MELQUÍADES

Articolo di Andrea Gandini

Le due guerre in Iran: militare e finanziaria

Non era andato così male (economicamente) il primo anno di Trump, ma con la guerra in Iran, fa un azzardo che può accelerare il collasso finanziario del dollaro con effetti sistemici sull’Europa. Per Israele è una guerra di espansione in Medio Oriente e indebolimento dell’Iran (più lunga è, meglio è). Per Trump è una guerra economico-finanziaria contro la Cina. Se riesce a fare un cambio di governo, come nelle migliori tradizioni USA, facendo dell’Iran un paese pro Israele e USA (o anche solo non ostile) si rafforzerà. Se perde, rischia non solo le elezioni di mid-term a novembre, ma il collasso del sistema finanziario americano.

Le due guerre in Iran: militare e finanziaria
Territory of American Canada, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Ecco perché è grande la preoccupazione in tutto l’Occidente. Trump è il frutto di un paese ammalatosi negli ultimi 30 anni per via di una globalizzazione voluta, paradossalmente, proprio dagli Stati Uniti. Si pensava volesse concentrarsi in patria come volevano i MAGA e cerca una via alternativa alle guerre aperte ma sempre predatoria. Lo slogan Make America Great Again non avrebbe avuto quella presa se davvero l’America fosse first. A parte l’élite che si arricchisce anno dopo ano, chi ci abita conosce bene le condizioni disastrose in cui si trova e il conflitto sociale interno è sull’orlo di una guerra civile (non solo Dem contro Rep, ma anche Top vs Down), come mostrano i sondaggi e le grandi manifestazioni di protesta per gli interventi brutali dell’ICE sugli immigrati.

La brutalità con cui Trump agisce (dazi, immigrati, tagli alla spesa pubblica e alle tasse a favore dei ricchi, interventi grossolani su imprese, agenzie, istituti di garanzia, media, università e all’estero: Gaza, Groenlandia, Venezuela, Iran), nell’imbarazzo della UE, fa pensare che mai come oggi gli Stati Uniti siano forti.

Ma il consuntivo economico del primo anno di Trump mostra che gran parte dei problemi sono irrisolti e cresce sull’Occidente il pericolo di un gigantesco crash dovuto alla bolla finanziaria di debiti (che cresce) dei fondi finanziari e degli Stati (almeno 5-6 volte il PIL mondiale). La borsa USA lo registra da un anno crescendo molto meno delle altre, un dato anomalo.

Poiché dietro il dollaro non c’è più dal 1971 l’oro (che infatti va alle stelle) e si sono indeboliti tutti i contro valori (o sottostanti) del dollaro e delle nuove criptovalute, visto che i fondamentali USA sono sempre fragili. E poiché si tratta di monete a debito, basta che venga meno la fiducia che uno tsunami finanziario si abbatterà sull’economia reale, facendo restare senza fiato tutto l’Occidente e anche quei paesi (arabi per primi) che da 50 anni hanno finanziato il dollaro (in cambio di protezione militare), consentendogli il “privilegio esorbitante” di valuta mondiale di riserva che consente di emettere debito a costi bassi, finanziare il proprio deficit commerciale stampando carta moneta, esercitare il dominio finanziario (via swift1 e sanzioni bancarie).

Cina e Russia disinvestono sul dollaro, creano un sistema alternativo yuan-Brics, dal 2023 la Cina paga in yuan il petrolio dall’Arabia Saudita di cui è il principale cliente e attende paziente il crash che indebolirà l’America. Le banche centrali dei paesi arabi (Arabia S., Emirati, Egitto, Iran) hanno quote crescenti di yuan nelle loro riserve. Mentre la UE, seguendo gli USA, perde terreno con gli arabi, crescono Cina e Russia che lavorano dal 2009 per un sistema multipolare senza una unica valuta di riserva mondiale che era, peraltro, l’idea di Keynes nel 1944 (Bancor), osteggiato dagli Stati Uniti a favore del dollaro.

Il paradosso è che nell’ignavia dalla UE sono Cina e Russia a raccogliere il testimone per il Resto del Mondo. Trump ha quindi bisogno, diversamente da Israele, di chiudere la guerra in Iran prima che il petrolio salga a 200 dollari. Bombardare dal cielo non gli farà vincere la guerra e Israele, neppure nella vicina Gaza, è riuscito ad annientare Hamas, ma a Netanyahu sta bene la guerra permanente. L’Iran dista 1.700 km, è 5 volte l’Italia, ha 92 milioni di abitanti e un regime con decine di teste come le sue bombe a grappolo. Una guerra lunga collassa il dollaro. L’Iran lo sa e, probabilmente, si è preparato a farla.

Ciò spiega i comportamenti corsari di Trump alla ricerca disperata di risorse (maggiori entrate doganali – e qui c’è riuscito-, petrolio in Venezuela, terre rare in Groenlandia, finanza e AI come nuovi asset) da predare e da mettere come sottostante ai buchi di bilancio (e di fiducia) senza precedenti del dollaro.

L’Europa, abituata a fidarsi dell’antico alleato e comandante in capo, lo segue, inebetita, da 30 anni. Non vede il mondo nuovo che avanza e si è sempre più legata mani e piedi a un’aquila (USA) che sta “perdendo le ali”, prigioniera dello schema “democrazie” liberali verso autocrazie.

Per ora i dazi hanno portato a Trump quasi mille miliardi di entrate doganali aggiuntive sul 2024, ma i fondamentali non sono cambiati:

1. enorme deficit commerciale,

2. gigantesco debito pubblico,

3. desertificazione della manifattura.

Il gigante ha sempre i piedi di argilla e Trump lo sa.

La manifattura americana, scesa ai minimi termini a causa della globalizzazione, sta riprendendo ma con lentezza (bene la produzione, ma l’occupazione è ancora scesa). Per ora si è fermato il “suicidio assistito” dai neo-conservatori (Democratici inclusi) pro-business e pro globalizzazione che hanno perso il rapporto coi ceti popolari ed operai e ha prodotto il fenomeno Trump, oltre a mettere in crisi partiti storici di sinistra in Europa come SPD in Germania e Labour in Inghilterra (e PD in Italia).

I pro-globalizzazione e pro-libero scambio, avevano previsto che i dazi avrebbero prodotto un’inflazione enorme negli Stati Uniti e fatto crollare il commercio mondiale: previsioni del tutto sballate. L’inflazione è scesa e la produzione manifatturiera ha ripreso a salire e un sacco di imprese (tra cui Volkswagen e Stellantis) sposteranno lì (ahinoi) parte della produzione europea (Volkswagen taglia 50mila lavoratori in Germania entro il 2030, senza licenziare).

La stessa UE corre ai ripari con una proposta (Industrial Act2 del 6 marzo) per aumentare la sua manifattura intra UE. Ovviamente dice che non è protezionismo, ma tutti sanno che libero scambio e liberismo sono ideologie le quali, senza filtri economici e sociali, distruggono le comunità e i legami (su cui lucra la destra), svalutano il lavoro e avviano una corsa verso il più basso costo del lavoro per alzare il profitto, su cui è stata trafitta la stessa UE. Se in Bulgaria il salario medio è 350 euro al mese, se i welfare sono diversi, se ci sono paradisi fiscali intra UE, se la liberalizzazione dei capitali è decisa a maggioranza, non ci si può stupire del declino del nostro Mezzogiorno, delle aree periferiche UE, dei nostri salari, della desertificazione manifatturiera, della disgregazione delle comunità e della crescita dell’individualismo consumista.

Il libero scambio funziona se è equo, con regole che difendono settori strategici (agricoltura, difesa, acciaio, manifatture, AI). L’accordo UE con l’India non a caso ha escluso l’agricoltura e l’Industrial ACT UE (meglio tardi che mai) vuol tutelare produzioni strategiche intra UE da USA e Cina.

La narrazione dominante (sempre più zoppicante) vorrebbe che nel futuro ci fossero solo democrazie liberali, libero scambio, ma la storia andrà avanti (la “talpa scava”) e potremmo scoprire che dopo comunismo, nazismo e liberalismo, c’è qualcosa di meglio per tutti, specie se saremo travolti da un gigantesco tsunami finanziario che sta ingrossandosi in America.

Dopo la crisi del 1929 gli Stati Uniti impiegarono 4 anni per rivedere la luce. Bisognò aspettare il New Deal keynesiano di Roosevelt che avrebbe ridato prosperità e democrazia, durata fino agli anni ’60 di Kennedy. Quell’America non c’è più da decenni. La UE non l’ha mai capito. Poteva seguire la sua missione spirituale, non quella materialista degli americani. Certo la storia non si ripete, ma qualcosa di simile potrebbe avvenire…vedendo le nuvole nere americane che avanzano.

  1. è un codice alfanumerico standard utilizzato per identificare banche e istituti finanziari in operazioni transfrontaliere ↩︎
  2. Industrial Accelerator Act è il piano per aumentare la competitività, valorizzare il made in Europe e limitare la dipendenza da Cina e USA. ↩︎
Andrea Gandini

Andrea Gandini

Economista, già docente di economia aziendale, analista del futuro sostenibile. Componente della redazione di Madrugada.