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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Scheletri e parole

di Riva Franco

Te l’ho sempre detto io che quella èè… èèè…
eeeee… e ho detto tutto! (Peppino)
Quando dici ho detto tutto, m’indisponi. Con
questo ho detto tutto m’indisponi perché dici, dici, e
non dici mai niente. (…)
Cosa credi, no, che metti a posto con due parole.
Ma che ti sei messo in testa? (Totò)
[Totò, Peppino e la… malafemmina (1956)]

 

Ho detto tutto. Ho detto niente
Con la parola relazione sembra di sprofondare nella situazione assurda del film di Camillo Mastrocinque, Totò, Peppino e la… malafemmina (1956). Anche lì si parla di relazioni, di un nipote che fa l’università, di un amore improvviso con una ballerina che lo distrae e che agita la famiglia composta dalla mamma vedova e i suoi fratelli, Totò e Peppino. Al dunque su cosa fare, Peppino si rivolge alla sorella in lacrime: «Te l’ho sempre detto io che quella èè… èèè… eeeee… e ho detto tutto!». E Totò a replicare: «Quando dici ho detto tutto, m’indisponi. Con questo ho detto tutto m’indisponi perché dici, dici, e non dici mai niente». Dire tutto. Dire niente. Nel film si tratta di parole non dette. Ma la risposta di Totò è sottile «dici, dici, e non dici mai niente»; ancor più nella replica dove, a un «vado a parlare alla ragazza, due parole che… aaa… cons… ho detto tutto!» di Peppino, Totò insiste: «Ma che ho detto tutto! Ma che dici tu con ’sto ho detto tutto che non dici mai niente. Ahò. Cosa credi che metti a posto, no, con due parole. Ma che ti sei messo in testa?». Dire e non dire. Si può dire niente sia non dicendo, che dicendo con due, con molte, con parole sbagliate. Anche con relazione: dire tutto e dire niente, due parole, ma che ti sei messo in testa?

Ma che ti sei messo in testa
Non c’era bisogno della pandemia per cascare di nuovo nel rapporto con l’altro come un generico stare in relazione. Buono per ogni stagione, dell’amore e dell’odio, della pace e della guerra, di simpatia e antipatia, di servi e padroni, di soli e pianeti, di mondi e galassie. Tutto ciò che esiste si relaziona con tutto. E ancora di più. Ci sono i morti, il passato, la perdita, una storia alle spalle e davanti. I rapporti con gli altri non sono una linea di prodotti dentro l’offerta dei supermercati SIR: Stare In Relazione. Altrimenti bisogna, come in effetti si fa, specificare e aggiungere sempre nuovi genitivi e aggettivi per avvicinarsi un po’ di più.
Relazioni d’amore e d’odio, autentiche o inautentiche, buone e cattive, coscienti o meno – che invertono il rapporto (questo amore, questo odio) nella sottospecie di un generico e universale stare in relazione, inadatto al mondo umano. Le parole mettono in testa qualcosa, alle cose vanno date parole giuste. Si dirà coscienza dell’altro da sé, non relazioni coscienti mai al riparo da esclusione e ingiustizia. Scioperi, non relazioni di protesta.
Nessuno scrive canzoni o poesie sulla relazione d’amore in generale, su di un amore sì. Con tutte le buone intenzioni, ripetere relazione dice, dice, e non dice mai niente; dice tutto e indispone.

Relazioni pandemiche
Non ci voleva la pandemia per retoriche sullo stare in relazione. Bastavano refrain come quelli sui tempi della vita, di lavoro e soldi o di tempi liberi e relazioni. La pandemia ha spinto però al parossismo, gonfiando e sdoppiando all’infinito tra reale e virtuale. Tutto in relazione, tutto interconnesso ma, nel reale, in modo interdetto e sospeso e nel virtuale in modo libero e ingolfato.
Di globalizzazione e pandemia si parla poco. Con i processi globali a pigiare l’acceleratore sul confondersi nella movida perpetua e ossessiva della relazione totale; con il reale che prende a modello il virtuale all’insegna dell’e-commerce, già smagrito e velocizzato, convertito al fluido della rete. E con la pandemia per conferme solidali e rovesciate. Non per ricordarci all’improvviso che siamo anche corpi e carne, come si butta lì in fretta e furia, ma per farci vergognare al contrario di esserlo ancora troppo, di non avere ancora raggiunto lo stadio evolutivo di pixel.
La pandemia tira acqua al mulino della globalizzazione sospendendo (reale) e moltiplicando (virtuale) i rapporti, sottraendo e restituendo, recludendo e liberando, isolando e connettendo.
Lavoro, scuola, rapporti, democrazia. Tutto perso e tutto ritrovato in relazioni sublimi e virtuali non meno libere e non meno controllate, prossime e distanti, possibili e impossibili, salutari e alienate, simmetriche e asimmetriche – nello scoppio dell’ingiustizia tecnologica, connettiva, abitativa; il resto attende dietro l’angolo. Prove di tutto e del contrario di tutto, di relazioni smentite senza smentirsi, di democrazie stoppate senza stopparsi – scaricando sui singoli. Tutto perso, tutto salvo in apparenza. Le relazioni pandemiche sono variabili dipendenti di relazioni globali. Intanto l’io resta al centro e l’altro un terminal d’arrivo e di partenza, di connessioni e sconnessioni perpetue. Forma progredita del dire, dire e mai niente dell’altro se non come di un termine, oggetto, contatto della relazione stessa.

«In principio la relazione»
Guardando una foto, o il ritratto da patriarca biblico di Andy Warrol (1980), è difficile pensare che perfino Martin Buber sia incappato in un «dici, dici, e non dici mai niente». Ma sottrarsi non è facile di fronte a persone stimate che rendono omaggio agli 80 anni (1958). Buber è la rivoluzione. «In principio è la relazione» (Io e tu, 1923) non significa stare in rapporto tanto per stare, nel modo anonimo e standardizzato di rapporti globali e impersonali tipici del «mondo dell’Esso», di strutture e domini socio-economici.
Dell’umano non si parla in generale, non prima dell’impegno con l’altro, del modo di entrare in rapporto, di essere un Io per un Tu, un Tu per un Io. In principio stanno le persone in rapporto, Io e Tu. Peccato che nell’uso comune, dove si spende e si spande a piene mani, il principio si annacqua per farsi la pillola polivalente e dolciastra della relazione, con le sue nenie tanto per mettere a posto con due parole: basta stare in relazione, riprendere, salvare la relazione, non isolarsi, e così via.

Non si va verso l’altro a mani nude
La rivoluzione sembra però incompiuta, la relazione poco adatta per dire il rapporto con l’altro. Troppo ampia e generica, inconcludente, fa perdere la differenza Io/Tu (Gabriel Marcel). E Buber a riconoscere in tutta onestà trattarsi, in effetti, d’una «parola scheletro» da riempire volta a volta, ma che fatica; a cercare parole più prossime all’umanità del rapporto: «incontro» forse, «dialogo», «interumano», essere «tra». Basta con gli scheletri degli scheletri, con un dire, dire, che non dice mai niente. Perché non siamo angeli, non si va all’altro a mani nude, senza corpo, bisogno, fame, senza responsabilità (Emmanuel Lévinas). Senza solidarietà, diversa dai monopoli dell’essere tutti in rete globale o virtuale. Senza risposta al grido dell’altro, senza rendergli giustizia. Altre parole, altri rapporti, altro nella testa.
Un sospendersi. Un ringraziare. «Sospendersi» e abbassarsi di Dio verso l’uomo dalla sua altezza irraggiungibile, ma legittima (Buber, Postfazione a Io e tu, 1957). Sospendersi e abbassarsi dell’Io verso l’altro dalla sua altezza più raggiungibile, ma sempre illegittima. Ringraziare e aderire all’altro perché mi permette, lui, di scoprirmi, io, responsabile, buono, giusto.
Franco Riva docente di filosofia morale, etica ed etica sociale, facoltà di lettere e filosofia, università Cattolica, Milano