Sapere e sapore

di Lazzaretto Monica

Sapere è una parola-verbo intrigante, perché ha un etimo che si riferisce, in origine, principalmente all’esperienza gustativa, deriva infatti dal latino sàpere che significa aver sapore, odorare. Probabilmente affine in greco a saphès, che significa di sapore penetrante, da cui saph-òs: uomo di fine gusto, che ha un buon naso, grande intuito, capacità di investigare.
Sapere e sapore hanno dunque un’origine comune, nell’antichità erano prossimi, poi, con il passare del tempo, si sono allentati e definitivamente persi i legami profondi tra i due significati e ora sembra non abbiano quasi più nulla in comune. Sembra però, perché non è così.
Figurativamente parlando, la iniziale sede dell’esperienza del sapere si è sempre posta a livello della bocca e del naso, area dei sensi del gusto e dell’olfatto, considerati indispensabili alla sopravvivenza individuale e della specie, fortemente interconnessi tra loro. Le informazioni che riceviamo dal nostro naso giocano, infatti, un ruolo molto più importante di quello che potremmo immaginare: alcuni sapori, per esempio, sono in realtà riconosciuti quasi esclusivamente attraverso di esso. Questi sensi sono fondamentali perché sono in grado di garantire la sopravvivenza e permettere la conoscenza. Fin dalla preistoria l’uomo, attraverso l’olfatto e il gusto, è stato messo nella condizione non solo di capire se un cibo poteva essere commestibile o avariato, ma ha anche progressivamente imparato a distinguere e raffinare le principali declinazioni del gusto: il salato, l’acido, il dolce e l’amaro, affinando così pure il suo sapere. Anche la storia personale di ciascuno di noi è fatta di odori e sapori legati a momenti, luoghi e persone; gusto e olfatto sono, infatti, dispositivi fondamentali che permettono di fissare memorie, generare strategie associative fondamentali che durano a lungo nel tempo, a questo proposito capolavoro narrativo è la famosa “madeleine” di Proust.
Anche la cosiddetta “fase orale”, che caratterizza la prima esperienza conoscitiva e relazionale dei neonati e dei bambini nei primissimi anni di vita, è contraddistinta dalla predominanza della mucosa della bocca con terminazioni nervose che vi si trovano, di gran lunga superiori a quelle delle mani. Il bambino conosce il mondo attraverso la bocca, da cui trae il nutrimento succhiando il latte materno, ricevendo piacere, facendo esperienza di contatto, calore e affetti. La bocca non si fissa solo come zona erogena, ma come luogo della primissima conoscenza. Gusto e olfatto hanno permesso agli umani e agli animali di potersi velocemente distinguere, orientare e prendere decisioni su almeno tre macro aree esperenziali: quella del cibo, del pericolo, del riconoscimento del partner e delle relazioni.
Nel tempo, la sede “figurativa” del sapere e della conoscenza è passata di grado, dalla bocca è “salita” alla nostra testa.
Sapere diventa atto intellettuale, esercizio rigoroso della mente, ma la sua radice etimologica ci ricorda che sapere è diverso da conoscere: sapere porta ancora con sé quel pizzico di sale e di speziato che c’è in sàpere, mantiene anche il significato di intuire, assaporare il gusto delle cose, renderle preziose. Ma sapere significa molto altro: avere conoscenze e informazioni su qualcosa per averle acquisite attraverso lo studio, per averle apprese grazie alla pratica, alla riflessione o all’esperienza o per averle imparate da qualcuno, in una relazione di scambio. Può anche significare: aver chiaro nella mente, essere cosciente, rendersi conto. Questo suo essere legato fin dall’antichità, in modo indissolubile alla parola gusto (diciamo ancora oggi: «questo vino sa di aceto»), lo lega anche in modo importante alla dimensione del piacere.
Come sapere anche sapienza deriva dal latino volgare sàpere, e va da sé che il sapiente è colui che ha gusto, che è capace di discernimento, che ha diretta esperienza delle cose, che sa assaporare la vita con delicatezza e sa andare in profondità di ciò che gli è dato di vivere, perché non solo conosce, ma vive gustando, sperimenta con consapevolezza quanto la vita ha in serbo per lui. Il sapiente, allora, è colui che non divora, non “inghiotte” la vita frettolosamente, con fare spesso bulimico, vorace, rischiando di non dedicare il tempo che serve per digerirla, ma la assapora con delicatezza, “a piccoli bocconi”, come pietanza rara e prelibata, come esperienza prima di tutto estetica, come sostiene Nicola Perullo, professore di estetica, in un suo recente libro Il gusto come esperienza. Saggio di filosofia ed estetica del cibo, dove spiega che: «…la prima relazione che l’uomo instaura con l’estetica è il godimento del cibo che, a sua volta, contribuisce a creare l’esperienza umana stessa». Continuando la chiave di metafora, il sapiente sa assaporare, non si abbuffa, non si fa sopraffare dall’agire esasperato, medita, non si fa prendere solo dal fare ma riesce a gustare il piacere, contemplare e provare meraviglia. Il suo contrario è insipiente: colui che sa poco o nulla di quello che dovrebbe, che non genera interesse, che non ha attrattività, sapore e buon gusto.
Il sapiente ha già naturalmente risolto l’annosa discussione che ancora contrappone una consolidata tradizione filosofica che considera il piacere sensibile come ostacolo alla conoscenza e all’intelligenza, tesi contestata da vari intellettuali secondo la quale piacere e intelligenza non sono in antitesi, tra i quali Amélie Nothomb che scrive: «Da troppo tempo esiste un’immensa setta di imbecilli che oppongono sensualità e intelligenza. È un circolo vizioso: si privano della voluttà per esaltare le proprie capacità intellettuali, ottenendo come unico risultato quello di esserne impoveriti». Il sapiente resta fuori da queste diatribe… gusta la vita “sapendola”.


Monica Lazzaretto

presidente di Macondo, vive a Tramonte (Pd), lavora a Mira (Ve), come responsabile del centro studi della Cooperativa Olivotti scs