MELQUÍADES

Articolo di Andrea Gandini

Oltre il liberalismo c’è qualcosa?

Anche Marco Rubio ha citato a Monaco Fukuyama quando scrisse nel 1992 “La fine della storia e l’ultimo uomo”, un successo straordinario. Pensava che, crollando il comunismo, il liberalismo fosse l’unico orizzonte possibile, in tutto il mondo. Rubio indica quelli che per lui (e Trump) sono gli errori: “Abbiamo aperto i nostri confini a un’ondata incontrollata di migrazione di massa che minaccia la nostra società e la nostra cultura e l’Occidente ha scelto di deindustrializzare e seguire una setta climatica… abbiamo commesso questi errori insieme… ora Trump cerca di correggerli. Se necessario da soli. Ma la nostra preferenza è farlo con voi”.

Rubio cerca di ricucire con la UE, ma la frattura è evidente anche se il nemico è comune: la Cina. Su una cosa Rubio ha ragione, la storia non finisce mai e lo stesso liberalismo sta rischiando, minato dalle sue stesse fondamenta (libero scambio e immigrazione) che la Cina ha raccolto (almeno il primo, perché in Cina l’immigrazione non c’è e quindi non è un problema).

Il comunismo (nella versione autoritaria dell’URSS) è crollato nel 1991 pacificamente. Dopo aver dato ai suoi sudditi (più che cittadini) “pane e lavoro”, non è riuscito a dare le “rose”, quelle libertà (di intrapresa, di movimento, di diritti individuali,…) che sono connaturati all’Essere Umano. Tuttavia alcune buone ragioni del comunismo non tramontano (uguaglianza, lavoro, prosperità per tutti) se il capitalismo liberale non riesce a fornirle ai suoi cittadini.

Il nazismo viene considerato la terza ideologia (dopo comunismo e liberalismo). In realtà è una forma estrema di capitalismo autoritario basato sulla supremazia della razza e il dominio coloniale di altri popoli per estrarre più rapidamente profitti. Si è affermato in democrazie (Germania e Italia) non perché ha ottenuto la maggioranza dei voti, ma in quanto appoggiato dall’establishment liberale e dai partiti centristi in funzione anti comunista, come male “minore”. Oggi negli Stati Uniti esiste una élite di imprenditori monopolisti del big tech che teorizza in positivo valori e miti neofeudali, di una società dei “migliori”, basata sulla disuguaglianza e il ritorno alle servitù contro ogni ideale di uguaglianza e di democrazia, dove la società è divisa tra vincenti e perdenti, privilegiati ed esclusi, signori e servi, da cui le saghe del Signore degli Anelli, Star Wars e Atreju, usati a sproposito per creare miti popolari, mentre le Istituzioni (Stati) vengono svuotati, per essere usati da questi mega interessi privati che sono trasversali agli stessi partiti di maggioranza e opposizione, come ha mostrato la vicenda del pedofilo Epstein, dove potere e denaro sono connessi tra loro (e al sesso), al di là delle differenze di partito, per ottenere ancora più denaro e potere e dove potere pubblico e privato sono intrecciati così come moneta e guerra. Democrazie che, a parole si dicono cristiane e civili, ma che operano in senso contrario: “A chi già ha, sarà dato in abbondanza e a chi non ha, sarà tolto anche quel poco che ha”.

Il capitalismo americano si era mostrato vincente sul comunismo sovietico nei primi 30 anni del dopoguerra, per aver incorporato ampie conquiste salariali e diritti ai lavoratori (ispirati da movimenti progressisti, in gran parte comunisti e socialisti, ma anche liberali), mostrando la sua superiorità sociale. Una redistribuzione di ricchezza verso lavoratori e ceti deboli, che è stata abbandonata (dopo il crollo del comunismo) per il massimo profitto, trovando nella finanza e nella globalizzazione (dal 2001) il modo di schivare l’onerosa organizzazione della produzione reale e passando, con la fine del gold standard nel 1971, da una moneta (dollaro) a credito a una moneta a debito.

Se guardiamo la crescita del PIl pro-capite si vede la straordinaria crescita nel dopoguerra di Italia, Giappone e Germania (i tre paesi sconfitti) che passano rispettivamente dal 36,6, 20,1 e 40,6 del 1950 (fatto =100 quello degli Stati Uniti) al 69,3, 77,8, 71,8 al 1989. La crescita più spettacolare è quella del Giappone, seguita dall’Italia. Ma crollato il comunismo è ora di dare una calmata a questi “ex sconfitti” e gli Stati Uniti imporranno nel 1985 al Giappone di rivalutare lo yen e all’Italia di porre fine alla 1a Repubblica. La Germania verrà fermata nella sua ascesa, (troppo pericolosa per gli anglosassoni) con la guerra in Ucraina facendo saltare in aria il suo rapporto con Russia e Cina. Gli Stati Uniti avevano cercato anche con la Russia negli anni ’90 di darle una “bastonata”, ma arrivato Putin nel 2001 la Russia si è alleata prima con l’Europa (da cui ha tratto un enorme beneficio, insieme alla Germania), poi quando ha capito le mire dell’espansione ad est della NATO e la volontà degli anglosassoni di spezzare l’asse Germania-Russia (che dava troppi benefici a questi due paesi e indirettamente alla UE), ha cominciato dal 2009 ad allearsi con Cina e Brics per non finire nel tritacarne degli americani. Per questo la Russia vuole vincere la guerra in Ucraina, non fare un pareggio. Intanto la Cina prosegue nella sua corsa e ha già superato il PIL pro-capite Usa in termini di potere d’acquisto interno che in questi dati Maddison1 non appare.

Le conseguenze luciferiche di questa trasformazione del capitalismo sono oggi evidenti soprattutto negli Stati Uniti che, non avendo il welfare europeo e sistemi pubblici di difesa dei più deboli, ha letteralmente sfasciato la coesione sociale e si è indebolita nel ranking mondiale. A dirlo è la prestigiosa Harvard University che misura la varietà dei prodotti dei vari Paesi e quella dei mercati che essi raggiungono, in un indice sintetico della conoscenza insita in ciascuna economia. Gli Stati Uniti sono scesi dal 13° posto al 20°, il Giappone è saldamente primo, la Germania al 6° posto (1° nella UE), mentre la Cina migliora anno dopo anno e oramai è al 10° e ha già superato gli USA. L’Italia è al 18° posto.

Gli unici che non lo vedono sono le élite UE, ma Trump e Rubio lo dicono chiaramente. Oggi gli Usa devono rimediare a 4 cavalieri del’Apocalisse: 1) indebolimento nel creare profitti da manifatture reali (sua desertificazione); 2) spostamento verso un’economia digitale, algoritmi (AI) e finanziaria che arricchisce ma crea rischi sistemici e instabilità; 3) massimizzazione delle importazioni (pagate a debito); 4) aumento del debito pubblico e conseguente onere annuo sul debito (mille miliardi), superiore alle stesse spese militari (40% mondiale). Una crisi del capitalismo americano che ha prodotto Trump, il quale cerca di rifare grande un’America dai piedi di argilla con mercantilismo, Intelligenza Artificiale e predazioni corsare.

Dopo il crollo del comunismo sovietico Clinton, consigliato da banchieri e repubblicani, ha cercato di trasformare la Russia dal 1991 al 1999 in un “cortile di casa americano”, con privatizzazioni, liberalizzazioni e “democrazia”. Il risultato è stato per i russi catastrofico: la povertà si è alzata in piedi colpendo il 40% dei russi, intere filiere produttive sono state svendute all’estero facendo della Russia un paria internazionale. L’arrivo di Putin nel 2001 è stata la conseguenza di questo sfascio, su cui si basa (ancora oggi) il suo consenso, riportando non solo la Russia ad un rango internazionale (noi diciamo imperiale), ma quel benessere che era evaporato, facendo risalire i salari reali russi in 25 anni del 60%, a tassi del 2,4% all’anno, inferiori solo a quelli cinesi (per memoria in Italia sono calati).

Il testimone del comunismo sovietico è stato raccolto negli ultimi 25 anni non da Putin, ma dalla Cina che gli Stati Uniti (e Kissinger) non temevano. Per questo l’hanno fatta entrare nel WTO nel 2001, con 10 anni di anticipo sulla Russia. Convinti che il pericolo venisse sempre dalla Russia (rinata con Putin), dimostrano le cantonate che può prendere anche l’élite che governa il mondo quando si fa prendere, come capita anche ai potenti, dalla hybris (arroganza).

La Cina non è infatti un capitalismo di Stato, come raccontano molti nostri esperti, ma un “socialismo di mercato” (loro definizione) che usa gli “istinti animali”, proprietari e di intrapresa del capitalismo, a fini collettivi sotto la guida implacabile (autoritaria o autorevole) dello Stato e del partito comunista cinese che, diversamente, da quello russo (e dalle nostre élite), seleziona in modo fortemente meritocratico i suoi dirigenti (secondo la tradizione confuciana più che comunista) e usa la pianificazione quinquennale non nel modo grossolano dei sovietici, ma sulla base di un comitato di 300 esperti e dell’Intelligenza Artificiale che ha mostrato una capacità straordinaria di portare prosperità a tutti, lasciando ai singoli alcune libertà sconosciute al tempo del comunismo sovietico.

Così la Cina ha oggi 116 miliardari tra i primi 500 censiti da Forbes, consente la proprietà privata e di arricchirsi, ha eliminato in 17 anni 850 milioni di poveri, ha arricchito una classe media di 500 milioni con un potere d’acquisto simile agli europei, è leader nel 60% delle principali 64 tecnologie più avanzate al mondo. Da quando Deng Xiaoping (1992) ha avviato il “socialismo di mercato alla cinese”, archiviando gli eccessi maoisti della Rivoluzione culturale, ma senza cambiamenti istituzionali (indipendenza della magistratura, libertà dei media, pluralismo politico) ha favorito una crescita impetuosa. La Cina non ha nella sua tradizione millenaria politiche espansioniste “à l’americana”, né vuole conflitti con gli USA. E’ vero che ha mire su Taiwan e ha invaso il Tibet, ma sono regioni ai confini, su cui vanta diritti, molto più di quelli che non vanta Israele sui palestinesi (Gaza e Cisgiordania) o gli USA su Cuba, Venezuela, Iran e Groenlandia.

La UE che poteva diventare un “terzo polo” tra Usa e Cina, con al centro l’”umanesimo”, si è allineata progressivamente all’americanismo e al libero mercato, temerariamente allargandosi a 27 Stati, senza costruirsi come Stato (né federale, né confederale). Errori, imprevisti e spinte contrastanti hanno impantanato il processo di unificazione. Ha pesato l’idea liberale che un ordine istituzionale sia tanto più moderno, tanto più lontano dal dispotismo feudale, quanto più è in grado di separare l’economia dalla politica, affidando la prima all’intraprendenza dei privati e depotenziando la sovranità dello Stato con l’effetto di paralizzarne l’iniziativa sia a livello nazionale che continentale. Priva di autorità politica, la Commissione centrale dovrebbe in teoria coordinare il riarmo del continente, senza un esercito comune e senza un ministro degli esteri e della difesa. Priva di un budget autonomo adeguato, dovrebbe dirigere l’innovazione digitale e la competizione con i colossi tech americani e cinesi. Dal canto loro, i singoli Stati dovrebbero farsi carico dell’ingente spesa sociale (scuola, sanità, pensioni, diritti, …). Una “trappola” che spinge la sinistra a rivendicare un federalismo di facciata, mentre le destre nazionaliste mietono consensi in chi critica questa architettura istituzionale paralizzante, tra i ceti più colpiti dalla crisi e nei settori meno competitivi e più bisognosi di una protezione dalla concorrenza.

Ora, spiazzata da Trump, scopre che per unirsi ci vuole un’altra architettura, ideali comuni e leader lungimiranti (che non ci sono). La Germania di Merz bastonata dagli Stati Uniti (e non solo da Trump), dovendo rinunciare a gas e materie prime russe e all’export in Cina, usa il riarmo per ridare fiato alla sua manifattura in crisi (ma senza eurobond). La Francia è favorevole agli eurobond perché la crisi finanziaria non le permette più investimenti nazionali. L’Italia di Meloni fa “finte” (ora Merz e Trump, ora UE) avendo in mente una UE confederata (depotenziata), e fa i conti con un paese che sprofonda sempre più nelle sabbie mobili che si è creato da solo seguendo dal 1992 le politiche liberiste americane.

Germania e Francia più che a una nuova UE, pensano a come rilanciare il proprio paese. Draghi propone la UE à la carte, con chi ci sta: 6-7-8 paesi) con 1.200 miliardi di eurobond per difesa e Intelligenza Artificiale via privatizzazioni, liberalizzazioni, mercato integrato dei risparmi e capitali. L’ottica è sempre quella (finanziaria) del banchiere, delle concentrazioni (di banche e imprese) per competere con Cina e USA, che ha prodotto (dove applicata) disuguaglianze senza prosperità. Difficile che passi un tal progetto per via democratica (nei parlamenti o per referendum). Agli europei interessano lavoro, salario, salute, casa, affitti decenti, energia meno costosa e Stati che tengano a bada monopoli e big tech. Più mercato e meno regole (anche ambientali, come vuole Trump) senza Stati, specialmente se l’idea è avere un esercito senza Stato UE, non è certo auspicabile.

Poiché la UE non c’é, la competizione prossima ventura sarà, pertanto, tra il capitalismo yankee sempre più predatorio e debole (che proseguirà anche dopo Trump) e una Cina sempre più forte, alleata a Brasile, Russia, India, Sudafrica e altri emergenti, sempre più forti.

La libertà e la democrazia come requisiti dell’Europa felix si indeboliranno sempre più se non prevarrà una vera indipendenza dagli Usa (e Israele, mai sanzionato) o progetti tecnocratici e finanziari basati su libero mercato e finanza (l’ennesima UE senz’anima). Indipendenza dagli Usa non significa rompere il dialogo, così come è un euro-suicidio non dialogare con Cina e Russia, in quanto autoritari, come se la “dittatura” delle élite finanziarie e occidentali, tutte insieme appassionate (Epstein docet), non fosse una minaccia esistenziale proprio alla democrazia, sempre più ammutolita di fronte alla “rifeudalizzazione”2di ricchi totalmente indifferenti alle sorti del resto dell’umanità. Solo infatti mettendo in competizione tra loro Usa e Cina, la UE fa gli interessi dei suoi cittadini, come ha fatto con India e Mercosur.

La speranza è che, come avvenuto nei primi 30 anni del dopoguerra, la competizione tra Cina e USA, spinga sia gli Stati Uniti che i paesi europei a rilanciare un modello sociale in cui ci siano salari più alti, più welfare, meno poveri, più uguaglianza, un ruolo attivo dello Stato per dimostrare che il capitalismo è migliore del socialismo à la cinese.

Ma questa volta non sarà così facile come con l’URSS, perché la Cina sembra molto più attrezzata e perché la disgregazione sociale prodotta dal liberalismo finanziario ha creato disuguaglianze, solitudini e disumanità in molte aree dei paesi europei e degli Stati Uniti. Ecco perché si ha paura della Cina, non per le mire espansionistiche territoriali che non ha, ma perché il suo “socialismo” è accattivante per il Resto del mondo, ben diverso da quello sovietico, e non si può escludere che dopo aver soddisfatto i bisogni fondamentali si soddisfino quelli più complessi e libertà.

Stati Uniti e UE si trovano invece in difficoltà a dare prosperità e sicurezza e la spinta individualistica e l’immigrazione stanno disgregando la società. L’allargamento di mercato a 27 ha reso impossibile, per i diversi interessi, una statualità comune. Draghi propone l’unità tra chi ci sta (à la carte), di per sé interessante. Ma è possibile un nuovo progetto UE deciso da élite e tecnocrati senza passare per la democrazia? Ci vuole ben altro che un riarmo per l’esercito comune per mobilitare le speranze e l’entusiasmo degli europei.

Per il pensiero liberale qualsiasi limitazione all’esplicazione individuale in ambito economico e sociale, viene vista come una violazione della libertà, anche se risponde a una misura di carattere egualitario. Le nostre società occidentali hanno posto la libertà individuale sopra tutto e sono andate tanto avanti in tale direzione, superando ogni limite legato alle tradizioni. Corrose da iper individualismo e disuguaglianze crescenti, si stanno disgregando. Altre culture (non liberali) procedono con più cautela e reclamano il diritto di limitare alcune libertà in funzione della tradizione e dell’eguaglianza. La Cina è una di queste e questa volta (alleata alla Russia) non sarà possibile tacitarla con la guerra: la sfida è socio-economica e di valori.

All’orizzonte si intravvede l’umanesimo, una società (di là da venire e oltre il liberalismo) che usa le parti migliori sia del capitalismo che del comunismo (su cui la Cina ha fatto passi avanti) e che pone al centro l’Essere Umano e dove oltre a soddisfare i bisogni materiali e di maggiore uguaglianza, c’è indipendenza della magistratura, libertà dei media, pluralismo politico, libertà individuali, ma anche quella spiritualità o moralità che per ora non interessa né al capitalismo né al socialismo cinese. Per fortuna la storia non finisce, anche se senza corpi intermedi, creazione di piccole comunità, partecipazione e mobilitazioni dei cittadini, il rischio sono nuovi “mostri”.

  1. Il Maddison Project, noto anche come Maddison Historical Statistics Project, è un progetto volto a raccogliere statistiche economiche storiche . ↩︎
  2. Rifeudalizzazione, di Massimo De Carolis, Ed. Feltrinelli, 2025, 17 euro, pag. 208 ↩︎

Andrea Gandini

Andrea Gandini

Economista, già docente di economia aziendale, analista del futuro sostenibile. Componente della redazione di Madrugada.