MELQUÍADES
Mille ragioni per gli Stati Uniti d’Europa subito
“Siamo cinquecento milioni di europei e stiamo chiedendo l’elemosina a trecento milioni di americani perché ci proteggano da centoquaranta milioni di russi. Bisogna cambiare qualcosa”.
(Donald Tusk, Primo Ministro della Repubblica di Polonia)

Ho sempre considerato Donald Tusk, Primo Ministro della Repubblica di Polonia, una delle menti più lucide, determinate e coraggiose dell’Europa di questi anni, nonostante la sua liberaldemocrazia a volte si dimostri lontana dal mio modello moderatamente socialdemocratico, espresso secondo la cultura politica e la prassi di Governo di uomini come Olof Palme, Helmut Schmidt e François Mitterrand.
Tusk é stato un eccellente Presidente del Consiglio Europeo e un paziente oppositore del Governo clerico-tradizional-nazionalista della Polonia dei gemelli Kaczińsky, prima di tornare alla guida del Governo della sua Repubblica.
La sua osservazione, di cui sopra, evidenzia alcune verità incontestabili.
- La forza politica, economica, sociale, culturale, etica e democratica in senso complessivo dell’Europa odierna fonde contestualmente la sua importanza anagrafica, rappresentativa di quasi il 7% della popolazione mondiale in un’area modesta ma sviluppatissima, con una primogenitura indiscussa sui valori appena descritti in sequenza. Questo é il continente politicamente più solido e affidabile, economicamente meglio strutturato, socialmente definito secondo criteri di giustizia distributiva, culturalmente più raffinato, eticamente più sensibile ai valori della vita e della dignità umana e infine più autenticamente democratico.
Non superiore, ma diverso. Esso ha in sé stesso la possibilità di costituire per il futuro un punto di riferimento per lo sviluppo mondiale, avendo anche l’occasione di farsi perdonare il suo peccato più bruciante, che é stata la storia della colonizzazione e dello sfruttamento passato di intere civiltà.
Perché nascondercelo? - La stagione della gratitudine verso il ruolo degli Stati Uniti d’America durante e dopo la seconda guerra mondiale ormai è agli sgoccioli, non tanto per una scelta precisa delle Repubbliche e delle Monarchie europee, quanto per l’esaurimento sostanziale della spinta propulsiva statunitense e per la scoperta inesorabile della falsità di molti elementi di una democrazia americana, che in realtà aveva e ha mostrato limiti clamorosi.
Ne parlavo l’altro ieri e lo confermo. I guai provocati dal “trumpismo” reazionario e golpista evidenziano una concezione confusa della separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e vedono una disgregazione progressiva della società americana, sempre più ingiusta, più violenta, più autoritaria e più razzista.
L’America che ci siamo costruiti nella mente, attraversando l’Oceano Atlantico, ormai è morente e quindi non è più nemmeno il caso di considerarla un punto di riferimento determinante. Forse mantiene al momento un’indiscutibile superiorità tecnico-militare, di cui abbiamo certamente ancora bisogno per fronteggiare le autocrazie del mondo intero, ma, quanto al resto, non vale la pena elemosinare alcunché. L’America repubblicana di Trump non può darci più nulla e tutt’al più mercanteggia favori e scambi, peraltro “flirtando” con alcune autocrazie pericolosissime, a partire dalla Russia. Inoltre temo che la stessa America dei democratici, oggi vistosamente in crisi d’identità, non possa esserci di grande aiuto e sostegno. - I centoquaranta milioni di russi in realtà non contano tanto per un potenziale anagrafico che é soltanto teorico, ma per la pericolosità letale di un sistema politico-militare che si sta avvicinando a passi lunghi e ben distesi a una logica tipicamente nazionalsocialista, sia nelle operazioni belliche, ma soprattutto in una concezione panslava di propria superiorità generale e di diffusione di un sistema politico classicamente dittatoriale e sanguinario.
E dai sanguinari ci si deve difendere come possibile, se necessario (e, ahimé, mi pare sempre più necessario) con il conflitto bellico.
L’invasione proditoria dell’Ucraina ha rappresentato il superamento di uno spartiacque debole e fragile, ricolmo di nostre illusioni. Ancora oggi molti putinian-comunisti nostrani straparlano di fantomatiche colpe della NATO, della democrazia occidentale e dell’Unione Europea in ordine a questa guerra.
Data per riconosciuta la necessità di ridiscutere lo “status” della Crimea, da sempre russofona e assurdamente “regalata” dall’ucraino Kruscev alla sua madrepatria in epoca sovietica, il resto deve assolutamente rientrare nell’alveo del diritto e della giustizia, che significa semplicemente il ristabilimento dei confini del 1991, il consolidamento della democrazia ucraina (altro che i nazisti ucraini della propaganda putiniana…) e la sua libertà di scegliere se, come, quando e dove stare con l’Europa libera e democratica.
Oggi la Russia è un’entità che soffre una forma di autoviolenza e che si sta dirigendo rapidamente verso la propria dissoluzione.
Il sanguinario dittatore Vladimir Vladimirovič Putin rappresenta nientepopodimeno che una riedizione contemporanea di Josip Džugashvili, detto Stalin, ma con forme di maggiore debolezza e soprattutto con una Repubblica infinitamente meno motivata sotto il profilo ideale, meno forte economicamente, meno strutturata sotto il profilo dell’operatività strategico-militare. La lentezza nell’avanzamento territoriale in Ucraina non è, a mio parere, sinonimo di forza, ma di debolezza. Se affrontata in campo aperto con mezzi militari ultramoderni europei, i russi crollerebbero molto rapidamente.
A ciò si aggiunge la necessità assoluta per loro di recuperare un sistema politico realmente democratico e mai veramente sperimentato, né con l’onesto Gorbaciov né con il disastroso Eltsin.
Nel confronto con l’invincibile Cina e con l’avanzante India, la Russia non rappresenta quasi nulla se non la propria aggressività militare. Io credo che vada soprattutto sconfitta sul campo. Una volta conseguito questo obiettivo, anche nell’interesse dello stesso terrorizzato e immobile popolo russo, le dinamiche dello sviluppo mondiale possono senz’altro trarne giovamento.

Dunque Tusk ha le mille ragioni che coincidono con le mille ragioni per costituire gli Stati Uniti d’Europa subito. Questa è l’opzione politica imprescindibile: uno Stato federale unitario, indipendente e sovrano, che riunisca i ventisette membri dell’Unione Europea (con Ungheria, Slovacchia e Italia depurate dai nazionalisti e dai fascisti),il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, i tre principali Paesi dello Spazio Economico Europeo (Svizzera, Norvegia e Islanda) più i piccoli Paesi e i territori non indipendenti dell’Europa occidentale. Mi pare che il tutto faccia circa 520 milioni di abitanti e quindi Tusk si è sbagliato di poco.
Un’entità siffatta diventerebbe la garanzia reale per il riconoscimento, l’affermazione, la tutela e la difesa dei diritti fondamentali della persona umana, a partire dalla libertà, dalla giustizia sociale, dalla pace, dalla democrazia e dall’uguaglianza. Tutto ciò in un esperimento unico nella storia dell’umanità, con l’unione politica di decine di popoli separati soltanto dalle lingue, ma uniti dai valori più importanti e positivi per l’umanità.
Accadrà? Deve accadere, anche se molti di noi, me compreso, temono di non avere più molto tempo per vedere questo progetto realizzato, ma deve accadere.
Per non mendicare aiuti da una falsa democrazia morente, per non cedere alle aggressioni di sistemi di morte come quello russo, per non lasciare avanzare le numerose autocrazie che oggi si affermano ovunque.
Ecco perché contesto in modo vivacissimo il titolo dell’ultimo numero di “Limes”, rivista diretta da un ormai irriconoscibile e tetro Lucio Caracciolo, che disdirò prontamente alla fine del 2025, che recita testualmente “La pace sporca” e che propone una serie di contributi in un senso vagamente pessimista sulle soluzioni delle questioni geopolitiche.
A questo proposito credo che l’unità politica europea sia incontestabilmente un atto di rottura coraggiosa di questa logica dei compromessi sui mali del tempo.
Sui valori più alti della convivenza umana e civile bisogna crederci davvero e poi agire senza indugio.
Egidio Cardini
Insegnante
