MELQUÍADES

Articolo di Andrea Gandini

Nazionalizzare l’Intelligenza Artificiale?

Per primo è stato il Ceo di Palantir Alex Karp a proporre di nazionalizzare le aziende americane di Intelligenza Artificiale. Poi Severgnini, editorialista del Corriere della Sera.

Strano questo Karp, con studi sul comunismo a Francoforte, che si dichiarava di sinistra, praticante Tai chi, contro il fascismo e Trump e ora uno dei suoi sostenitori, che ha detto che i primi contratti con la Casa Bianca per usare il software per il controllo sugli immigrati (via ICE) sono avvenuti con Obama e non con Trump e che c’era accordo perché l’infrastruttura privata Palantir diventasse un bene pubblico al di là di chi governava gli Stati Uniti. Il suo capo è quel Peter Thiel che immagina che gli Stati Uniti siano una tecnocrazia, guidata solo dagli innovatori high-tech. 13 dipendenti si sono licenziati nel 2025 (su 3mila) per queste idee folli e un software di spionaggio (a proposito degli hacker russi…) in uso in Israele, Ucraina e altri 30 paesi occidentali, Italia inclusa (con sede alla Garbatella di Roma) e che ha fatto le sue prime prove al tempo del Covid tracciando tutti gli americani (chissà per quali motivi?).

Nazionalizzare l’Intelligenza Artificiale?
Foto di Matheus Bertelli, da pexels.com

I gravi incidenti avvenuti negli ultimi mesi all’AI hanno chiarito agli stessi imprenditori americani (7 monopolisti) che potrebbe causare gravissimi danni all’umanità, come un attacco al sistema bancario che paralizzi i pagamenti con le carte di credito di tutto l’Occidente, bloccando l’economia di più Paesi occidentali, oppure innescando un attacco militare contro la Russia o la Cina, sulla base di false informazioni (come quelle che circolano da anni) e che potrebbe coinvolgere anche l’Europa.

Federico Fubini, editorialista del Corriere della Sera, dice che le preoccupazioni dei Tecno monopolisti nascerebbero non tanto da questi timori, ma dall’insostenibilità finanziaria delle big tech che si sono impegnate a investimenti giganteschi (facendo debiti). Ma con l’arrivo della Cina (la concorrenza) i giganteschi profitti immaginati (al tempo del dominio unipolare) potrebbero non esserci, perché, ironia della storia e del capitalismo finanziario, l’AI delle aziende cinesi (indietro di soli 6 mesi sulle americane), faranno cadere i prezzi alti inseriti nei cash flow analysis di quei 7 big tech che si credevano monopolisti, con conseguente crollo di borsa, distruzione di migliaia di miliardi di risparmi di milioni di occidentali e delle loro pensioni (a capitalizzazione). Insomma una bella crisi con molti più soldi che svaporano rispetto a quella già tosta del 2007-2008.

Indizi? Sì, se già oggi gli americani acquistano sempre più l’AI cinese (da DeepSeek-V4.1 o KimiK3) che costa 10 volte meno di quelle di Anthropic e Open AI. In parte gli ingegneri cinesi hanno copiato i modelli americani, come racconta Riccardo Luna, interrogando i loro modelli per estrarne i segreti. In parte sono semplicemente molto bravi e determinati e soprattutto 5 volte quelli americani.

Lo stesso Mosley di Palantir dice: “È questione di tempo, forse un paio di anni, prima che Huawei arrivi sul mercato con chip per l’intelligenza artificiale almeno altrettanto buoni di quelli di Nvidia; ma molto meno cari”.

Andrea Pili, CEO di una azienda di AI italiana (Xference) dice: “L’AI come è concepita oggi dalle Big Tech non è sostenibile. Ci si vuole fermare prima che sia l’infrastruttura a farlo. L’open source (sul modello cinese, ndr) è la base sulla quale sviluppare la vera innovazione”.

Se ciò avviene la Cina determina negli Stati Uniti uno choc 3.0. Lo choc 1.0 riguardò 20 anni fa la produzione di beni a basso prezzo che, grazie proprio all’avidità e relativa delocalizzazione delle imprese Usa in Cina, produsse la distruzione della manifattura made in USA. Lo choc 2.0 è in corso con la sostituzione di molti beni ad alto contenuto tecnologico e delle auto americane ed europee con quelle cinesi. Lo choc 3.0 sarà quello dell’Intelligenza Artificiale.

A quel punto il PIL Usa crollerà e gli americani si impoveriranno (compresi i Maga e il ceto medio già in via di dissoluzione). Non a caso crescono i parlamentari socialist nei DEM Usa. E per noi europei? Non tutto il male viene per nuocere. Con USA-Cina potrebbe ripresentarsi la situazione della guerra fredda USA-URSS, in cui i paesi occidentali dovettero dimostrare che si stava meglio che nel comunismo. Fu allora infatti (1948-1992) che fiorirono tutti i nostri attuali diritti, crebbero i salari, si introdussero le pensioni. La “concorrenza” obbligava a distribuire i profitti. Col crollo dell’URSS e l’idea di essere i soli (USA+Israele) a dominare il mondo è ripresa la disuguaglianza e la regressione dei diritti sostanziali.

Sant’Agostino lo chiamava Katéchon, un freno all’antiCristo.

Cina e Brics stanno infatti minando il dominio americano che è poi la causa dell’anarchia, della forza sul diritto internazionale e della crisi di una Europa fattasi serva degli americani e più liberista del Re (Usa).

La guerra per procura in Ucraina fa parte di questo disegno, ma dopo le ultime sanzioni alla Russia (che colpiscono anche aziende cinesi), ora la Cina risponde con sanzioni a 14 aziende UE (di cui 2 italiane). Cominciano i dolori del non più giovane Werther/UE.

Prima l’élite UE capisce che con la Cina (e la Russia) bisogna dialogare, che bisogna diventare indipendenti dagli Stati Uniti, che il futuro sarà un equilibrio multipolare, che l’eurocentrismo è finito, che bisogna costruire un vero Stato UE, finirla con un allargamento continuo che favorisce solo il libero mercato e i capitali e non i suoi cittadini, prima limiteremo i danni. Perché i danni arriveranno e saranno notevoli.

Il paradosso è che ci si appella a una forma di socialismo (la nazionalizzazione), tipica della Cina e che gli Stati Uniti imitano, peraltro, da decenni sulle tecnologie strategiche, mentre la vecchia UE non solo non può farlo (in quanto senza Stato federale), ma ha abbandonato l’intervento dello Stato nei settori strategici (AI, energia, manifatture, innovazioni,…) come “ferri vecchi” in nome del libero mercato.

Chissà perché l’ultimo libro di Daron Acemoglu si intitola “Che cosa è successo alla democrazia liberale?”. Non ha saputo più coniugare i profitti con la prosperità di tutti e quei tutti non votano più né centro né sinistra. Il modello liberale è ammuffito. Bisogna mettere mano a qualcosa di nuovo che non è il nazismo né il comunismo, né il liberalismo. La storia non è finita.

Andrea Gandini

Andrea Gandini

Economista, già docente di economia aziendale, analista del futuro sostenibile. Componente della redazione di Madrugada.