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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Se non respiro, non esisto

di Cifelli Adriano

Il virus dell’asfissia

«Ti auguro di vivere
senza lasciarti comprare dal denaro.
Ti auguro di vivere
senza marca, senza etichetta,
senza distinzione,
senza altro nome
che quello di uomo.
Ti auguro di vivere
senza rendere nessuno tua vittima.
Ti auguro di vivere
senza sospettare o condannare
nemmeno a fior di labbra.
Ti auguro di vivere in un mondo
dove ognuno abbia il diritto
di diventare tuo fratello
e farsi tuo prossimo».
[Jean Debruynne, Les quatre saisons d’aimer, 2010]

 

I can’t breathe
«Nascondi il tuo volto: li assale il terrore;
togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra».
[Salmo 104, 29-30]

Ci sono cose nella vita che facciamo, o meglio, che accadono e di cui non siamo sempre consapevoli. Ne vediamo e sentiamo gli effetti: il battito del nostro cuore, il respiro, la natura che cresce silenziosa al risveglio della primavera… Io non vedo il mio respiro, non vedo il battito e non vedo il fiore mentre sboccia. Eppure, accade. Respirare è forse l’atto più profondo e ripetitivo che compiamo. Molte volte al giorno, circa ventimila volte, come dice la scienza del respiro. A volte è bello soffermarsi e poterlo sentire. Sentire il battito del cuore come prova a fare la mamma durante la gravidanza, accorgendosi che c’è un’altra vita in lei.
Azioni piccole, ma vitali. Siamo legati inscindibilmente al respiro, al battito del cuore e alla vita, come ci racconta anche la Scrittura: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Genesi 2,7).
C’è un respiro in noi e in ogni cosa che esiste. Un soffio vitale. Non siamo completamente consapevoli di come gli eventi della nascita, e in particolare il primo respiro, possano imprimere una forma a tutti gli altri respiri, tra il primo e l’ultimo. Si impara a respirare dal primo istante di vita fino a quando restituiamo l’ultimo respiro alla terra.
Da bambino mi impressionava ascoltare dagli adulti il racconto di chi era morto con l’espressione “è spirato”, proprio come quell’uomo in croce sul Calvario: «E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19,30). Non solo nel senso di morire, ma anche di donare la vita. Quel soffio, come un mormorio leggero, ci dice proprio la sua presenza: «Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera» (1Re 19,11-12).
Ma ci sono anche cose che quel respiro ce lo tolgono. Che ci fanno morire di asfissia. Come testimonia l’autopsia eseguita sul cadavere di George Floyd, ucciso da un poliziotto a Minneapolis, durante un controllo di routine. Immagini che hanno fatto il giro del mondo, scatenando un’ondata di reazioni e di violenza negli Stati Uniti d’America, già teatro di scontri tra bianchi e neri, attraversati da un odio razziale mai sopito, anzi accentuato dalla drammatica crisi sociale ed economica che viviamo in quest’epoca di pandemia.
A morire e a soffrire di più per il virus e le sue conseguenze, anche a causa della stupidità del presidente Trump, è stata proprio la comunità afroamericana. Perdita di lavoro, mancanza di accesso alle cure costose in una sanità appannaggio dei ricchi.
George, fermato e poi steso a terra, muore gridando «I can’t breathe», non riesco a respirare. Un ginocchio piegato su di lui, la sua testa schiacciata a terra. Segno di quel potere mortifero che prende a più livelli, dalle singole persone alle istituzioni. Abuso di potere, macchiato da odio razziale incontrollato e irrazionale.
George muore in un’America che si appresta a rieleggere il suo presidente sotto gli occhi smarriti del mondo solo perché era dalla parte sbagliata del mondo: è nato nero.
I can’t breathe è il grido che sale dalla Terra da molti uomini e donne e anche e soprattutto bambini a cui quel respiro è negato.
Anche nella Chiesa sembra mancare l’aria talvolta. Quando si pretende di normalizzare, piegare, addomesticare la vita delle persone, considerate non libere e dignitose, a immagine di Dio, ma solo come gregge da guidare. Fu proprio lo Spirito ad aprire le porte chiuse di quel cenacolo in cui impauriti erano chiusi i discepoli. E poi ancora tante primavere hanno attraversato la Chiesa dopo tanti inverni. Come non ricordare la sorpresa del Concilio Vaticano secondo: riaprire finestre, porte chiuse, per lasciar passare la luce dell’alba e il respiro della vita.

La scuola, contro l’inverno dello spirito
Il coronavirus ci ha chiusi in casa, maledettamente obbligati a clausure talvolta spiegabili solo da una necessità più grande: la vita e la salute di tutti. Ma nessuna retorica potrà convincermi della bellezza di restare chiusi in casa.
Ho vissuto insieme a tanti bambini con le loro mamme, spesso ignari di quanto accadeva, ma sempre con il sorriso sulla bocca in cerca si spazi dove giocare. Respirare. Anche mamme troppo apprensive a volte ci tolgono il respiro. Tutto ciò che appartiene alla logica della violenza e della supremazia, dell’ideologia e del fanatismo anche religioso. Il clericalismo è un’asfissia costante nella Chiesa. La mancata e colpevole valorizzazione delle donne in ogni ambito.
Anche chiudere le scuole e pensare a un futuro di lezioni a distanza è asfissia per l’educazione. Le prime a chiudere e le ultime a riaprire a causa della pandemia. Comprensibili le motivazioni, ma non molto il pensare che questa sia la normalità. Le scuole, come le biblioteche e ogni luogo della cultura e dell’educazione, sono come granai, luoghi preziosi per ogni società.
Nelle sue Memorie di Adriano Marguerite Yourcenar scrive: «Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di “passato”, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti».
L’inverno dello spirito sta alle porte, quelle chiuse e ora, a fatica, riaperte. Una favola ascoltata dal tablet, una lezione a distanza, un incontro qualsiasi fa mancare la percezione di quel respiro.
Non lo sento.

La voce del mio prof., scomparso in tempo di pandemia
«Non sapendo quando l’alba arriverà,
tengo aperta ogni porta».
[Emily Dickinson]
Mi torna alla mente, pensando alla mia felice esperienza scolastica, il mio prof. di italiano, storia e geografia dell’istituto magistrale, da poco scomparso. Scolpito nella memoria del cuore, il sorriso e la voce di quest’uomo alto e magro, simpatico e tenero, a discapito dell’impressione da burbero, timido e innamorato della vita. Le sue lezioni erano come incontri tra amici. Si parlava della vita. Del tempo libero e della politica, lui fiero della sua tessera di partito, ma elegantemente libero da ogni faziosità. Parlavamo della Chiesa, con lui uomo di una fede mai ostentata. E mi diceva – chiamandomi per cognome – «anche la Chiesa è corrotta», mettendomi in guardia, come a volermi preservare. Parlavo già con lui della mia vocazione. E un giorno, di domenica, viene al termine della messa in sacrestia e mi avverte in modo delicato e affettuoso che qualcuno gli aveva parlato di me. Biagio, o meglio per tutti noi Biaggino, il prof. che scompare durante la pandemia, quasi a voler evitare, per l’ultima volta, troppa gente intorno a sé, lui schivo e che proprio non avrebbe voluto.
Sentendo i miei compagni di scuola, i professori, ho capito che aveva costruito una famiglia. Ci siamo ritrovati a ricordarlo e a piangerlo come uno che faceva parte di diritto della nostra vita.
Questa è la scuola che non ti riempie la testa, ma ti apre la mente e il cuore al soffio della vita. Alle relazioni, anche se talvolta difficili. Ti insegna a stare in piedi per non sottostare a nessun ginocchio che vuole piegarti. Ti insegna a camminare a testa alta perché solo con l’istruzione si diventa veramente uomini e donne, cittadini liberi.

Accendere di luce gli sguardi
«Sì, educare e coltivare sono due attività strettamente connesse.
In entrambi i casi ci si pone in un atteggiamento
di attenzione e di cura,
con la speranza un giorno di poter
godere dei frutti del nostro lavoro».
[Susanna Tamaro, Alzare lo sguardo]

Le diseguaglianze, sempre più forti, non possono lasciarci indifferenti. Susanna Tamaro nel suo bellissimo libro-lettera Alzare lo sguardo, rivolto a una professoressa, scrive che la scuola è un vedersi tra esseri umani in cui il più grande intuisce e indica la strada al più piccolo, affinché possa sviluppare l’arte migliore di sé. La scuola è «riuscire ad accendere di luce lo sguardo di chi lo sta ascoltando».
Se una cosa ho imparato – durante il doveroso quanto difficile restare a casa a causa della pandemia – è che da solo sarei nessuno, e ogni solitudine e silenzio, se non sono abitati, sono solo morte.
I can’t breathe: senza di te mi manca il respiro, chiunque tu sia, tu che irrompi nella mia vita come il volto di una madre davanti al bambino che inizia a respirare. Abbiamo bisogno di angeli custodi, compagni di viaggio, come Raffaele per Tobia alla scoperta della vita, avventura meravigliosa. No, da solo non ce la faccio, da solo non ce la fai.

Il respiro nell’amicizia
«Guarda l’alba
che ci insegna a sorridere
quasi sembra che ci inviti a rinascere
tutto inizia
invecchia
cambia
forma
l’amore tutto si trasforma
l’umore di un sogno col tempo si dimentica».
[Carmen Consoli, Guarda l’alba]

Una sera mi scrive Gianluca, e mi racconta che sta costruendo una lampada da salotto con le ali, quasi fosse un angelo. Desiderio, bisogno di una presenza capace di trasportarti, di portarti via, in un altrove che sa di cielo. Mi ha parlato della sua recente passione per gli angeli e gli ho raccontato alcune curiosità, mentre riaffiorava la 6 Lettera agli Ebrei: «L’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Eb 13,1-2). Sconosciuti che diventano angeli custodi, difensori del nostro respiro. Come Andrea, che si prende cura di Federico, un giovane di soli 29 anni conosciuto al supermercato durante la quarantena, che combatte con la morte a causa di un tumore che sembra ormai invincibile. Incontro Federico nella sua casa: è sofferente ma pur sempre un vulcano che in poche ore mi parla ininterrottamente. A volte il respiro è affannato. La sofferenza resta un mistero. Non so cosa dirgli, ma percepisco che la cosa più bella che si respira nella sua stanza è proprio la vita che non si arrende, il profumo dell’amicizia. Come a Betania, la casa dell’amicizia che Gesù amava frequentare, c’è anche la sorella, preziosa presenza venuta dalla coloratissima e profumata terra di Sicilia per stargli accanto. Con premura e gentilezza. Amicizia che si fa contatto e vicinanza. Il distanziamento sociale -espressione molto pericolosa usata in questo periodo di pandemia – non è una cura e neppure un rimedio. Al massimo la distanza fisica temporanea e motivata può evitare il contagio. Ma la vita è vicinanza e intreccio sociale, è rete. Assistiamo purtroppo – come scrive il filosofo Cacciari – a una forma di disaggregazione e frantumazione sociale che sembra decretare l’impotenza dell’uomo moderno di dar vita a qualsiasi comunità. Solo insieme possiamo farcela.

Adriano Cifelli fondazione Arché, Milano