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Articolo di Xulio Ríos

Governance globale in modello cinese

Nella diplomazia cinese, si osserva spesso che le capitali occidentali tendono a dire una cosa e a farne un’altra; a Pechino, al contrario, ci si sforza di mantenere le promesse. Un proverbio cinese ricorrente illustra bene questo concetto: “Gli antichi parlavano poco per timore che le loro azioni non fossero coerenti con le loro parole”. Forse è per questo che, per le autorità cinesi, la coerenza, anche in diplomazia, è fondamentale, e le loro parole vengono scelte con estrema cura.

Governance globale in modello cinese
Kremlin.ru, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Seguendo questo ragionamento, oltre all’arduo compito di decifrare i fondi di caffè, spesso necessario per comprendere la politica cinese, è particolarmente importante considerare e prendere sul serio le direttive formali che guidano le azioni di Pechino in settori chiave. Un elemento rilevante, ad esempio, sono i libri bianchi, in quanto riassumono in larga misura le diagnosi e le strategie del Paese e fungono certamente da tabelle di marcia che non solo possono essere seguite, ma è altamente consigliabile analizzare per anticipare comportamenti e azioni.

Il Libro bianco sulla governance globale, pubblicato di recente, offre una propria interpretazione del momento critico che l’ordine internazionale si trova ad affrontare, forse il più decisivo dalla fine della Guerra Fredda. Mentre le istituzioni del dopoguerra si confrontano con le loro grandi aspirazioni e con le loro capacità tradizionalmente vana, il cui valore è in declino e che vengono paradossalmente minate dalle stesse potenze che le hanno ispirate, nuove potenze emergenti si sforzano di accrescere il proprio riconoscimento e la propria influenza.

C’è stato un tempo in cui la Cina, fortemente concentrata sulla sua trasformazione economica interna, veniva criticata per la sua mancanza di impegno e responsabilità a livello internazionale. Era concentrata sui propri affari. Ma l’aumento del suo potere globale dovrebbe comportare anche l’assunzione di compiti e funzioni di diversa importanza, proprio come hanno fatto altre potenze.

Da allora, la Cina ha progressivamente scalato la gerarchia, assumendosi maggiori responsabilità ed estendendo la sua posizione di vantaggio in altri ambiti, soprattutto quelli legati allo sviluppo e ora alla tecnologia, all’ordine globale. Lo sta facendo con un proprio discorso e proprie politiche, che si stanno rivelando impopolari presso molti di coloro che in precedenza la esortavano a cooperare. L’enfasi posta sulla difesa di una visione e di una politica diverse, senza seguire ciecamente la corrente principale, ha provocato ulteriori critiche: l’attenzione si è spostata dalla critica alla sua mancanza di coinvolgimento alla condanna delle sue azioni al di fuori della narrativa dominante. All’epoca, la Cina veniva descritta come “assertiva” e, in realtà, il suo obiettivo era quello di capitalizzare sull’attuale clima di confusione per scalzare l’Occidente dalla leadership globale e stabilire una nuova egemonia.

Xi Jinping e il nuovo sinocentrismo

Da quando è entrato in carica nel 2012, Xi Jinping ha dato un forte impulso alla proiezione internazionale della Cina, accelerando significativamente la sua transizione dalla periferia al centro del sistema internazionale. Parallelamente, ha moltiplicato le proposte per implementare una nuova forma di sinocentrismo, adattata alle realtà e alle aspettative del XXI secolo.

Oggi, potremmo affermare che la sua iniziativa più rilevante è quella relativa alla governance globale, tema trattato nel già citato libro bianco. In esso, la Cina delinea la sua critica all’ansia dell’Occidente di preservare, a qualsiasi costo, la propria posizione privilegiata in un contesto di profonde trasformazioni che indicano sia un riequilibrio economico sia l’emergere di nuove sfere di potere che necessitano di essere regolamentate – dall’intelligenza artificiale al cyberspazio – rifiutandosi di accettare che altri continuino ad agire unilateralmente e arbitrariamente.

Il nuovo mantra – già utilizzato dall’amministrazione Biden – è che la Cina vuole distruggere “l’ordine basato sulle regole”. La verità è che, in larga misura, è stato l’Occidente, quello che alcuni pomposamente chiamano “comunità internazionale”, a erodere queste regole perché l’ordine attuale non serve più ai suoi interessi. Donald Trump è molto chiaro e inequivocabile su questo punto. Senza giri di parole.

Tuttavia, ciò che la Cina propone nei suoi documenti è una riforma e una modernizzazione del sistema internazionale, affinché si evolva di pari passo con le realtà globali. In questo senso, ad esempio, difende il mantenimento delle Nazioni Unite come “nucleo” del sistema, che gli Stati Uniti intendono smantellare senza riserve. La Cina non aspira alla loro liquidazione, bensì alla loro modernizzazione, un compito tutt’altro che semplice.

Parallelamente, la Cina ha sviluppato una rete di partenariati, come i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, fortemente incentrati sullo sviluppo e su una visione della sicurezza profondamente legata a un certo concetto di benessere. Questo è un punto chiave per distinguere la proiezione delle capacità cinesi dalle opzioni di sicurezza occidentali, che stabiliscono quadri d’azione completamente diversi. Per l’Occidente, sicurezza e benessere sono due cose diverse, mentre per la Cina rappresentano due facce della stessa medaglia. E questo, in pratica, spiega anche la difficoltà che gli Stati Uniti potrebbero incontrare nel indebolire i loro solidi legami economici con molti paesi, ora governati da frange più estremiste della destra americana. In America Latina, ad esempio.

Inoltre, iniziative (sullo sviluppo, la sicurezza, la civiltà o la governance) che teorizzano su una scala diversa proposte come la Belt and Road Initiative – anch’essa fortemente osteggiata – o che delineano la “comunità dal futuro condiviso”, tracciano una mappa suggestiva che indica un altro modo di interpretare e immaginare l’ordine mondiale. C’è scetticismo al riguardo, indubbiamente, ma sarebbe un errore liquidarlo a priori e non riconoscere che la sua influenza sta gradualmente crescendo, soprattutto nei paesi del Sud del mondo, proprio perché è accompagnata da azioni concrete che vengono interpretate come reciprocamente vantaggiose.

Adottare sistemi di gestione per i nuovi settori emergenti e contesi è fondamentale per assicurarsi posizioni di rilievo negli ambiti del futuro. Per questo motivo, la Cina, ad esempio, è all’avanguardia nella creazione di sedi centrali per organizzazioni come l’Organizzazione Mondiale dei Dati e l’Organizzazione Internazionale per la Mediazione. Allo stesso tempo, si sta concentrando sempre più sulle sfide che stanno plasmando il futuro dell’umanità, come il cambiamento climatico, un ambito in cui pochi in Occidente possono oggi offrire insegnamenti. Non molto tempo fa, la situazione era diametralmente opposta.

Tutto ciò potrebbe sembrare mera retorica persuasiva che maschera un obiettivo egemonico. Questa Cina, tuttavia, ha da tempo abbandonato qualsiasi aspirazione messianica ed è consapevole dei severi limiti imposti dalla propria realtà economica, demografica e di altro genere, e del fatto che la strada da percorrere per completare la modernizzazione è ancora lunga. È vero che è la seconda economia mondiale e la prima in termini di potere d’acquisto, ma si colloca al 73° posto per reddito pro capite. Molto resta ancora da fare. Ma non è tutto. Chiunque conosca la sua storia e la sua cultura concorderà sul fatto che è altamente improbabile che la Cina aspiri a diventare i nuovi Stati Uniti del XXI secolo.

Al contrario, l’obiettivo è chiaramente quello di incoraggiare una governance post-occidentale. Ciò include il rifiuto di qualsiasi coinvolgimento in un ipotetico G2 o G7+1. Questo cambio di paradigma che propugna si fonda sulla nuova realtà globale. Non si tratta di un’utopia ideologica. Il suo modello di governance globale è multipolare e, pertanto, si impegna ad aprire maggiori spazi per i paesi in via di sviluppo e per quelli del Sud del mondo. Stabilisce il multilateralismo come meccanismo procedurale per affrontare le sfide globali.

Riforma, non rottura

Il gradualismo che ha caratterizzato la trasformazione della Cina negli ultimi 40 anni è lo stesso gradualismo che ora propone per definire un nuovo sistema internazionale, basato sull’attuale quadro istituzionale.

Ciò suggerisce che non si tratterà di un processo lineare. Ci saranno delle battute d’arresto. Al momento, potrebbe sembrare che gli sforzi degli Stati Uniti per contenere la Cina e ripristinare il suo primato in regioni come l’America Latina e il Medio Oriente stiano dando i loro frutti. Trump ha intrapreso iniziative più aggressive per mobilitare i paesi dell’emisfero occidentale attorno alla sua causa, impiegando i soliti strumenti della sua diplomazia: pressione, potere coercitivo e, in larga misura, alleanze economiche – minerali critici, semiconduttori e così via – per raggiungere questo obiettivo. Non è solo la Cina a dover affrontare queste difficoltà, ma anche tutti quei paesi che aspirano a esercitare liberamente la propria autonomia strategica.

Qualunque sia la situazione, a prescindere dalle vicissitudini di ogni singolo caso, è ragionevole prevedere che l’influenza della Cina si sposterà molto più rapidamente dalla sfera economica a quella politica e ad ambiti cruciali, assumendo un ruolo di primo piano. E l’Occidente, la “comunità internazionale”, dovrà accettare e convivere con questa nuova realtà, perché non è più in suo potere imporre diversamente.

Questa evoluzione segnerà il nuovo status globale della Cina e rappresenterà una delle eredità più significative di Xi Jinping.

Pubblicato da CTXT, da noi tradotto.

Xulio Ríos

Xulio Ríos

È consigliere emerito dell'Osservatorio di politica cinese.