MELQUÍADES
Patrimoniale: sì o no e come?
La segretaria del PD Schlein ha avuto finalmente il coraggio di dire che si potrebbe anche chiedere una imposta patrimoniale all’Europa che tassasse i grandi patrimoni ed è stato tutto un opporsi dei giornali (“guai a tassare i ricchi”), ma la maggioranza degli italiani mostra dai sondaggi che è favorevole (2/3) a una patrimoniale sui milionari. Ciò significa che anche larga parte dell’elettorato di centro-destra è favorevole. E perché non dovrebbe esserlo visto che colpisce solo l’1% degli italiani, che la disuguaglianza è in forte crescita e tutti sanno che buona parte di questi guadagni non è dovuta al merito, ma a rendite, speculazioni finanziari e potere che consente di sfruttare informazioni che altri non hanno.

L’ideale sarebbe che ci fosse una forte iniziativa della UE su un’armonizzazione delle imposte sul reddito, dei profitti, dei consumi, sull’eredità, sulle multinazionali estere, sui paradisi fiscali (a cominciare dai suoi). Temi di cui l’attuale élite non vuol sentire neppure parlare.
Gran parte dei media (tv e stampa anche quella finta progressista) non vogliono alcuna patrimoniale. Il che dimostra come si possa essere una “democrazia” liberale (puoi votare,…), ma dove la ricchezza (squilibrata) fa si che il potere e l’informazione (il qiunto potere) sia nelle mani della destra e dei ricchi proprietari dei media.
Non stupisce quindi che l’Italia sia al 52° posto nel mondo per trasparenza (e corruzione) e sia peggiorata di 10 posti negli ultimi 10 anni (https://www.transparency.org/en/cpi/2025/index/ita). Stupisce che autorevoli ex dirigenti del centro-sinistra (Prodi, Veltroni,…) si limitino ad analisi sulle crescenti disuguaglianze che crescono (“i poveri diventano sempre più poveri”, “negli Stati Uniti 1.355 miliardari hanno un patrimonio equivalente a 170 milioni di americani pari a 5.700 miliardi,…”), ma non facciano una proposta.
In Norvegia l’imposta patrimoniale sui ricchi esiste dal 1892 e nel 2022 il Governo ha aumentato l’aliquota massima da 0,85% a 1,1% sui patrimoni superiori a 1,7 milioni di euro. È vero che qualche miliardario se n’è andato ma, come dicono tutti gli studi (Young 2016, Advani, Burgherr e Summers 2022), chi va via dal proprio paese per l’imposta è una quota inferiore allo 0,1%, per cui anche in Norvegia le entrate da imposta patrimoniale sono cresciute da 1,9 miliardi del 2021 a 2,7 nel 2023. Se l’Italia facesse la stessa cosa incasserebbe 15 miliardi. Ovviamente l’ideale sarebbe che lo facesse la UE, anziché chiedere di spendere 800 miliardi in altre armi e la UE sarebbe così benvoluta e non osteggiata come oggi, le cui politiche di libera circolazione di ricchi e capitali (e l’allargamento continuo) favoriscono i capitali contro i lavoratori.
In Spagna esiste dal 2017 un’imposta progressiva sui patrimoni netti oltre i 3 milioni (e fino a 10 milioni) di 1,7% e di 3,5% oltre 10. Il movimento “Tax the rich” propone l’imposta degli economisti Saez, Zucman e Landais: 1% tra 2 e 8 milioni, 2% da 8 milioni a un miliardo e 3% oltre. Oxfam propone una patrimoniale dai 5 milioni. In Francia l’economista Gabriel Zucman propone un’aliquota del 2% per chi ha patrimoni oltre 100 milioni per un gettito stimato in Francia di 20 miliardi. Tutte proposte che colpiscono solo l’1%.
In California in autunno c’è il referendum su una patrimoniale del 5% su chi possiede oltre un miliardo di dollari proposto dalla sinistra DEM di Sanders che trova, ovviamente, contrario il partito DEM, da tempo diventato moderato (come del resto in Italia).
Se poi dovesse succedere che un imprenditore non riesce a pagare subito può sempre rateizzare, com’è in Norvegia. Anche in Italia sappiamo che ci sono 62 miliardari con un patrimonio di 190 miliardi cresciuto del 23% negli ultimi 3 anni che darebbe un gettito rilevante.
Guai però a dire che i ricchi vanno tassati in quanto ci si deve limitare, nell’anno di san Francesco, a celebrare madonna povertà. Lo sport dei nostri esperti, giornalisti e finti moralisti è raccontare la grande disuguaglianza (che prima o poi porterà alla rivolta) ma mai, dico mai, che si accenni ad una proposta di tassare i più ricchi.
Non si capisce però come si possa poi difendere il welfare (sanità, scuola, poveri, disabili, care giver, case per i giovani, affitti calmierati,…) in un periodo in cui si vuole anche aumentare la spesa militare. Arriveremo anche in Europa a quella “bella” situazione americana in cui ci si cura da soli come ai tempi dei cow boy, ma si ha tutti il porto d’armi.
La Banca d’Italia ci rammenta che nel 2025, la ricchezza netta (che comprende immobili e attività finanziarie, al netto dei debiti) delle famiglie italiane ammontava a 453 mila euro per famiglia, in aumento del 5,1% sul 2024. Niente male in un anno in cui redditi e salari reali della maggioranza non crescono.
È la solita media di Trilussa per cui, se vai oltre, scopri che il 10% delle famiglie più ricche ha il 60,6% del patrimonio totale, mentre il 50% meno abbiente delle famiglie il 7,2%. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’indice di Gini) aumenta così rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2). Avanti così.
Federico Rampini anziché scrivere di questo ci informa che Svezia e Gran Bretagna danno “addio al modello socialdemocratico”, nel senso che hanno ridotto le imposte e ormai gran parte della sanità e della scuola sono private. Scrive Rampini: “C’è qualcosa di simbolico nel fatto che il ripensamento del modello socialdemocratico avvenga oggi proprio lì nel Nord. Per decenni la Svezia è stata il laboratorio più celebrato della sinistra occidentale. Non si tratta di una conversione ideologica al liberismo più radicale. Piuttosto è il risultato di una constatazione pragmatica: …lo Stato sociale va ridimensionato o affiancato da una maggiore iniziativa privata e…Oggi quasi metà della sanità è gestita da privati”. C’è qualche problemino ammette Rampini “L’altra faccia della medaglia è che la crescita della ricchezza si è accompagnata a un aumento delle disuguaglianze. Alcuni territori e categorie sociali si sono sentiti lasciati indietro. Nei quartieri periferici a forte immigrazione si sono sviluppati fenomeni di criminalità organizzata che hanno alimentato un acceso dibattito sul venir meno di alcuni meccanismi di integrazione sociale e nell’istruzione la liberalizzazione suscita polemiche con scuole buone frequentate dalle famiglie più istruite e scuole che concentrano gli studenti più problematici”.
Ma va!
Ma Rampini non ci dice che oggi la Svezia è governata dalle destre e che la pressione fiscale è stata ridotta sui ricchi eliminando dal 2005 l’imposta sull’eredità, ma non dice che quella sui redditi personali del 20% dei più ricchi è più alta di quella italiana (Fonte: Eurostat). L’Inghilterra ha invece ancora un’ottima imposta sull’eredità mentre fa pagare sul reddito meno dell’Italia.
E l’Italia? Non ha alcuna patrimoniale, ha drasticamente ridotto le aliquote fiscali (max 43%, meno della Cina col 45%) e l’imposta sull’eredità è stata abolita da Berlusconi nel 2001 e poi rimessa da Prodi nel 2006 ma con aliquote irrisorie (zero fino a un milione e poi 4%), quando prima l’aliquota era progressiva fino al 27%. I figli di Del Vecchio hanno pagato poco più di un miliardo anziché i 13 che avrebbero pagato nel 2000.
Landini, segretario Cgil, propone di far pagare 1,3% a chi eredita oltre 2 milioni di euro. Sarebbero circa 500mila italiani (1% dei contribuenti) che pagherebbero 26 miliardi all’anno.
Altre misure possibili sono aumentare l’IMU sulla seconda casa (oggi 10 miliardi di gettito) agli 8 milioni di italiani che le hanno, aggiornare il catasto cosa che l’Italia non fa da 50 anni (la UE ha una procedura di infrazione contro l’Italia), aumentare la progressività dell’imposta sul reddito a chi guadagna oltre 200mila euro all’anno, eliminare la flat tax al 15% per gli autonomi.
Negli Stati Uniti negli anni ’50 la parte di reddito personale annuo che superava i 4 milioni di dollari (a valore attuale) era tassata al 90%. Anche nei paesi europei e Italia è dagli anni ’80 è tutta una riduzione delle imposte sui ricchi e ciò spiega la crescita delle disuguaglianze ovunque. Non dico che bisogna ritornare a quel livello ma molto si può fare, è ora che la politica si adegui. Non abbiamo nulla contro i ricchi, ma è giusto che paghino le imposte come prevede la Costituzione (in modo progressivo) anche per favorire la concorrenza e lo sviluppo di tutti, inclusi coloro che, poveri, siano aiutati dal welfare a vivere e studiare e poter diventare, a loro a loro volta, ricchi. È questa la ragione di un grande movimento di miliardari a favore di imposte maggiori guidati da Disney che ama dire “se non ci fossero state quelle tasse, mai sarei stato aiutato dallo Stato e mai sarei diventato milionario”.

In ogni caso Svezia e Regno Unito ancora oggi spendono per sanità e scuola (in % del Pil) più dell’Italia e solo la Svezia ha ridotto la pressione fiscale (che era altissima) e che rimane comunque più alta dell’Italia. Ma Spagna e Belgio, per esempio, l’hanno accresciuta.


È anche vero che sono cresciuti i privati nelle scuole e sanità, ma sono una quota aggiuntiva al settore pubblico. In Svezia c’è, per esempio, un’Agenzia sanitaria pubblica che organizza tutta la sanità e la controlla. Non è negativo un mix pubblico-privato se c’è un’Agenzia pubblica che controlla. Ben diverso il caso dell’Italia dove i privati convenzionati svolgono le prestazioni sanitarie che rendono di più (anche in convenzione con lo Stato), mentre il pubblico si deve far carico di tutta la sanità territoriale, della prevenzione e dei medici di base dove incassa poco o nulla.
In Svezia è stata l’Agenzia sanitaria nazionale che ha deciso come reagire al Covid (non il Governo) e nel 2020 ha deciso che non ci sarebbe stato alcun lockdown ma che il virus poteva circolare (mettendo però al riparo anziani e fragili). Questa strategia di contagio lieve e controllato per auto immunizzarsi ha pagato (come diceva, peraltro, la teoria pre-Covid) e la Svezia ha avuto dal 2021 al 2026 la mortalità in eccesso più bassa di tutta Europa (ma è vietato parlarne).
Le scuole svedesi hanno così avuto il minor numero di giorni di chiusura in Europa, mentre noi il record mondiale, quando i decessi della fascia 0-18 anni (per tutte le cause) sono stati minori di quelli avuti negli anni precedenti 2015-19.
Se ci fosse anche da noi un’Agenzia pubblica che controllasse (anche le scuole) un mix pubblico-privato non è affatto negativo, anche perché ci sono approcci educativi differenti. Insegno in un liceo Steiner a Trento (privato) e questa scuola, a parità di spesa, è meglio di molte pubbliche ma so anche che ci sono scuole private non così buone. I genitori della scuola Steiner sono attivissimi (un terzo sono volontari) e gratuitamente accrescono la qualità dei servizi (fatti ai loro figli) con feste, progetti, arredi, manutenzione.
Il ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer nel 1999 voleva introdurre anche in Italia un’Agenzia pubblica di valutazione di tutte le scuole pubbliche e private, ma l’opposizione di regioni del Sud e sindacati fece fallire il progetto. Vale anche per la sanità. Senza valutazioni serie tutti possono fare quello che vogliono e nessuno impara dall’altro. Non è per definizione che il pubblico è meglio del privato. Lo è in quanto (e quando) garantisce servizi trasparenti a tutti ma è anche efficiente. E lo è se opera su una scala almeno regionale di servizi, mentre la logica del privato è il profitto.
Nella sanità pubblica ci sono enormi economie di scala e, se c’è controllo, un servizio sanitario pubblico con “pezzi” di privato convenzionati, spende meno di un coacervo di servizi solo privati con una logica assicurativa come quella americana che ha costi enormi di impiegati amministrativi e di avvocati per le cause.
Nella sanità c’è inoltre, a differenza di altri settori, asimmetria informativa: il cliente non sa quasi mai dove andare, a quale servizio migliore rivolgersi e ci deve essere un servizio unitario che ti manda nel reparto migliore.
L’Europa potrebbe diventare l’area economica che insegna al mondo (USA, Cina, paesi arabi, …) non solo e tanto il liberalismo (libero mercato, libere elezioni, rispetto delle minoranze, libertà di parola, etc.) ma la diffusione dei diritti sostanziali (sanità universale, scuola, pensioni, welfare) che comportano imposte sul reddito progressive e imposte patrimoniali sui ricchi e sulle grandi eredità. L’eguaglianza unita alla giusta remunerazione dell’intrapresa è il futuro, non un capitalismo predatorio che genera crescenti disuguaglianze e impoverimento, foriero solo di guerre (esterne o interne) e violenza.
Andrea Gandini
Economista, già docente di economia aziendale, analista del futuro sostenibile. Componente della redazione di Madrugada.
