedere l’immagine di Hus, guardarla, ascoltare la solennità e soprattutto la forza impetuosa della sua ribellione: proprio io, che ribelle non sono mai stato. Un conservatore davanti a un profeta eretico, un uomo tranquillo davanti a un agitatore perseguitato, un timido amante delle cose sicure e silenziose davanti all’eco di un tuono.

Jan Hus era cristiano e, da cristiano, ha sfidato un’autorità sacra ed eterna per un ideale altrettanto sacro ed eterno.

Gente meravigliosa, gli eretici. Gente forte, poderosamente granitica, coraggiosamente in piedi davanti al turbinio delle passioni che sgorgano dalla ricerca della verità.

Mille volte ho ripetuto ai miei allievi l’etimologia del termine «eresia», il quale discende da «áiresis», che significa «scelta». Questo per me è straordinario: l’eretico è un essere umano che sceglie. Corre il rischio di sbagliare, di confondersi, di impantanarsi nei dettagli sovrumani della riflessione teologica; ne esce con forza e vigore, piomba nel buio della condanna e della persecuzione, soffre l’attacco e, a sua volta, attacca. Però sceglie. Sta da una parte, lotta, combatte, rovescia verità precostituite, sfida apertamente i poteri fini a se stessi. Risponde con la propria vita.

Ecco perché sono andato a trovare Jan Hus. Non tanto perché io solidarizzassi con il suo pensiero, ma perché la sua immagine rappresenta per me l’istanza del riscatto, la sfida contro la morte della coscienza, la ricerca quasi violenta di un Dio buono e giusto. Davanti a Hus avevo bisogno di chiedere un semplice e umanissimo favore: il regalo del coraggio. Mi serve per vivere in piedi e per preparare il giorno del mio ingresso sulla porta del Regno dei cieli. Non posso presentarmi a Dio da servo.

Il dolore di una città

Praga porta la sua cicatrice quasi con pudore e con assoluta dignità. «Che cosa ti sei fatta sotto l’occhio?» – verrebbe voglia di chiederle. E Praga forse troverebbe una tenera scusa, abbassando gli occhi al ricordo dei comunisti, perché i comunisti riservati a Praga non erano buoni e romantici come i nostri, bensì duri e cattivi. Avevano una cattiveria direttamente proporzionale alla libertà di pensiero della sua gente.

Era come se si dicesse: «Più liberi voi siete e più cattivi noi saremo».

Ecco il dolore nascosto di Praga. È il dolore di una città che ha dovuto sopportare per decenni un regime ottuso, imposto da lontano, che ha ingrigito le case, le strade, le istituzioni, la storia, le fedi. Soltanto una cosa non è riuscito a ingrigire: l’anelito alla libertà e alla vita.

Una volta caduto il comunismo, Praga ha curato le sue ferite ed è miracolosamente risorta, consapevole di avere subìto un’ingiustizia gratuita, da riscattare al più presto.

Una sera mi sono fermato sotto la Porta del Ponte Carlo e, in un solo colpo d’occhio, ho intravisto l’imponenza del Castello e della Cattedrale di San Vito, che facevano il paio con la gioia ribollente, ma paradossalmente ancora composta ed educata, della gente che cantava e ballava in un ristorante sulla Moldava. Anche una ridicola canzoncina degli Abba, un gruppo svedese degli anni settanta, costituiva una voce collettiva di felicità e di gioia. Praga non è una città viva; è una città risorta.

Questo significa che chi risorge apprezza due volte la vita e la divora con un’energia intensamente soprannaturale.

L’ombra di Jan Palach

Nella vita assaporata per la seconda volta, Praga accoglie l’ombra di Jan Palach, un uomo di ventuno anni, morto martire in Piazza Venceslao nel 1969, nel cuore della notte dell’occupazione sovietica.

Dal marciapiede davanti al Museo Nazionale emerge inquietante e tremenda proprio quell’ombra, che oggi si materializza nella sagoma di cemento di un uomo che sembra spuntare dalle viscere della terra e che invece simboleggia presumibilmente il cadavere ustionato di Jan.

Immagine forte e bruciante. Jan Palach aveva la forza dell’innocenza che lo ha reso, in un certo qual modo, eretico. Eretico come Hus.

Jan Palach e Jan Hus sono uomini offerti sull’altare della «scelta», dell’«áiresis»; appunto, dell’eresia contestatrice.

Dopodiché Praga è e resta un inno alla dichiarazione trascendentale della tolleranza e della liberazione, dell’amore e della bellezza.

Non so perché, ma quando sono entrato nella basilica romanica di San Giorgio, stupefacente opera del X secolo, ho pensato che, se mi fossi sposato, mi sarebbe piaciuto farlo proprio lì.

Il romanico comunica la serenità dell’uomo che si eleva dolcemente a Dio e la costruzione di una chiesa romanica, in un secolo dai più ritenuto come drammaticamente contraddistinto da una crisi spirituale e in un luogo così lontano da Roma, mi dice che forse Praga ha da sempre avuto l’istinto materno di accogliere i segni della profondità cristiana.

Praga non è bigotta o istituzionalmente ossequiosa. È liberamente aperta allo spirito cristiano.

Il resto è meraviglia, grandiosità composta e semplicità gentile, da San Nicola a Santa Maria di Tyn, dal Santuario di Nostra Signora di Loreto ai monasteri di Strahov e di Sant’Agnese dei Boemi, dai rosai della collina di Petrí­n ai ricordi pungenti e tristissimi del quartiere ebraico.

Praga è un dipinto i cui primi piani sono rappresentati dalle sue donne bellissime, tutte uguali nella bellezza e tutte diverse nella fisionomia.

Tutti gli uomini restano a bocca aperta davanti alla bellezza delle donne di Praga, come davanti a un quadro dai colori vivaci e comunicativi.

C’è però qualcosa che in queste donne traspare quasi con civetteria. Se è vero che le donne portano con sé i dettagli più intimi e profondi della condizione umana, le sensazioni più acute, i segni più nascosti e invisibili, allora io ho visto qualcosa che molti non hanno nemmeno intuito.

Le donne di Praga portano una cicatrice leggera, quasi impercettibile, segno di una ferita passata e mai rimarginata completamente.

È l’imperfezione che spiega e motiva la profondità e le ragioni dell’amore umano. Ecco perché le donne di Praga, come la loro città-madre, sono l’eresia della bellezza.